Liste d’attesa. In Lombardia si litiga. Pd: “La sperimentazione della giunta ha fallito”. Mantovani: “I vostri dati sono fuorvianti”

Liste d’attesa. In Lombardia si litiga. Pd: “La sperimentazione della giunta ha fallito”. Mantovani: “I vostri dati sono fuorvianti”

Liste d’attesa. In Lombardia si litiga. Pd: “La sperimentazione della giunta ha fallito”. Mantovani: “I vostri dati sono fuorvianti”
Un’indagine condotta dal Pd sugli effetti della delibera del luglio scorso che ha stanziato 25 milioni per smaltire le liste d’attesa dimostrerebbe il flop dell’iniziativa. E inoltre la maggioranza dei soldi sarebbe andata al privato. L’assessore alla Sanità respinge le accuse. Ma il Pd incalza: “Meglio fare come in Veneto con orari di apertura più estesi”

Il fondo di 25 milioni da spendere in quattro mesi non è bastato a decretare il successo della sperimentazione avviata dalla Lombardia per abbattere le liste d’attesa per le prestazioni più critiche. Questo almeno il parere del gruppo regionale del Pd per il quale la delibera della Giunta regionale, che da luglio scorso ha introdotto, con le Regole di sistema di fine 2012, la possibilità di acquistare in via sperimentale prestazioni ambulatoriali presso strutture private accreditate, a contratto e non, è stata un flop. I soldi impegnati infatti sono andati per il 74% a strutture private e in alcune Asl gli ospedali pubblici non hanno neanche partecipato al bando.
 
“Ad oggi non sappiamo ancora ufficialmente – spiega la vicepresidente Pd del Consiglio regionale Sara Valmaggi – se i soldi stanziati sono serviti a contenere almeno in parte le liste d’attesa nella nostra regione, perché l’Assessorato non ha ancora effettuato un monitoraggio”. La delibera di luglio aveva messo a disposizione 25 milioni di euro per sfoltire le liste d'attesa per le prestazioni più “critiche”, cioè quelle che nell’ultimo quadrimestre dell’anno solitamente non riescono ad essere erogate nei tempi stabiliti, e dato indicazione alle Asl di approvare dei singoli bandi per ridistribuire queste risorse alle strutture che effettuano esami diagnostici e prestazioni ambulatoriali. “Paradossalmente però le risorse – continua Valmaggi – non sono state messe a disposizione di quelle strutture che avevano contenuto il budget. I limiti imposti alle strutture pubbliche e alle private già accreditate per poter partecipare, e la mancata informazione ai cittadini hanno portato al fallimento della sperimentazione”.
 
Diversi i requisiti richiesti per poter partecipare a questi bandi: nessun limite per i privati accreditati senza contratto, l’obbligo di avere una previsione di extraproduzione, almeno del 105%, invece per le strutture pubbliche e private con contratto, escludendo quindi di fatto, accusa il Pd, “chi virtuosamente aveva programmato di rientrare nei tetti di spesa attribuiti ad inizio anno”. In questo modo solo un quarto delle risorse è andato alle strutture pubbliche, mentre in 5 Asl (Monza e Brianza, Como, Lecco, Lodi e Milano 2) il pubblico non ha neanche partecipato al bando perché non rispondeva ai requisiti richiesti. Nemmeno il privato senza contratto ha aderito al bando se non in pochi casi.
 
A queste conclusioni il Pd è giunto dopo un'indagine, partita dagli strumenti a disposizione del cittadino comune, e cioè il Centro unico di prenotazione (Cup), le singole strutture, e il sito dell’Asl di Milano città (l’unico che riporta i dati di attesa in tempo reale) per chiedere i tempi di attesa di quelle visite ed esami ritenuti critici dalla Regione, e quindi “beneficiati” dalle risorse aggiuntive.  Si è così visto che i tempi di attesa sono disattesi nella gran parte delle strutture sia per la specialistica ambulatoriale che per gli esami diagnostici. Ad esempio avere una risonanza magnetica della colonna, con e senza contrasto, in 40 giorni, è molto difficile: si va dai 70 giorni dell'ospedale San Carlo Borromeo ai 124 giorni del San Raffaele, dai 59 giorni del Niguarda e 104 giorni del Sacco ai 120 giorni del Policlinico. Lo stesso per un’ecografia al seno: rispetto ai 40 giorni individuati dalla Regione, ci si deve scontrare con i 70 del Niguarda, San Carlo Borromeo e Policlinico, i 120 giorni del Sacco, i 240 giorni dell’Istituto nazionale Tumori, e i 200 del San Raffaele.
 
E oltre alle lunghe attese, c'è anche da rilevare, secondo il Pd, che per il cittadino avere le informazioni non è affatto facile. Anche se tramite il Cup dovrebbe poter accedere a tutte le agende di tutte le strutture erogatrici, in realtà il servizio prenotazioni del Cup per l’Asl Città di Milano è attivo solo per Fatebenefratelli, Istituti Clinici di perfezionamento, Gaetano Pini, Policlinico, Niguarda, Sacco, San Paolo e San Carlo Borromeo per esami diagnostici, mentre non lo è per le altre strutture private accreditate, che hanno ricevuto risorse per la sperimentazione. Per avere informazioni su queste strutture bisogna chiamare il numero verde del call center generale della Regione, assente dai numeri utili sul sito dell’Asl Città di Milano. Infine le asl sono riuscite ad impegnare solo una parte delle risorse, 20 milioni sui 25 previsti.
 
Ma l'assessore lombardo alla Salute, Mario Mantovani, non ci stae definisce “fuorvianti” questi dati, in quanto “non è possibile misurare il rispetto dei tempi di attesa concentrandosi solo su alcuni presidi. In Lombardia – precisa – i pazienti possono scegliere gli ospedali a cui rivolgersi, e il tempo di attesa va misurato rispetto alla possibilità del sistema nel suo complesso di garantire la prestazione. Se poi il paziente vuole rivolgersi a una determinata struttura, è una legittima scelta personale". Inoltre, secondo Mantovani, i dati forniti non sarebbero corretti, visto che per la risonanza della colonna e l'ecografia mammaria bilaterale ci sono più di 10 strutture che erogano la prestazione in meno di 40 giorni e altri presidi in poco più di 7 giorni. A ciò deve aggiungersi, sottolinea l'assessore, che “nel 2013 le prestazioni erogate dal Sistema sanitario lombardo sono aumentate di circa il 2% rispetto al 2012, pari a 48 milioni di euro di maggior produzione”. Quanto alle critiche sull'apertura ai privati senza contratto, Mantovani replica che “gli erogatori pubblici e privati, che non riuscivano a gestire le richieste già in essere, difficilmente avrebbero potuto erogare prestazioni aggiuntive per ridurre le liste d'attesa”.
 
Il Pd dal canto suo ribatte rilevando come la loro indagine certifica quello che accade al cittadino che si rivolge al Cup, e che il doversi rivolgere al numero regionale, nel caso delle strutture private, presuppone tempo e conoscenza di altre strutture sanitarie che non tutti hanno. Meglio sarebbe, conclude Valmaggi, “prendere in considerazione l’esperienza di altre Regioni, come il Veneto, che per poter far accedere alle prestazioni più rapidamente un maggior numero di pazienti ha ampliato orari e giorni per visite ed esami”. 
 
Adele Lapertosa

Adele Lapertosa

29 Novembre 2013

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