Epatite C. Da Washington tutti i dati sull’efficacia di Sofosbuvir 

Epatite C. Da Washington tutti i dati sull’efficacia di Sofosbuvir 

Epatite C. Da Washington tutti i dati sull’efficacia di Sofosbuvir 
Arrivano dal congresso dell'American Association for the Study of Liver Diseases i risultati sul virus di genotipo 3. Buone risposte sia sui pazienti co-infetti da Hiv, che su persone che si sono sottoposte a trapianto di fegato. Il farmaco è ancora sperimentale ed è prodotto da Gilead Sciences. Ecco tutti i risultati.

L’infezione HCV è la causa più comune di trapianti di fegato negli Stati Uniti e in Europa. Oltre il 90% dei pazienti manifestano la ricomparsa dell’infezione HCV dopo essere stati sottoposti a un trapianto di fegato e tra queste persone circa il 50% sviluppa la cirrosi del fegato nei successivi cinque anni. Un trattamento di successo dell’HCV prima del trapianto dovrebbe ridurre il rischio di re-infezione e relative complicanze, ma al momento le opzioni di trattamento disponibili sono spesso inefficaci e poco tollerate dai pazienti in fase pre e post trapianto. È proprio questo a cui mira sofosbuvir, inibitore nucleotidico della polimerasi NS5B, testato in associazione con ribavirina (RBV) in diversi studi di Fase 2 volti alla valutazione di un regime completamente orale e giornaliero. Sia per quanto riguarda la prevenzione che per il trattamento dell’infezione cronica e recidiva da virus dell’epatite C (HCV) in pazienti sottoposti a trapianto di fegato il farmaco ha dimostrato di poter fare mantenere ai pazienti una risposta virologica superiore al 60%. Tali dati sono stati presentati nel corso dell’AASLD (American Association for the Study of Liver Diseases) che si è svolto a Washington dal 1° al 5 novembre
 
Durante uno studio condotto tra pazienti affetti da HCV in fase di pre trapianto (Studio 025), è stata somministrata una terapia a base di sofosbuvir/RVB fino a 48 settimane. Tra i pazienti con HCV impercettibile (<25 IU/mL) al momento del trapianto, il 64% (n=25/39) ha esibito una risposta virologica 12 settimane dopo il trapianto (pTVR12). I pazienti che hanno esibito pTVR12 sono considerati curati dall’infezione are HCV. Durante un secondo studio condotto tra pazienti HCV in stato post trapianto (Studio 126), i pazienti con una infezione HCV recidiva diagnosticata in seguito al trapianto di fegato sono stati sottoposti a una terapia di 24 settimane a base di sofosbuvir/RBV. Ad oggi il 77% (n=27/35) dei pazienti di questo studio hanno esibito una risposta virologica sostenuta quattro settimane dopo il trattamento (SVR4).
Il 3% e il 5% dei pazienti hanno interrotto il trattamento a causa di eventi avversi, rispettivamente durante gli studi pre e post trapianto. Nessun grave evento avverso riportato è stato associato al sofosbuvir. Gli effetti collaterali più comuni rilevati erano coerenti con il profilo di sicurezza di RVB, e includevano senso di affaticamento, anemia, mal di testa e nausea nello studio pre-trapianto, e senso di affaticamento mal di testa, artralgia (dolore alle articolazioni) e diarrea nello studio post trapianto.
 
“Il ripresentarsi dell’HCV in seguito a un trapianto di fegato si verifica quasi sempre durante la pratica clinica. Questi pazienti sono a più alto rischio per progressione della malattia, sviluppo di cirrosi, rigetto del fegato trapiantato, ri-trapianto e presentano un più alto tasso di morbosità e mortalità” ha dichiarato Michael P. Curry, MD, Direttore Medico, Trapianto di Fegato presso il Centro Medico Beth Israel Deaconess, Boston, e uno dei ricercatori per le sperimentazioni pre e post trapianto. “Durante questi studi, il sofosbuvir ha chiaramente dimostrato il potenziale per migliorare i risultati del paziente sia tramite la prevenzione sia tramite il trattamento effettivo dell’infezione da HCV in seguito a un trapianto di fegato.”

07 Novembre 2013

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