Dialisi a casa. La nuova frontiera per trattare il paziente cronico

Dialisi a casa. La nuova frontiera per trattare il paziente cronico

Dialisi a casa. La nuova frontiera per trattare il paziente cronico
Al Congresso della Società italiana di Nefrologia in corso a Rimini si è parlato anche del Piano nazionale della Cronicità approvato l’anno scorso dal Ministero della Salute e delle sue implicazioni per chi soffre di insufficienza renale.

Puntare sulle cure domiciliari per migliorare la gestione e la qualità della vita del paziente cronico e della sua famiglia. È l’indicazione contenuta nel Piano della Cronicità approvato l’anno scorso dal Ministero della Salute e che ora deve essere recepito dalle singole Regioni. Il documento dedica una particolare attenzione alla malattia renale cronica e all’insufficienza renale.
 
“Il cuore del documento – spiega Paola Pisanti, della direzione nazionale della programmazione sanitaria del Ministero della Salute, a Rimini, dove è in corso il congresso della Società italiana di Nefrologia – è passare dalle linee guida ad un piano di cura personalizzato attraverso lo strumento del Piano diagnostico terapeutico assistenziale che serve per definire, attraverso i vari attori coinvolti, qual è il percorso del paziente nella sua presa in carico dall’ospedale al territori”.

Deospedalizzare un paziente con insufficienza renale significa “migliorare l’aderenza alla terapia grazie alla sanità digitale e, nel caso specifico, alla tele-dialisi”, aggiunge Pisanti, che è anche presidente e coordinatore della commissione Piano nazionale Cronicità.
 
La dialisi peritoneale
Il 10% della popolazione mondiale è affetta da patologie renali croniche. Nel 2010, a livello globale erano circa 2,6 milioni le persone sottoposte a dialisi. Le stime al 2030 parlano di 5,4 milioni. In Italia sono circa 45.000 i pazienti italiani con insufficienza renale cronica terminale che si sottopongono a dialisi. Di questi, meno del 10% è trattato a casa attraverso la metodica della dialisi peritoneale che, a differenza dell’emodialisi, è intracorporea. “La dialisi peritoneale è una dialisi domiciliare che usa come membrana dializzante il peritoneo – spiega Giusto Viglino, direttore della Struttura complessa di Nefrologia, Dialisi e Nutrizione dell’ospedale San Lazzaro di Alba (Cuneo) – Può essere realizzata con degli scambi manuali 3-4 volte al giorno o con un’apparecchiatura da attivare la notte, mentre il paziente dorme”.

“Con la dialisi peritoneale siamo in grado di far stare meglio il paziente non solo dal punto di vista clinico, ma anche e soprattutto in termini di qualità di vita, perché possiamo adattare la terapia alle esigenze personali di ciascun individuo – commenta Claudio Ronco, direttore del Dipartimento di Nefrologia, Dialisi e Trapianto dell’Ospedale San Bortolo di Vicenza – Inoltre, curare i pazienti a casa permette di generare anche un risparmio considerevole nei costi sanitari delle Regioni”. Nel dipartimento diretto da Ronco, la percentuale di pazienti in trattamento domiciliare oscilla tra il 35 e il 42%.

Sotto il profilo tecnico la dialisi peritoneale espone l’organismo a un minore stress emodinamico, garantisce un buon controllo dell’anemia, un minor rischio di disturbi del ritmo cardiaco, non necessita di un accesso vascolare e salvaguarda la funzione renale residua.

Tra i benefici più importanti associati a questo tipo di trattamento c’è una maggiore preservazione della funzionalità renale residua. Uno studio pubblicato sul Clinical Journal of the American Society of Nephrology ha evidenziato che i pazienti che hanno ricevuto il trapianto di rene – e che precedentemente erano in terapia con la dialisi peritoneale – presentano, rispetto a quelli trattati in emodialisi, un tasso di sopravvivenza al trapianto maggiore.
“L’ausilio della tecnologia – conclude Ronco – e dell’innovazione attraverso piattaforma interattive, il Cloud e sistemi di raccolta dati, ci permette di diventare per il paziente una “famiglia digitale” che lo accoglie e lo cura. Abbiamo tutto a disposizione: quello che manca ad oggi è l’avvio di politiche sanitarie mirate, volte alla reale incentivazione delle terapie domiciliari e, contemporaneamente un’adeguata formazione del personale”.
 
Best practice da diffondere a livello nazionale
Con il Piano della Cronicità il Ministero vuole anche individuare i modelli migliori, sperimentati a livello regionale, da estendere sull’intero territorio nazionale. “A livello del Ministero della Salute è prevista una cabina di monitoraggio che seguirà l’applicazione del Piano, evidenzierà le best practice e quindi i modelli che potranno poi essere implementati a livello nazionale”, evidenzia Pisanti.

La sperimentazione riguarderà non solo la domiciliarità e l’assistenza attraverso la telemedicina, ma anche la remunerazione: “Ci rendiamo conto che il percorso del malato cronico e della persona con insufficienza renale non può essere trattato alla stregua della malattia acuta – osserva Pisanti – Abbiamo quindi bisogno di un sistema di remunerazione a budget di percorso”.

Alcune Regioni hanno capito fin da subito l’importanza di incentivare la gestione del malato cronico a casa, che consente un risparmio significativo per il Sistema sanitario. “La peritoneale costa meno dell’emodialisi – sostiene Viglino – In Piemonte si è calcolato che, con il risparmio che si ottiene dal non dover trasportare il paziente in ospedale tre volte la settimana, si può dare un incentivo ai caregiver che si occupano dei pazienti dializzati al loro domicilio”. Da alcuni anni la Regione sta sperimentando questo modello che, per il nefrologo, funziona ed è economicamente vantaggioso.


 


Michela Perrone

Michela Perrone

06 Ottobre 2017

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