Ebola. Ottimo il sistema di protezione attivato, ma no al marketing della paura

Ebola. Ottimo il sistema di protezione attivato, ma no al marketing della paura

Ebola. Ottimo il sistema di protezione attivato, ma no al marketing della paura
Batterio killer, influenza suina, aviaria ed ora Ebola. Tanto allarme mediatico per un caso su 300 milioni. Fino a qualche anno fa, ai tempi della guerra fredda e della corsa agli armamenti atomici, credevamo che il mondo sarebbe finito con un gran botto nucleare, oggi invece temiamo i microscopici ospiti del nostro spuntino

Adesso è il turno dell’Ebola a catalizzare e l’attenzione mediatica, in Italia sinonimo di catodica cioè televisiva. E ovviamente a spaventarci. Pare che il piccolo sgradito ospite sia arrivato all’uomo da scimmie e pipistrelli, passatoselo tra loro contaminando banane e altri frutti del continente nero. Al di là dei sistemi di protezione sanitaria, la cui attivazione tempestiva è solo da plaudire da parte delle nostre autorità preposte, quanto è lecito alzare tanto allarme mediatico per un caso su 300 milioni, tale è l’incidenza in USA ed EU, pur consapevoli della letalità del virus?
 
Per fare dello humor un po’ nero: il tasso di mortalità da suicidio è qualche milione di volte più alto di quello da Ebola. Insomma è molto più pericoloso, ma molto, il tipo o la tipa, a noi ben noti, che guardiamo quando ci specchiamo.

Un deja vù antipatico, la psicosi da epidemia. Un paio di anni fa, ricorderete, toccò al “batterio killer”, una trentina di morti in EU, sempre da ortofrutta, anche se non si seppe mai bene in che verdura si annidasse davvero. Altro che Bin Laden o Saddam Hussein, il vero bio-terrorista (CIS, RIS e Co. poi ce l’hanno confermato) era il vecchio Zio Tobia. Sì proprio lui, il Fattore dell’azienda agricola della canzonetta (“nella vecchia fattoria… a trionfar è l’Escherichia…”).
Ci aveva terrorizzato, il tremendo zietto, facendoci sadicamente e alternativamente credere, ricorderete, un giorno che il batterio killer fosse nei cetrioli spagnoli, un altro nell’insalata, un altro nei pomodori, un altro ancora nel salame di cervo, poi nei germogli di soia, anzi no, in quelli dei fagioli. Mettetevi nei panni della casalinga di Amburgo, versione teutonica di quella di Voghera, costretta a buttare tutti i giorni mezzo pranzo preparato al marito Otto, operai alla Krupp, in seguito alle cangianti informazioni televisive sulla variabile provenienza della mortale microscopica bestiolina. Diceria dell’untore, per dirla col grande e compianto scrittore siciliano.
 
Voglio dire, paradossi a parte, Ebola non pare la nuova “Spagnola” del 1919 (portata dai soldati “yankee” venuti a combattere i crucchi di Francesco Giuseppe e sbarcati in Spagna, di lì i primi casi e il battesimo) che fece 50 milioni di morti tra popoli, questa la vera concausa principale, defedati dalla guerra e con la medicina approssimativa d’inizio ‘900.
Ma serve una giusta ed equilibrata comunicazione mediatica all’opinione pubblica su questi fenomeni epidemiologici globali, determinante per un utilizzo corretto, razionale e senza sprechi dei servizi sanitari, in primis quelli di pronto soccorso, in molti nostri nosocomi sempre critici, funzionanti grazie all’eccezionale (davvero) abnegazione del personale che ci lavora. Evitiamo d’ingolfare ancora di più il lavoro degli operatori per placare ansie e preoccupazioni frutto di un’informazione talvolta esageratamente allarmistica.
 
Qualche malizioso in malafede è convinto che quel troppo clamore sia un modo per distogliere l’attenzione pubblica dai problemi reali, le famose “armi di distrazione di massa”. O cavalcando furbamente uno degli strumenti di marketing più potenti degli ultimi anni: la paura. Chissà. Qualche tempo fa, ricorderete, dovevamo essere tutti sterminati da un incipiente “armageddon” trasmessoci dai maiali, l’influenza suina. Chi si accaparrava ettolitri di disinfettante (per la gioia di industrie venditrici di disinfettanti comprati all’ettolitro e venduti al millilitro), chi si isolava come i giovani del Decamerone durante la peste del 1348, chi regolava i sospesi con la propria coscienza in vista del sipario finale, per dirla con l’autore di “My Way”. Allarme che più rosso non si può.
 
Fiumi di articoli scritti con le penne intinte nella paura, conferenze stampa claudicanti di ministri e sottoministri assistiti da Topo Gigio (abbiamo visto anche questo, già…). Industrie di vaccini precettate per avere al più presto l’elisir della salvazione, tagliando pure parecchie curve del percorso regolatorio, un iter obbligatorio pur definito in anni e anni di dolorose esperienze, da Norimberga al Talidomide. Povero maiale, o porco che dir si voglia, simbolo delle peggiori nequizie umane, di largo uso popolare soprattutto come aggettivo sostantivato, spesso in forma trascendentale, ma mai nobilitato, neanche quando a capo di tutti gli animali, come con Orwell. Poi, per fortuna, più che “suina” si era rivelata “bufala”.
 
Come quell’altra di prima, l’aviaria. Un’anatra tirava le cuoia in un laghetto della mitteleuropa e si scatenavano profezie bibliche. I Tg della sera, col mezzobusto di turno sudaticcio e a occhi spalancati, strillavano in apertura che il pappagallo trovato morto a Londra era stato ucciso dal virus killer (non dall’orribile “pudding” allo zenzero che cucinano da quelle parti). E tutti i notiziari monopolizzati da allarmati necrologi di tacchini rumeni e papere coreane in un’apoteosi da teatro dell’assurdo. Scattò pure l’allarme migrazione per l’entrata clandestina di allodole moldave (graziose) o di chiurli magrebini (infidi). Difficile adottare una Bossi-Fini specie-specifica, a meno di trasferirci tutti a Paperopoli.
 
E chi non ricorda il capitolino Ministro dell’epoca (e qui passo da Ibsen ad Alvaro Vitali), chiamato a dirigere la sanità nazionale dopo non essere stato riconfermato alla guida di una regione in cui aveva moltiplicato il deficit sanitario (la pittoresca meritocrazia all’italiana). Quel rotondo e rubizzo ministro dalla testa lucida, mediaticamente onnipresente, ricorderete, calato in elicottero tra ridenti scienziate (padovane) e mesti allevatori di galline (padovane), svolazzante tra entrambi in camicie bianco, benché “lombrosianamente” distinguibile più nel primo caso che nel secondo.
E prima ancora fu mucca pazza, privandoci per anni della “fiorentina” (oggi dato l’attuale governo forse, chissà, non sarebbe accaduto), poi antrace (il cui ceppo si scoprì veniva da laboratori governativi USA, per tornare a Ibsen), e così via. Armi di distrazioni di massa, dicono appunto, quei maliziosi.
 
L’altra considerazione riguarda il rischio di alterazioni al normale corso della natura, incluso lo sviluppo di batteri mutanti particolarmente pericolosi, dati dalle coltivazioni e dagli allevamenti intensivi spinti all’estremo. Del resto, qualche miliardo di persone deve pur mangiare. Va poi considerata la sempre maggiore resistenza microbiologica agli antibiotici, parallela alla carenza di nuove molecole dovuta anche al minore investimento nella relativa ricerca da parte delle industrie farmaceutiche, sempre meno retribuite dalle sanità pubbliche nei prezzi di rimborso degli antibiotici.
 
Fino a qualche anno fa, ai tempi della guerra fredda e della corsa agli armamenti atomici, credevamo che il mondo sarebbe finito con un gran botto nucleare, l’arma “fine-di-mondo” del dr. Stranamore. Oggi invece temiamo i microscopici ospiti del nostro spuntino, o l’alitosi del vicino di casa dall’occhio lucido.
Insomma, sarà davvero che un giorno il mondo finirà “not with a bang but a whimper”, non con un boato ma con un lento sospiro, come scriveva il nobel Eliot. E per cause provenienti non dalla segretissima base missilistica atomica militare del film di Kubrick. Ma da quella simpatica, allegra, colorata vecchia fattoria (ia-ia-o).

Fabrizio Gianfrate 

Fabrizio Gianfrate

14 Ottobre 2014

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