Istat. Più di un quarto degli italiani a rischio di povertà o esclusione sociale. Al Sud sono il 46,4%. Più di Bulgaria, Romania e Grecia 

Istat. Più di un quarto degli italiani a rischio di povertà o esclusione sociale. Al Sud sono il 46,4%. Più di Bulgaria, Romania e Grecia 

Istat. Più di un quarto degli italiani a rischio di povertà o esclusione sociale. Al Sud sono il 46,4%. Più di Bulgaria, Romania e Grecia 
La quota delle persone residenti in Italia a rischio di povertà o esclusione sociale resta sostanzialmente invariata rispetto al 2014. Ma è molto superiore a quella registratata in Francia (17,7%), Germania (20,0%) e Gran Bretagna (23,5%). Le persone che vivono in famiglie con cinque o più componenti sono quelle più a rischio di povertà. Si stima che il 20% più ricco delle famiglie percepisca il 37,3% del reddito totale. IL RAPPORTO ISTAT

Nel 2015 si stima che il 28,7% delle persone residenti in Italia (vale a dire 17.469.000 persone) sia a rischio di povertà o esclusione sociale ovvero, secondo la definizione adottata nell'ambito della Strategia Europa 2020, si trovano almeno in una delle seguenti condizioni: rischio di povertà, grave deprivazione materiale, bassa intensità di lavoro.

La quota è sostanzialmente stabile rispetto al 2014 (era al 28,3%) a sintesi di un aumento degli individui a rischio di povertà (dal 19,4% a 19,9%) e del calo di quelli che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (da 12,1% a 11,7%); resta invece invariata stima di chi vive in famiglie gravemente deprivate (11,5%).

Il Mezzogiorno è ancora l'area più esposta: nel 2015 la stima delle persone coinvolte sale al 46,4%, dal 45,6% dell'anno precedente. La quota è in aumento anche al Centro (da 22,1% a 24%) ma riguarda meno di un quarto delle persone, mentre al Nord si registra un calo dal 17,9% al 17,4%.
Le persone che vivono in famiglie con cinque o più componenti sono quelle più a rischio di povertà o esclusione sociale: passano a 43,7% del 2015 da 40,2% del 2014, ma la quota sale al 48,3% (da 39,4%) se si tratta di coppie con tre o più figli e raggiunge il 51,2% (da 42,8%) nelle famiglie con tre o più minori.

Nel 2014, escludendo gli affitti figurativi, si stima che il reddito netto medio annuo per famiglia sia di 29.472 euro (circa 2.456 euro al mese). Considerando l'inflazione, il reddito medio rimane per la prima volta sostanzialmente stabile in termini reali rispetto al 2013 (-12% che diventa -10% se si considera l'aggiustamento per dimensione e composizione familiare, cioè il reddito equivalente).

La metà delle famiglie residenti in Italia percepisce un reddito netto non superiore a 24.190 euro l'anno (circa 2.016 euro al mese), sostanzialmente stabile rispetto al 2013; nel Mezzogiorno scende a 20.000 euro (circa 1.667 euro mensili).

Fra le famiglie che hanno come fonte principale il reddito da lavoro, una su due dispone di circa 29.406 euro se si tratta di lavoro dipendente e di non più di 28.556 euro nel caso di lavoro autonomo. Per le famiglie che vivono prevalentemente di pensione o trasferimenti pubblici la somma scende a 19.487 euro.

Includendo gli affitti figurativi, si stima che il 20% più ricco delle famiglie percepisca il 37,3% del reddito equivalente totale, il 20% più povero solo il 7,7%.

Dal 2009 al 2014 il reddito in termini reali cala più per le famiglie appartenenti al 20% più povero, ampliando la distanza dalle famiglie più ricche il cui reddito passa da 4,6 a 4,9 volte quello delle più povere.
 
 
Il confronto con l'Europa. A livello europeo, nel 2015 l’indicatore sintetico di rischio di povertà o esclusione sociale diminuisce da 24,4% a 23,7% ma sale rispetto al 2014 per Lituania, Cipro, Bulgaria, Paesi Bassi.
 
Il valore italiano si mantiene inferiore a quelli di Bulgaria (41,3%), Romania (37,3%), Grecia (35,7%), Lettonia (30,9%), Lituania (29,3%), Croazia (29,1%) e Cipro (28,9%), ma è molto superiore a quelli registrati in Francia (17,7%), Germania (20,0%) e Gran Bretagna (23,5%), e sostanzialmente allineato a quello della Spagna (28,6%). I Paesi con il livello più basso dell’indicatore sono Repubblica ceca (14,0%), Svezia (16,0%), Finlandia e Paesi Bassi (entrambi16,8%).

06 Dicembre 2016

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