Costo del lavoro nella PA. Con la crisi la sanità ha perso 26mila lavoratori. Giù anche gli stipendi e su l’età. I dati della Corte dei conti

Costo del lavoro nella PA. Con la crisi la sanità ha perso 26mila lavoratori. Giù anche gli stipendi e su l’età. I dati della Corte dei conti

Costo del lavoro nella PA. Con la crisi la sanità ha perso 26mila lavoratori. Giù anche gli stipendi e su l’età. I dati della Corte dei conti
Ma scende anche il numero dei precari: dal 2008 -19% (anche se nell'ultimo anno sono nuovamente cresciuti). In calo anche la spesa per gli stipendi, solo tra il 2014 e il 2013 è scesa di 260 mln. Aumenta l’età media del personale: il 52% ha più di 50 anni (nel 2008 era il 40%). E sui rinnovi: “Evitare contrattazione minimale”. Tutti i numeri della Relazione 2016 sul costo del lavoro pubblico. IL DOCUMENTO

Una cinghia che continua a stringersi. Questa la fotografia del pubblico impiego fatta dalla Corte dei conti nella sua Relazione 2016 sul costo del lavoro pubblico presentata ieri a Roma.
 
In totale (al 31 dicembre 2014) i dipendenti pubblici sono circa 3.253.000 unità  concentrate per oltre due terzi in tre comparti: Scuola (31,9%), Sanità (20,4%) e Regioni ed Enti locali – contratto nazionale (14,5%). Considerando anche gli addetti del Comparto sicurezza-difesa e soccorso pubblico (16,4%) si supera agevolmente l’80% della platea degli interessati. Altri comparti con un peso ancora significativo sono quelli dei Ministeri (4,9%) e dell’Università (3,1%).
 
Con riferimento al Servizio sanitario nazionale gli addetti nel 2014 sono risultati circa 664.000, con una diminuzione di quasi 4 punti percentuali rispetto al 2008 (-26.000 unità) particolarmente rilevante per le posizioni dirigenziali di vertice. Sempre rispetto al 2008, risultano in servizio circa 5.300 medici in meno mentre diminuiscono di oltre 1.500 unità i dirigenti delle professionalità sanitarie. Relativamente al personale non dirigente, il calo interessa soprattutto i profili del ruolo infermieristico (6.600 unità in meno). Rilevante, altresì, la diminuzione del personale con rapporto di lavoro flessibile (circa il 20 per cento di unità in meno rispetto al 2008 quando erano 42.000) anche se è da evidenziare come nel 2013 il numero dei precari sia tornato a crescere del 6%.

 
Per quanto riguarda i costi degli stipendi anch’essi si contraggono. Nel 2014 lo Stato ha pagato 26,5 mld, una cifra di 260 mln inferiore a quella spesa solo nel 2013 (circa -1%). Ma il problema è anche l’età del personale che avanza. Nel 2008 gli over 50 erano il 40% del personale del Ssn, nel 2014 la percentuale è arrivata al 50.
 
In questo “lungo periodo di blocco della parte economica della contrattazione collettiva – evidenzia la Corte dei conti – non è stato utilizzato dalle parti per il necessario completamento del quadro normativo e per i pur auspicati interventi di ridefinizione della composizione della retribuzione”.
 
Unica eccezione gli specialisti ambulatoriali ed agli altri professionisti convenzionati con il servizio sanitario nazionale, che in data 17 febbraio 2015, hanno sottoscritto il nuovo contratto normativo triennale, con il quale la cornice ordinamentale del rapporto di lavoro, a parità di retribuzione, è stata profondamente rivista al triplice scopo di:
 
– adeguare le disposizioni contrattuali vigenti alle modifiche dell’assetto organizzativo della medicina convenzionata introdotte con il decreto legge 13 settembre 2012, n. 158, convertito dalla legge 8 novembre 2012, n. 189;
 
– redigere un testo unico coordinato delle disposizioni contrattuali vigenti tenendo conto dei criteri interpretative elaborati dalla SISAC, e degli indirizzi consolidati della giurisprudenza di legittimità e di merito;
 
– raccordare la giurisprudenza dei professionisti convenzionati con il servizio sanitario nazionale con le disposizioni contenute nel d.lgs. n. 150 del 2009.
 
Dopo anni di blocco ora qualcosa sembra muoversi, in primis con l’intesa tra sindacati e Aran sulla revisione dei comparti e aree. Ma questo non basta la Corte dei conti “auspica che la contrattazione collettiva affronti i nodi irrisolti del pubblico impiego, contribuendo a delineare un assetto ordinamentale, per quanto attiene alle materie di competenza, coerente con il disegno normativo di riforma dell’amministrazione pubblica.
 
Il rischio da evitare – dice la Corte –  è quello di una contrattazione minimale che, anche in relazione alla scarsità delle risorse disponibili, si limiti a prevedere incrementi indifferenziati sulle sole componenti fisse della retribuzione”.
 
L.F.

L.F.

09 Giugno 2016

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