Il farmaco “spazzino” delle cellule che provocano l’Alzheimer

Il farmaco “spazzino” delle cellule che provocano l’Alzheimer

Il farmaco “spazzino” delle cellule che provocano l’Alzheimer
Persone a rischio di demenza senile sottoposte a cure per ridurre le cellule che provocano la malattia. Lo studio è partito da una sperimentazione sui topi e su materiale da autopsia che ha dato risultati confortanti. Otto centri italiani impegnati e 60 nel mondo

Per il morbo di Alzheimer  si avvicina una possibilità di terapia.  Quando fra un paio d’anni  si apriranno le buste della sperimentazione,  si saprà se l’iniezione mensile di Gantenerumab, sviluppato da Roche, avrà avuto l’effetto di attaccare  le cellule di beta amiloide che favoriscono la formazione di placche nel cervello che uccidono  i neuroni della memoria.  Ma è presto per dire se i 600.000 malati colpiti ora dal morbo di Alzheimer potranno beneficiare della cura.  La sperimentazione, infatti, ha lo scopo di prevenire l’insorgenza della malattia, quindi per ora, si sperimenta soltanto su quelle persone che, per familiarità o per diagnosi precoce, si ritiene che possano essere a rischio di soffrire di Alzheimer nei successivi  10 o 20 anni
 
I Centri– E’ l’ipotesi avanzata dai ricercatori che in tutto il mondo (60 Paesi coinvolti) stanno sperimentando su persone  sane gli effetti dell’anticorpo monoclonale che è stato studiato su un piccolo numero di pazienti e su materiale cerebrale proveniente da autopsie.  Otto sono i centri italiani che hanno avviato la sperimentazione (2 a Milano, Brescia, Firenze, Ancona, Roma, Perugia e Modena).  “I malati sono stati scelti in base a criteri oggettivi – dice il professor Massimo Franceschi, direttore della divisione di neurologia dell’ospedale di Castellanza della Multimedica – primo fra tutti la perdita di memoria confermata dai test. Poi i candidati sono stati sottoposti a una risonanza magnetica specifica e in seguito a rachicentesi. La sperimentazione prevedeva  anche l’esecuzione di un test sulle amiloidi, ma le nostre istituzioni sanitarie non anno ancora approvato  questo tipo di esame”.
 
La ricerca  – Ma il farmaco ha effetti collaterali? “Per il momento nessuno – aggiunge Franceschi – perché la molecola impiegata, che supera la barriera ematoencefalica, colpisce le cellule beta-amiloide, staccandole dal cervello e gettandole nel sangue come “spazzatura” da eliminare”.  Gli effetti della sperimentazione saranno conosciuti fra 2 anni quando sapremo se alla fine del ciclo di cura i pazienti resteranno stabili nella memoria per almeno 2 anni. Lo studio è cominciato qualche anno fa grazie ad alcuni ricercatori che hanno scoperto che  il trattamento con l'anticorpo  monocolonale  Gantenerumab  sembrava ridurre i livelli di beta-amiloide nei pazienti affetti da Alzheimer. A  dirlo è un piccolo studio pubblicato su Archives of Neurology,  ad opera di Susanne Ostrowitzki e dei suoi collaboratori.  I risultati dello studio clinico di fase I e dello studio in vitro dimostrano che il trattamento con  Gantenerumab  porta a una diminuzione della beta-amiloide  mentre i pazienti che non assumevano il farmaco hanno mostrato un aumento della placca.

Gli studi – Lo studio iniziale è stato condotto da tre centri medici universitari che hanno arruolato 16 pazienti affetti da Alzheimer di grado lieve-moderato e gli autori hanno concluso che a fine trattamento i pazienti sono stati sottoposti a una analisi PET la quale ha dimostrato che la percentuale di riduzione dei livelli di amiloide nell’area corticale del cervello,  rispetto all’inizio del trattamento e confrontato con pazienti che avevano assunto il placebo (n=4), era del 15,6% per i soggetti che assumevano 60mg (n=6) e del 35,7% per il gruppo che assumeva 200mg (n=6).
Lo studio ex vivo, invece, è stato eseguito incubando tessuto celebrale  (ottenuto da intervento chirurgico) da 2 soggetti affetti da Alzheimer  e trattati con Gantenerumab.  E’  stato osservato che l’anticorpo monoclonale induce la fagocitosi dell’amiloide.  La conclusione degli autori è stata che lo  studio dimostra che da 2 a 7 mesi di trattamento il farmaco porta a una riduzione dell’amiloide nel cervello in pazienti affetti da Alzheimer e che i soggetti con Alzheimer  di grado lieve-moderato in trattamento con placebo presentano un continuo aumento dei livelli di amiloide.
La proteina beta amiloide è un peptide che costituisce le placche di amiloide che si trovano nei pazienti con malattia di Alzheimer. Lo studio di farmaci che agiscono contro la placca dovrebbe portare anche a chiarire la vera patogenesi della malattia e,  speriamo, a trovare una cura definitiva.
 
Edoardo Stucchi

Edoardo Stucchi

15 Dicembre 2013

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