“Il Ssn ha raggiunto la stabilità economica ma ora, tra pubblico e privato, deve capire cosa fare da grande. Troppo poche le donne ai vertici”. Il Rapporto Oasi 2019

“Il Ssn ha raggiunto la stabilità economica ma ora, tra pubblico e privato, deve capire cosa fare da grande. Troppo poche le donne ai vertici”. Il Rapporto Oasi 2019

“Il Ssn ha raggiunto la stabilità economica ma ora, tra pubblico e privato, deve capire cosa fare da grande. Troppo poche le donne ai vertici”. Il Rapporto Oasi 2019
Secondo gli studiosi del Cergas Bocconi urge una ridefinizione della missione del servizio sanitario nazionale, che ha raggiunto la sostanziale stabilità economico finanziaria (149 milioni di disavanzo su 119 miliardi di spesa, pari allo 0,1%), ma cresce meno dei servizi finanziati privatamente. Capitolo ad hoc dedicato alle difficoltà di carriera delle donne: sono il 44% ma occupano solo il 16% dei ruoli di vertice. IL RAPPORTO

Con 119,1 miliardi di spesa nel 2018 e 149 milioni di disavanzo, il Sistema sanitario nazionale conferma di avere messo in sicurezza i propri conti, ma tradisce forti difficoltà a tenere il passo con l’espansione del più ampio settore sanitario e la necessità di ridefinire la propria missione. Secondo gli studiosi del Cergas SDA Bocconi coordinati da Francesco Longo e Alberto Ricci, che hanno presentato oggi il Rapporto Oasi 2019 (Osservatorio sulle aziende e sul sistema sanitario italiano), l’espansione e diversificazione della sanità si scontra con la contrazione delle fonti di finanziamento, che produce un tasso di copertura del Ssn sulla spesa sanitaria che è già oggi del 74% e probabilmente è destinato a diminuire.
 
La spesa sanitaria pubblica pro-capite è pari a 1.900 euro, ovvero l’80% di quella inglese, il 66% di quella francese e il 55% di quella tedesca. Con una delle più alte aspettative di vita al mondo (83 anni), accompagnata da uno dei più bassi indici di natalità (1,32 figli) e dalla previsione Istat di un rapporto di 1 a 2 tra pensionati e popolazione in età di lavoro entro il 2040, il Ssn non pare in grado di tenere il passo con la crescita dei bisogni.
 
Tra il 2000 e il 2018 gli occupati nella sanità sono aumentati del 18% a 1,4 milioni (nello stesso periodo, i residenti sono aumentati del 6% e l’occupazione in generale del 10%), ma a questa crescita ha contribuito prevalentemente il settore privato. Una buona notizia dell’ultimo anno è che, per la prima volta dal 2009, è tornato a crescere (di 384 unità) il numero di medici del Ssn.
 
Anche in termini di spesa, tra il 2012 e il 2018, il privato surclassa il pubblico, con una crescita del 16% rispetto a un Ssn che riesce appena a coprire la crescita dell’inflazione. La componente principale della spesa privata, con 35,7 miliardi, rimane quella out of pocket delle famiglie, ma quella in maggiore crescita (+31% dal 2012, fino ai 4,2 miliardi del 2018) è quella intermediata (per esempio, da assicurazioni private).
 
In un tale contesto, afferma Francesco Longo, “è cruciale chiarire la missione del Ssn. La scelta è tra una focalizzazione sui soli servizi finanziati dal settore pubblico; una regia della filiera produttiva che preveda anche la regolazione del mercato a pagamento e il governo dell’integrazione tra i due ambiti; o un’interpretazione olistica, orientata alla tutela della salute, con l’ambizione di influenzare l’intero settore e gli stili di vita”.
 
Uno degli approfondimenti del Rapporto riguarda, infine, i percorsi di carriera femminili e denuncia l’esistenza di un soffitto di vetro anche in sanità. Le donne rappresentano complessivamente il 44% dei medici, ma solo il 16% dei direttori di unità operativa, con variazioni importanti su base regionale (in testa l’Emilia Romagna con il 24%, in coda il Veneto con il 10%) e tra le diverse discipline (69% dei direttori di farmacia ospedaliera, 10-20% di direttori di discipline ospedaliere, meno del 10% in quelle chirurgiche e addirittura zero in ortopedia e cardiochirurgia). Anche nei ruoli manageriali, le donne costituiscono il 26% degli idonei a ricoprire quello di direttore generale (Dg), ma solo il 17% dei Dg in carica. Dall’analisi delle interviste a un campione di donne Dg, emerge una certa diffidenza verso gli strumenti di discriminazione positiva, come le quote rosa, ma anche la necessità di rendere le aziende sanitarie più women-friendly nelle politiche di conciliazione e nella cultura organizzativa.

29 Novembre 2019

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