Infarto. Dopo il ricovero troppi pazienti tornano a casa con il cuore malato

Infarto. Dopo il ricovero troppi pazienti tornano a casa con il cuore malato

Infarto. Dopo il ricovero troppi pazienti tornano a casa con il cuore malato
L’intervento dei cardiologi è tempestivo, ma il lavoro da fare dopo l’infarto rimane molto soprattutto per quanto riguarda l’insufficienza cardiaca. A fare il punto sono gli esperti riunitisi al congresso “Heart Failure - Drug development at the crossroad”.

La risposta all’infarto è pronta ed efficace. Oggi molte persone sopravvivono grazie a interventi tempestivi, chirurgia di precisione e farmaci in grado di salvare il cuore. C’è però ancora molto da fare dopo l’infarto, dato che ancora troppi pazienti tornano a casa con un cuore malato. In questi pazienti, negli ultimi anni, la mortalità nei primi 60 giorni dopo le dimissioni dall'ospedale non accenna a diminuire. In chi è ad alto rischio la mortalità è del 10%, ma tra tutte le persone colpite da infarto è comunque del 4%.
 
Come intervenire allora? Alla domanda ha cercato di dare risposta il congresso “Heart Failure – Drug development at the crossroad”, organizzato dell’Università degli Studi di Brescia e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. In primo piano l’insufficienza cardiaca, una condizione per la quale il cuore non è più in grado di pompare sangue in misura sufficiente a soddisfare le richieste dell’organismo. Oltre i 65 anni di età lo scompenso cardiaco rappresenta la prima causa di ricovero in ospedale; anche per questo è considerato un problema di salute pubblica di enorme rilievo. A soffrirne in Italia sono circa 600.000 persone e si stima che la sua frequenza raddoppi a ogni decade di età (dopo i 65 anni arriva al 10% circa).
 
“L’infarto spesso provoca un danno al cuore che ha un effetto negativo sulla capacità dell’organo di pompare il sangue. Abbiamo trovato risoluzioni efficaci per risolvere i problemi nella fase acuta, al momento del ricovero, ma sono ancora troppi i pazienti che tornano a casa con un’insufficienza cardiaca”, avverte Savina Nodari, docente di Cardiologia all’Università degli Studi di Brescia e presidente del congresso. “Oggi siamo in grado di correggere i meccanismi che l’organismo mette in atto dopo un infarto, ma che non sono la vera causa dell’insufficienza cardiaca, piuttosto sono un insieme di problemi che si scatenano dopo che la malattia si manifesta. Abbiamo farmaci capaci di correggere meccanismi come l’attivazione dei sistema simpatico e del sistema renina-angiotensina, su cui interveniamo ottenendo buoni risultati e prolungando la vita del paziente, ma non abbiamo terapie mirate sui meccanismi alla base – prosegue Nodari – Per i pazienti tutto ciò spesso significa nuovi ricoveri, una condizione di salute in costante peggioramento e per molti di essi la morte per arresto cardiaco. È dunque necessario trovare molecole che agiscano sul malfunzionamento delle cellule cardiache danneggiate dall’infarto e per avere risultati dobbiamo cambiare in nostro modo di fare studi clinici. Tropo spesso i trial includono soggetti molto diversi tra loro dal punto di vista cardiovascolare: uomini e donne, giovani e anziani, diabetici insieme a pazienti con ipertensione o ipercolesterolemia. Dobbiamo invece realizzare nuovi studi non più uguali per tutti i pazienti, ma personalizzati”.

Da questo punto di vista l’Università di Brescia è in prima linea, essendo coinvolta in un network mondiale di pochi centri selezionati che stanno portando avanti ricerche mirate all’individuazione di nuove terapie efficaci per l’insufficienza cardiaca. “Per alcune molecole, come elamipretide, abbiamo già in corso uno studio sui pazienti con disfunzioni severe che abbiamo in trattamento, e non sono pochi. Infatti sul totale dei pazienti con insufficienza cardiaca che fanno riferimento a Brescia, che sono circa seicento, quelli con disfunzione severa sono circa la metà. Mettiamo poi in condivisione i nostri studi con il network mondiale degli altri centri di ricerca, per confrontare i risultati e impostare studi clinici mirati per trovare farmaci che agiscano sulle cause dell’insufficienza cardiaca. Perché se è vero che il primo obiettivo della cardiologia è quello di prevenire l’infarto, il secondo obiettivo è di salvare la persona e rimandarla a casa con un cuore sano”, conclude Nodari. 

05 Settembre 2016

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