Cancro al seno. Un nuovo dispositivo analizza 70 geni e “individua” le candidate alla chemioterapia

Cancro al seno. Un nuovo dispositivo analizza 70 geni e “individua” le candidate alla chemioterapia

Cancro al seno. Un nuovo dispositivo analizza 70 geni e “individua” le candidate alla chemioterapia
Un nuovo dispositivo di analisi per il cancro alla mammella è in grado di esaminare 70 geni; questo screening permette ad alcune donne di evitare la chemioterapia per il cancro al seno in stadio precoce. Il dispositivo si chiama MammaPrint ed è stato valutato, nell’arco di 5 anni, dallo studio MINDACT.

(Reuters Health) – Un nuovo dispositivo di analisi per il cancro alla mammella è in grado di esaminare 70 geni; questo screening permette ad alcune donne di evitare la chemioterapia per il cancro al seno in stadio precoce. Il dispositivo si chiama MammaPrint ed è stato valutato, nell’arco di 5 anni, dallo studio MINDACT. MammaPrint classifica infatti i tumori in gruppi di prognosi buona o cattiva, sulla base del rischio di recidiva a lungo termine, ed è stato approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) per distinguere le pazienti che hanno un rischio significativo di recidiva a distanza e di morte da quelle a basso rischio.
 
Lo studio
Ricercatori provenienti da 112 istituti in nove Paesi europei hanno analizzato l’utilità clinica di aggiungere l’analisi di 70 geni ai criteri clinico-patologici standard, selezionando donne con carcinoma mammario in stadio precoce per la chemioterapia adiuvante.

Fatima Cardoso, della Champalimaud Clinical Center-Champalimaud Foundation di Lisbon,a e colleghi hanno identificato le pazienti in base alla loro analisi genetica e al loro rischio clinico (in base alla loro probabilità di sopravvivenza a 10 anni dal cancro al seno senza terapia sistemica) e hanno assegnato in modo casuale quelle con risultati discordanti (ad alto rischio clinico e basso rischio genomico o basso rischio clinico e alto rischio genomico) al gruppo di chemioterapia o a quello non-chemioterapia sulla base del risultato clinico o genomico.

I risultati
Dopo cinque anni, le donne ad alto rischio clinico e basso rischio genomico che non avevano ricevuto chemioterapia adiuvante, presentavano un tasso di sopravvivenza a lungo termine senza metastasi del 94,7%, risultato che ha soddisfatto l’obiettivo primario dello studio.

Le donne con alto rischio clinico e basso rischio genomico che hanno subito randomizzazione sulla base del rischio clinico (sottoposte a chemioterapia) hanno avuto un tasso di sopravvivenza senza metastasi a 5 anni del 95,9%, rispetto al 94,4% di quelle che hanno subito la randomizzazione sulla base del rischio genomico (e quindi non hanno ricevuto chemioterapia) (p = 0,27).

Nell’altro gruppo discordante (basso rischio clinico e alto rischio genomico), quelle randomizzate sulla base del rischio genomico (e quindi trattate con chemioterapia) hanno avuto un tasso di sopravvivenza a cinque anni senza metastasi del 95,8%, contro il 95,0% per le donne randomizzate sulla base del rischio clinico (e quindi non trattate con chemioterapia) (p = 0,66).

Nei gruppi discordanti, la sopravvivenza libera da progressione di malattia e la sopravvivenza globale non sono differite significativamente tra il gruppo chemioterapia e il gruppo non chemioterapia.

Il ruolo di MammaPrint
Tra le donne ad alto rischio clinico in questo studio, l’utilizzo di MammaPrint per guidare il trattamento chemioterapico ha determinato una riduzione nell’uso della chemioterapia adiuvante nel 46,2% delle pazienti. La sopravvivenza a cinque anni senza metastasi sarebbe stata del 95,0% con la sola strategia di rischio clinico e del 94,7% con la sola strategia di rischio genomico; in quest’ultimo caso, quindi, si sono ottenuti risultati simili con un carico molto più basso della chemioterapia.

I commenti dei ricercatori
“MINDACT fornisce il massimo livello di prove per dimostrare che l’uso di MammaPrint può ridurre sostanzialmente l’uso della chemioterapia in pazienti con linfonodi negativi e da uno a tre linfonodi positivi al cancro al seno. In altre parole, è in grado di identificare le pazienti cui si può tranquillamente risparmiare un trattamento che può causare effetti collaterali significativi”, sintetizza Cardoso. “Il follow-up è in corso per determinare se queste conclusioni restano valide per i risultati a lungo termine”, concludono i ricercatori.
 
Fonte: N Engl J Med 2016
 
Will Boggs MD
 

(Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

Will Boggs

05 Settembre 2016

© Riproduzione riservata

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