Hiv. In Toscana 157 nuovi casi nel 2019 contro i 344 del 2016. Incidenza più alta media italiana

Hiv. In Toscana 157 nuovi casi nel 2019 contro i 344 del 2016. Incidenza più alta media italiana

Hiv. In Toscana 157 nuovi casi nel 2019 contro i 344 del 2016. Incidenza più alta media italiana
I casi di Aids sono stabili negli ultimi anni ma comunque più alti della media nazionale, con un’incidenza di 1,3 per 100.000 residenti contro lo 0,9. Una quota sempre maggiore di pazienti si presenta tardi alla prima diagnosi di sieropositività (solo il 30% effettua spontaneamente il test per percezione di rischio). E nel contesto nazionale, per la prima volta dal 2009, la Toscana con 3,8 nuove diagnosi per 100.000 residenti ha un’incidenza più bassa rispetto alla media italiana (4,2). LE SLIDE

Continuano a diminuire i casi di infezione da Hiv: dai 344 casi registrati in Toscana nel 2016 siamo passati a 157 nel 2019. I casi di Aids sono stabili negli ultimi anni e la Toscana con un’incidenza di 1,3 per 100.000 residenti si mantiene tra le regioni italiane con incidenza più alta (Italia: 0,9 per 100.000). Sono questi i dati comunicati da Ars (Agenzia regionale di Sanità) in occasione della Giornata internazionale sull’Aids che ricorre oggi, primo dicembre. In Toscana il sistema di sorveglianza di Hiv e Aids è affidato ad Ars, che dal 2004 gestisce il Registro regionale Aids (Rra) e dal 2009 le notifiche delle nuove diagnosi di Hiv.

“Se da un lato – illustra la regione in una nota che sintetizza i dati – si assiste a una diminuzione delle notifiche da Hiv (ancor più evidente nell’ultimo anno), dall’altro si sta osservando un graduale aumento dei casi tra gli omosessuali maschi: la proporzione di casi attribuibili a trasmissione tra uomini è passata dal 48,5% nel 2009-2010 al 54,4% nel 2017-2019. Nel contesto nazionale, per la prima volta dal 2009, la Toscana con 3,8 nuove diagnosi per 100.000 residenti ha un’incidenza più bassa rispetto alla media italiana (4,2 per 100mila residenti)”.

“Anche se i dati forniti da Ars sono complessivamente incoraggianti, non possiamo abbassare la guardia – commenta l’assessore alla sanità, Simone Bezzini -. Dobbiamo continuare a investire sulla prevenzione e a favorire la diagnosi precoce. Ancora oggi c’è chi scopre tardi la propria sieropositività, perché non percepisce il rischio cui va incontro, se non ne è consapevole. Da parte nostra continueremo a mantenere alta l’attenzione su queste patologie, cercando di agevolare l’accesso ai servizi per la diffusione del test, nonostante le difficoltà determinate dalla pandemia in atto”.

“Una quota sempre maggiore di pazienti si presenta tardi alla prima diagnosi di sieropositività, cioè in una fase già avanzata di malattia con un quadro immunologico compromesso e spesso già in Aids – aggiunge Fabio Voller, coordinatore di Ars -. Questo comportamento è collegato con la bassa o moderata percezione del rischio di Hiv nella popolazione che effettua il test solo quando vi è il sospetto di una patologia Hiv correlata o una sospetta malattia trasmissibile sessualmente o un quadro clinico di infezione acuta. E solo il 30% lo effettua spontaneamente per percezione di rischio. I pazienti che si presentano tardi alla diagnosi sono più frequentemente eterosessuali maschi, stranieri e di età più avanzata. Si sta osservando comunque negli anni un trend in aumento di diagnosi tardive anche tra gli omosessuali maschi”.

La diagnosi precoce dell’infezione da Hiv presenta benefici sia per il singolo individuo, in quanto permette il tempestivo inizio di terapie mirate con riduzione della mortalità e morbilità correlata con Hiv e conseguente allungamento dell’aspettativa di vita, sia per la salute pubblica, perché la conoscenza del proprio stato comporta l’assunzione di comportamenti sessuali consapevoli.

La Regione evidenzia anche che “sebbene siano necessari ulteriori studi più ampi per chiarire meglio l'impatto dell'infezione da Hiv su Covid-19, i dati a oggi dicono che una persona con Hiv in trattamento terapeutico efficace, se contrae il Covid-19, non ha un rischio di peggior decorso rispetto a una persona Hiv-negativa. Altri fattori potrebbero, però, complicarne il decorso e tra questi: una più elevata età (> di 60/65 anni), la presenza di altre patologie polmonari concomitanti, l’essere fumatori o fumatrici o avere un numero ridotto di CD4 (linfociti T helper, cioè cellule di riferimento nella risposta immunitaria”).

“La diagnosi tardiva – conclude il rapporto di Ars – suggerisce problemi persistenti con l'accesso e la diffusione del test. Per ridurre l'alta percentuale di persone con diagnosi tardiva, è essenziale dare priorità a una serie di interventi di sanità pubblica, finalizzati ad aumentare la consapevolezza sul grado di diffusione dell’infezione e sulle modalità di trasmissione e prevenzione e facilitare all’accesso ai test. Le misure necessarie per il contenimento della pandemia Covid-19 potrebbero, invece, ridurre l’accesso ai servizi”.

01 Dicembre 2020

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