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Covid e bambini. È la febbre il primo sintomo per 8 piccoli su 10. Solo l’8% trasmettono il virus


Bassa quindi la trasmissibilità nelle scuola. Gli adolescenti hanno invece sintomi più simili agli adulti come mal di testa e alterazioni del gusto e dell’olfatto. L’infezione da Sars-CoV-2 nell’infanzia avviene prevalentemente in modo asintomatico o paucisintomatico. I risultati di uno studio multicentrico pediatrico della Società Italiana di Pediatria e dalla Società Italiana di Infettivologia Pediatrica (Sip-Sitip)

30 NOV - La febbre è il sintomo d’esordio più frequente (81,9% dei casi) dell’infezione da Sars-CoV-2 nel bambino, seguita da tosse (38%) e rinite (20,8%). Al quarto posto c’è la diarrea (16%).
Sono i risultati di uno studio multicentrico pediatrico condotto dalla Società Italiana di Pediatria (Sip) e dalla Società Italiana di Infettivologia Pediatrica (Sitip) su oltre 50 dei principali Centri Clinici infettivologici italiani, presentato in occasione del Congresso straordinario digitale della Sip.
 
“Il campione – sottolinea il Presidente Sitip, Guido Castelli Gattinara – ha raccolto 759 pazienti, con più del 20% al di sotto di 1 anno di vita. A oggi può essere considerato il più dettagliato studio europeo sui casi pediatrici di infezione da Covid-19”.

L’indagine ha messo in evidenza che esiste un pattern tipico di presentazione con l’età. “Mentre i bambini sotto l’anno presentano più frequentemente tosse e rinite, i ragazzi più grandi, in età adolescenziale e preadolescenziale, hanno sintomi più tipici a quelli dell’adulto: alterazioni del gusto e dell’olfatto, vomito, mal di testa e dolore toracico” spiegano Silvia Garazzino e Luca Pierantoni, rispettivamente Vicepresidente e Consigliere della Sitip.

L’infezione da Sars-CoV-2 nell’infanzia, rileva lo studio, avviene prevalentemente in modo asintomatico o paucisintomatico: i bambini piccoli si possono infettare, ma spesso senza conseguenze. Si ammalano invece coloro che hanno già una patologia cronica, così come accade negli adulti e negli anziani, spiegano gli autori dello studio precisando che, la raccolta dei casi è stata effettuata prevalentemente in ospedale (il 12 % dei bambini era completamente senza sintomi).

Qual è la ragione per cui i bambini, e in special modo i più piccoli, si ammalano di meno? È ancora da scoprire, sottolineano gli esperti Sitip: “Le varie ipotesi attribuiscono un valore protettivo a una migliore risposta immunitaria, magari per il maggior stimolo delle altre infezioni virali frequenti nell’infanzia, per le tante vaccinazioni, per la minore espressione di recettori ACE-2 presenti nell’infanzia. Tutte ipotesi molto verosimili, ma ancora da confermare”.
 
Solo l’8% dei bimbi sono vettori del virus. Nel corso della sessione Sitip è stata anche presentata un’ampia rassegna di studi internazionali sulla contagiosità dei bambini. “Un’ampia analisi di molti studi scientifici conclude che i bambini raramente sono i ‘carrier’ di Covid: si parla di un 8%. Per fare un confronto basta pensare che nell’epidemia di influenza aviaria H5N1 i bambini avevano, invece, portato l’infezione in famiglia in circa il 50% dei casi”, affermano Castelli Gattinara e Giangiacomo Nicolini, specialista in malattie infettive all’Ospedale San Martino di Belluno e membro del Consiglio direttivo Sitip.

“Il ritorno a scuola è da alcuni associato al ruolo dei bambini nella diffusione del coronavirus di questo autunno. In realtà - sottolineano Castelli Gattinara e Nicolini - tutte le indagini effettuate in vari Paesi del mondo dimostrano che la trasmissione avviene quasi sempre altrove e all’interno delle famiglie e gli studi in ambito scolastico mostrano una bassa trasmissibilità nelle scuola. Ecco perché gli asili e le scuole primarie possono rimanere aperte, con le opportune precauzioni e raccomandazioni di legge per la prevenzione dell’infezione da SARS-CoV-2, anzi devono farlo, data la loro importanza fondamentale per l’educazione e la socializzazione dei bambini”.

A riprova di questo i due infettivologi citano innanzitutto una vasta metanalisi pubblicata a fine settembre sulla rivista ‘Jama Pediatrics’ su un campione di 41.600 bambini e adolescenti, più 269.000 adulti. Lo studio ha mostrato come la condizione di ‘contatto infetto’ è circa la metà nei bambini rispetto agli adulti e anziani (probabilità di rischio: OR = 0,56). Anche la revisione di 81 articoli effettuata da Reza Sinaei della Kerman University of Medical Sciences, e pubblicata a settembre su ‘World Journal of Pediatrics’, mostra come i bambini riportino una minore percentuale di infezioni con manifestazioni meno gravi che negli adulti.

Che i più piccoli presentino una scarsa capacità di trasmettere il virus lo dimostrano pure gli studi sui focolai nelle scuole: “A giugno in Inghilterra su 30 focolai scolastici la trasmissione dai e ai bambini ha interessato solo 8 casi e da bambino a bambino solo 2 casi su 30. In Germania tra marzo e agosto sono stati registrati vari focolai scolastici che hanno rilevato come le infezioni sono state meno comuni nei bambini di 6-10 anni rispetto ai bambini più grandi e agli adulti che lavoravano nelle scuole”.

E uno studio italiano, di Danilo Buonsenso, pediatra della Fondazione Policlinico Agostino Gemelli IRCCS di Roma, sembrerebbe confermare quanto detto fin qui: “Al 5 ottobre un singolo caso di infezione veniva riportato in più del 90% delle scuole, mentre un cluster epidemico con più di 10 studenti è stato riportato da una sola scuola”, concludono i due medici.

30 novembre 2020
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