L’industria farmaceutica è uno dei pilastri dell’economia italiana, ma la sua tenuta futura non è scontata. A lanciare l’allarme è Valentino Confalone, Amministratore Delegato e Country President di Novartis Pharma, intervenuto nel corso di un evento stampa dedicato alle prospettive del settore e alle sfide competitive che attendono l’Europa e il nostro Paese. “I numeri parlano chiaro – ha sottolineato Confalone –. L’industria farmaceutica italiana nel 2024 ha raggiunto un valore di 56 miliardi di euro di produzione, con 54 miliardi di export con una bilancia commerciale positiva di circa 21 miliardi. È uno dei settori che contribuisce in modo più rilevante alla crescita economica del Paese”.
Un comparto che, oltre al valore industriale, investe in modo significativo in innovazione: “In Italia il settore farmaceutico investe circa 4 miliardi di euro l’anno in ricerca e sviluppo. Parliamo di occupazione qualificata, competenze avanzate e ricadute dirette sulla salute dei cittadini”. Secondo Confalone, però, il contesto internazionale sta cambiando rapidamente. “L’Europa è oggi stretta in una sorta di sandwich competitivo. Da un lato stiamo perdendo capacità di generare innovazione, dall’altro le politiche industriali e sanitarie statunitensi stanno rendendo gli Stati Uniti sempre più attrattivi per gli investimenti”.
Il dato sui brevetti è emblematico: “Quindici anni fa Europa e Stati Uniti generavano percentuali simili di nuovi brevetti farmaceutici. Oggi gli Stati Uniti sono al 34%, la Cina al 28% e l’Europa è scesa al 20%. Se guardiamo all’Italia, il dato è probabilmente ancora più basso”. Confalone ha chiarito che non si parla di dismissioni industriali: “Nessuno sta pensando di smantellare gli impianti in Europa o in Italia. Il punto vero sono le decisioni marginali: dove fare un nuovo impianto, dove sostituire una linea produttiva, dove allocare nuova capacità”.
“In ogni singola scelta – ha spiegato – il peso delle politiche americane si farà sentire. Il rischio è che sempre più spesso l’ago della bilancia si sposti verso gli Stati Uniti, non per ideologia ma per convenienza industriale”. Da qui la richiesta di una svolta: “In Italia c’è una forte consapevolezza politica dell’importanza del settore farmaceutico, e questo va riconosciuto. Ma manca ancora un quadro organico, una vera strategia industriale di filiera”.
Sul fronte della domanda, Confalone ha indicato una priorità chiara: “Dobbiamo rendere strutturali gli investimenti in innovazione. Oggi spendiamo circa lo 0,48% del PIL. Portarli almeno allo 0,60% significherebbe ridurre il gap con gli Stati Uniti, che investono circa lo 0,80%, e dare un segnale di stabilità nel medio-lungo periodo”.
Altro nodo critico è l’accesso all’innovazione terapeutica. “Oggi tra negoziazione nazionale e passaggi regionali si arriva anche a 18–24 mesi prima che un farmaco sia realmente disponibile ai pazienti. I tempi, anziché ridursi, si sono allungati”. La proposta dell’industria è pragmatica: “Meccanismi di free pricing iniziale per i farmaci realmente innovativi, con accesso immediato e una compensazione ex post una volta conclusa la negoziazione. Non è un regalo all’industria, è tempo guadagnato per i pazienti”.
Sul fronte della ricerca clinica, Confalone non usa mezzi termini: “Se in Spagna uno studio si attiva in sei settimane e in Italia servono sei mesi, il problema è enorme. Chi parte prima finisce prima. E quando si deve scegliere dove collocare uno studio cruciale, la scelta cade su chi è più efficiente. La riforma dei Comitati Etici, recepita nel 2024, è un passo avanti importante. Ora però serve coerenza applicativa e una reale semplificazione dei processi, anche attraverso la digitalizzazione”.
Confalone ha poi richiamato il tema del payback farmaceutico, indicandolo come uno dei nodi strutturali che condizionano l’attrattività del Paese: “Sul payback questo è il momento di agire. Il 2025 segna un fatto importante: per la prima volta dal 2012, da quando sono stati introdotti i tetti sulla spesa ospedaliera, il payback non crescerà. È un risultato che riconosciamo”. Ma, ha avvertito, la partita non può chiudersi con un semplice congelamento: “Bloccarne la crescita è un passo avanti, ma non può diventare la soluzione. Se vogliamo aumentare investimenti in innovazione, ricerca clinica e nuove tecnologie, il payback così com’è non è sostenibile nel medio periodo: serve un riassetto strutturale, altrimenti ogni misura pro-innovazione rischia di essere neutralizzata a valle”.
Il messaggio lanciato dal CEO di Novartis Italia è netto: “Le scelte che facciamo oggi determineranno dove andranno gli investimenti domani. Senza una politica industriale chiara, senza tempi certi e senza un sistema che premi l’innovazione, rischiamo di perdere il prossimo ciclo di sviluppo. E quello, una volta perso, non si recupera più”.