Brexit. Quale impatto sul farmaco 

Brexit. Quale impatto sul farmaco 

Brexit. Quale impatto sul farmaco 
Il farmaceutico EU è da sempre assai british. Molto domani dipenderà dagli accordi specifici bilaterali o multilaterali che verranno. L’onda lunga della Brexit sperabilmente potrebbe per reazione mitigare in EU l’austerity sul welfare, sanità e farmaceutico inclusi, temperando quella Germania sempre più “uber alles” e paternalistica.

“Fog in the Channel, Continent cut off”. Nebbia sulla Manica, il Continente è isolato. O l’altra: “Decisione storica a Westminster: anche in UK si guiderà finalmente a destra, unica condizione è che il resto del mondo passi a guidare a sinistra”. Sono vecchie e sagaci battute sul senso dei britannici per la propria specificità. Un’”insularità” sentita più nella forma che nella sostanza, per distinguersi più che per proteggersi.
 
Non con questa Brexit, un “farewell” all’EU. Cameron per tre voti in più alle politiche passa alla democrazia diretta, della pancia, di Gesù o Barabba. Parte Pericle e arriva Schettino. Mettendo la testa sul ceppo, Carlo I con Oliver Cromwell. Almeno nell’altra Brexit Enrico VIII aveva ragioni più solide (il décolleté di Anna Bolena)
 
Brexit figlia dell’austerity voluta da Berlino e votata a Bruxelles (molti i tacchini pro-Natale). La Germania fa il surplus commerciale record (8 punti di PIL!), gli altri s’immiseriscono, la Grecia fallisce. Ironie: la Regina Elisabetta ha radici tedesche (fino al 1918 erano Hannover di Sassonia), il consorte Filippo è greco.
 
Che impatto sul farmaceutico? Da oltre 40 anni, in Europa, UK è Paese di riferimento. Regole, pricing e rimborsabilità, grandi industrie, la ricerca di base, i brevetti, gli studi clinici, la farmacoeconomia, l’EMA, i servizi col terziario e l’indotto. Il farmaceutico EU, insomma, è da sempre assai british.
 
Molto domani dipenderà dagli accordi specifici bilaterali o multilaterali che verranno. Per le imprese sotto l’Union Jack sarà nell’insieme probabilmente un po’ più difficile, quindi costoso, solo appena ammortizzato da svalutazioni competitive del Pound, che si rifletteranno sul conto economico dell’import-export dei medicinali, prodotti finiti e semilavorati, sia con l’EU sia con US e altri extra-EU. In tal senso per il farmaceutico operante in Italia la questione riguarderà soprattutto il manufacturing, di cui siamo al top per produttività ed export.
 
Ci saranno certo indesiderati costi di dogana aggiuntivi (“dazi amari”), quelli in più per i brevetti, per le application ai trials, le autorizzazioni all’immissione in commercio che diventeranno nazionali, a meno dell’adozione del “modello Norvegese”, il taglio dei fondi EU per la ricerca (oggi in attivo dall’EU per 3,5 miliardi), le risorse umane dagli altri Paesi EU, gli investimenti internazionali non più sicuri, l’Agenzia Europea da ricollocare (sulla questione da noi già in molti soffrono, anzi s’offrono…).
 
Ma la componente industriale, essendo di stampo prevalentemente multinazionale, accuserà il colpo senza grandissimi danni. Per molti aspetti si replicherà quanto accade da sempre con le Big svizzere, o con quelle US o Giapponesi, tutte non EU ma tutte integrate nel sistema da decenni, globale nel farmaceutico per la natura intrinseca del bene. Del resto le prime nazioni nel farmaceutico non sono EU. US e Svizzera, Giappone, i nuovi arrivi Cina e India. Ora anche UK.
 
L’onda lunga della Brexit sperabilmente potrebbe per reazione mitigare in EU l’austerity sul welfare, sanità e farmaceutico inclusi, temperando quella Germania sempre più “uber alles” e paternalistica (“ti fa male ma è per il tuo bene”), dei concetti storici di Reich e Heimat, sempre meno quella ”ordoliberale” dell’economia sociale di mercato, della redistribuzione come chiave centrale per crescita e sviluppo.
 
Ma la competizione globale, con Cina, India e Co., crede nella polarizzazione della ricchezza, la guerra non più coi carri armati forgiati nell’acciaio della Ruhr ma con le plusvalenze, i prime rate, le quote di mercato, gl’indici di export e i surplus commerciali. Meglio quindi se in casa non ci sono competitori ingombranti (UK) o zavorre pesanti (PIIGS). Chissà allora se la Merkel ha visto “10 modi per farsi lasciare”.
 
O forse quelli del “Leave” questo l’hanno istintivamente percepito: restando nel gruppo avrebbero solo tirato la volata alla prima. Meglio allora uscirne anziché restare e continuare nell’austerity, avversando quella leadership troppo direttiva, anche se per un’EU con meno disuguaglianze, meno finanza e più società.
 
Insomma, si saranno chiesti come nel ’39 il loro Premier Chamberlain di fronte all’espansione tedesca: “morire per Danzica?”. Cioè per Bruxelles? “Brexit in the channel, Continent cut off”.
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria 

Fabrizio Gianfrate

04 Luglio 2016

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