Alla Cattolica il webinar “Vaccinazioni Covid-19 e comunicazione: Quali prospettive?”

Alla Cattolica il webinar “Vaccinazioni Covid-19 e comunicazione: Quali prospettive?”

Alla Cattolica il webinar “Vaccinazioni Covid-19 e comunicazione: Quali prospettive?”
L'incontro è stato organizzato dall'Alta Scuola in Media, Comunicazione e Spettacolo (Almed) e dall'Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari (Altems) dell'Università Cattolica, nell'ambito del Master in Comunicazione Sanitaria. Durante l'incontro, con l'aiuto di importanti esperti, è stato approfondito il tema dal punto di vista mediatico e sanitario, ma anche quello delle associazioni di pazienti e dei comunicatori pubblici.

Migliorare la comunicazione ai cittadini sulle vaccinazioni Covid-19, evitando gli errori e le incomprensioni avvenuti in questi due anni, è possibile. A patto che il messaggio che si vuole trasmettere sia chiaro, tempestivo, coordinato a livello inter-istituzionale e calibrato a seconda dei media.

È quanto emerso stamani nel corso del webinar ‘Vaccinazioni Covid-19 e comunicazione: Quali prospettive?‘, organizzato dall’Alta Scuola in Media, Comunicazione e Spettacolo (Almed) e dall’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari (Altems) dell’Università Cattolica, nell’ambito del Master in Comunicazione Sanitaria. Durante l’incontro, con l’aiuto di importanti esperti, è stato approfondito il tema dal punto di vista mediatico e sanitario, ma anche quello delle associazioni di pazienti e dei comunicatori pubblici.

“Fare comunicazione in sanità è una sfida più alta rispetto ad altri settori della vita economica e sociale – ha detto Americo Cicchetti, Professore ordinario di Organizzazione Aziendale della Facoltà di Economia e Direttore Altems -. Abbiamo vissuto una grande onda emotiva dopo il lockdown, pensavamo di aver capito la lezione, invece tutto si è sciolto perché le priorità sono diventate altre: la crisi energetica, la guerra in Ucraina. Ma come ci ha chiesto Papa Francesco, dobbiamo riflettere per evitare che l’immane tragedia della pandemia passi senza aver lasciato un insegnamento. In questo caso abbiamo deciso di farlo con chi si occupa di fare comunicazione, perché la salute ha bisogno di competenze che provengono dalla storia personale di molti professionisti”. 

Mariagrazia Fanchi, Professore Ordinario della Facoltà di Lettere e Filosofia e Direttrice Almed, ha posto l’accento sulla “difficoltà nel gestire una pluralità di canali che è cresciuta, mentre le istituzioni non hanno a disposizione professionisti adeguati a rispondere a questa pressione mediatica. Avere una mappa di come le persone si informano e capire come veicolare al meglio il messaggio, è fondamentale. Per esempio: Twitch è una piattaforma utilizzata dai preadolescenti, ma non è detto che parlare di salute su Twitch sia una buona scelta. Abbiamo tanti canali e tanti pubblici da soddisfare”.

Alfredo D’Ari, Direttore generale della comunicazione e dei rapporti europei e internazionali del ministero della Salute, ha spiegato che “il Covid ha dato una spallata decisiva alla modalità di comunicare delle istituzioni nei confronti dei cittadini. Non si potrà più prescindere da un canale di comunicazione permanente, una comunicazione scientificamente certificata che sia in sinergia con tutti i soggetti interessati”.

L’infettivologo Roberto Ieraci, e Stefano Vella, docente dell’Università Cattolica, hanno sottolineato che la pandemia non soltanto non è finita, ma ciò che ci attende è “un inverno difficile da gestire”. Per Ieraci “le agenzie regolatorie Fda ed Ema dovrebbero parlarsi di più e avere una comunicazione unica sui vaccini. In passato non è stato così e questo ha creato dei problemi nel messaggio che è arrivato alla cittadinanza. Oggi registriamo una fatica nelle vaccinazioni, mentre il nostro sistema sanitario deve essere preparato a comunicare bene e per tempo qual è la situazione. Inoltre è importante che i cittadini abbiano la possibilità di accedere ai vaccini nel modo più comodo e immediato”.

Sulla stessa lunghezza d’onda Vella: “Il Covid potrebbe crearci di nuovo dei problemi. Bisogna dirlo chiaramente anche se le persone sono stanche di essere terrorizzate. Per farlo ci sono modi delicati di trasmettere l’informazione, serve una comunicazione soft, non aggressiva, che arrivi a tutti. Si tratta di un problema culturale da superare”.

Su questo Teresa Petrangolini, Direttrice Patient Advocay Lab Altems, ha aggiunto: “Perché una comunicazione sia efficace, ci vuole un rapporto di fiducia tra chi comunica e chi riceve. Purtroppo nei mesi passati c’è stata una sottovalutazione della capacità delle persone di ragionare. Detto questo, sarebbe importante per il futuro puntare sui ‘gatekeeper’, ossia trasmettitori di informazioni tra persone uguali, sull’esempio di quanto avvenne con l’entrata in vigore dell’Euro. A quei tempi vennero fatte delle campagne per dire ai cittadini che la nuova moneta non era una tragedia, ma un’opportunità. I ‘gatekeeper’ di allora erano farmacisti, sacerdoti, parrucchieri. Oggi, con il Covid, potrebbero esserlo i medici di famiglia. Questo significherebbe allargare la comunicazione introducendo un elemento di fiducia”. 

Marco Magheri, segretario generale dell’Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale, ha concluso: “Non ci si improvvisa comunicatori perché ci sono rischi concreti. Una buona comunicazione pubblica e istituzionale è fatta di formazione codificata, fa riferimento ai testi deontologici e al senso di responsabilità del nostro agire. La scelta di una parola o di un canale sbagliato può creare disastri, mentre oggi bisogna basarsi sull’ascolto e avere chiara una mappa del mondo in cui comunicare”.

20 Ottobre 2022

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