Mediamente attenti alla propria salute, ma di fronte ai piccoli malesseri fisici e psichici si affidano troppo all’intelligenza artificiale e alla soluzione rapida trovata su Internet. Cresce il ricorso ai farmaci da banco, mentre non decolla l’informazione e la fiducia nei farmaci equivalenti, soprattutto da parte delle giovani generazioni.
È il quadro che emerge dalla ricerca realizzata da SWG su un campione di 2.500 cittadini maggiorenni rappresentativi della popolazione italiana, presentata oggi presso il Ministero della Salute nell’ambito dell’evento “Si chiama equivalente, tu chiamalo una scelta”, promosso da Cittadinanzattiva in chiusura della VI edizione della Campagna IoEquivalgo, realizzata con il contributo non condizionato di Egualia e in collaborazione con Federfarma e Fofi.
Anche nel 2025, i cittadini hanno versato un differenziale di prezzo – il surplus per ritirare il farmaco di marca più costoso rispetto all’equivalente – pari a oltre un miliardo di euro. A spendere di più sono i residenti nel Lazio e nel Molise, di meno quelli della Lombardia. Il ricorso agli equivalenti continua a essere privilegiato al Nord (41,4% a unità e 34,6% a valori), rispetto al Centro (30,1% a unità e 27% a valori) e al Sud (24,8% a unità e 22,5% a valori), con una media Italia del 33,3% a confezioni e del 29,1% a valori. L’incidenza maggiore si registra nella Provincia Autonoma di Trento (45,9%), in Lombardia (43,5%) e in Piemonte (42,1%). In coda per consumi di equivalenti, Basilicata (23,9%), Calabria (22,5%) e Campania (21,7%).
Lo studio, presentato da Riccardo Grassi (Head of Research SWG), analizza gli atteggiamenti verso la salute e i farmaci. Per il 56% degli italiani i piccoli malesseri continuativi sono diventati la routine: dolori osteoarticolari (+20 punti in 8 anni), stanchezza (+15), insonnia (+14). L’indice medio di salute percepita diminuisce ancora (-3 punti sul 2024).
È su questo scenario che irrompe l’intelligenza artificiale, consultata dall’8% degli intervistati (il 15% della Gen Z), che ricorrono anche a Internet (10%, +4 sul 2024) e al farmacista (13%, +3). Stabile il ricorso al medico di famiglia (32%, +1), ma l’urgenza di risolvere rapidamente i fastidi si traduce in un notevole ricorso ai farmaci da banco (+8%). L’81% degli italiani si dichiara informato sulla salute, ma nel 56% dei casi la fonte prioritaria è Internet e il 12% consulta chatbot IA.
Il rapporto con i medicinali è ambivalente: cala la convinzione che vadano usati con cautela (45%); uno su quattro li considera semplicemente uno strumento per stare meglio; il 38% tende a fare scorta dei farmaci più utilizzati, soprattutto Gen Z e Millennials. Questi ultimi ammettono di assumere farmaci scaduti (41%), mentre il 29% smaltisce i farmaci nell’indifferenziata. Arretra la conoscenza dei farmaci equivalenti (-5% in 5 anni). A conoscerli meno sono i giovani della Gen Z: solo il 50% dice di conoscerli bene, contro una media generale del 70% e un 79% tra i boomers.
“Nel corso degli anni – spiega Valeria Fava, responsabile politiche della salute di Cittadinanzattiva – abbiamo raggiunto tutte le regioni italiane attraverso villaggi itineranti in 22 città. In questa edizione abbiamo lavorato con Federfarma e Fofi per realizzare un percorso di formazione a distanza per farmacisti, con l’obiettivo di ridurre i bias e accrescere la fiducia dei cittadini negli equivalenti. Un percorso accolto molto positivamente: il 96% dei professionisti ritiene molto importante una formazione in tal senso”.
Le proposte emerse dall’indagine puntano a:
- realizzare campagne di informazione istituzionale con focus sui canali digitali e social per intercettare i più giovani, integrando percorsi di educazione sanitaria nelle scuole e università;
- integrare piani formativi sul valore clinico ed economico degli equivalenti nei corsi di laurea e sviluppare competenze comunicative per i professionisti sanitari;
- rendere sistematico il monitoraggio del percorso del farmaco e istituire tavoli di confronto prioritari nelle Regioni del Centro-Sud, dove i consumi faticano a decollare;
- adottare politiche per garantire la continua disponibilità degli equivalenti e promuovere il settore come strategia per la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale e la tutela delle famiglie a basso reddito.
“Ci stiamo sforzando di introdurre nuovi modelli organizzativi per mantenere l’equilibrio e la sostenibilità del sistema. Tra questi, anche il cambio di canale distributivo di alcune classi di farmaci: una misura che da un lato genera risparmi significativi per le casse dello Stato e dall’altro, soprattutto, avvicina il farmaco al cittadino, migliorandone concretamente l’accesso. È questa la direzione: coniugare sostenibilità e prossimità, senza arretrare sul diritto alla cura”. Lo ha detto il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, intervenuto all’evento “Si chiama equivalente, tu chiamalo una scelta”, promosso da Cittadinanzattiva.
“La dinamica della spesa farmaceutica va letta in maniera laica, con realismo e senza semplificazioni. Siamo di fronte a fattori strutturali che ne determinano la crescita: una popolazione sempre più longeva, l’aumento delle patologie croniche e allo stesso tempo un progresso scientifico che mette a disposizione terapie sempre più efficaci, ma anche più costose. È un equilibrio complesso – ha spiegato Gemmato – che non può essere affrontato contrapponendo sostenibilità e diritto alla cura”.
“Se noi non garantiamo l’accesso ai farmaci ai cittadini italiani, le stesse voci che oggi parlano di eccesso di spesa saranno le prime a dire che in Italia non c’è quel farmaco che invece è disponibile in altri Paesi europei. È quindi necessario mettersi d’accordo – ha aggiunto – su quali siano le regole d’ingaggio per curare i nostri cittadini, evitando letture strumentali. Se da un lato è necessario governare la spesa con strumenti appropriati, dall’altro non possiamo arretrare sull’accesso alle innovazioni terapeutiche, pena il rischio di ampliare le disuguaglianze”.
Rispetto ai farmaci equivalenti, ha quindi osservato, “rappresentano una leva decisiva per preservare l’universalismo del nostro Servizio sanitario nazionale. I numeri lo dimostrano: tra il 2018 e il 2024 hanno generato risparmi complessivi per 5,3 miliardi di euro, di cui 1,2 miliardi solo nell’ultimo anno. Tuttavia, esiste ancora un margine significativo di miglioramento: oggi circa un miliardo di euro è di spesa out of pocket a carico dei cittadini, che preferiscono il medicinale di marca pur in presenza di alternative terapeutiche. Questo conferma che il tema non è economico ma culturale”.