L’ambiguità della tassa sul vizio

L’ambiguità della tassa sul vizio

L’ambiguità della tassa sul vizio
Pur se le cose più belle della vita o sono immorali, o sono illegali, oppure fanno ingrassare, tifiamo ovviamente per una collettività più in salute e con minore gettito fiscale anziché di obesi e alcolisti ma che incassa di più. Allora invece che tassare i vizi non sarebbe meglio detassare le virtù, così incentivandole?

Fai colazione con un paio di merendine belle farcite di grassi saturi e olio rigorosamente di palma, poi passi al bar per un bianchetto e un caffè corretto alla sambuca, ti fai dare una coca per dopo e i soliti due pacchetti di sigarette del giorno più un paio di gratta e vinci, prima di passare all’adiacente sala giochi per due giri alla slot, già pensando al maxi burger per pranzo
 
Ecco: sei un bravo contribuente per l’erario, specialmente se arrivasse (chissà) la tassa specifica su junk food e bevande zuccherate, ad aggiungersi alle già stellari gabelle imposte su fumo e alcolici, emblema dell’economia del vizio.
 
La tassa non è inedita e già in vigore in molti altri Paesi del globo. Neanche recente: già nell’800 si tassava ad hoc il laudano e l’assenzio, carburante dei Verlaine e dei pòetes maudit, o il “Vin Mariani”, mix di foglie di coca e bordeaux sponsorizzato da Papi, Re e Zar (J. Pemberton ne farà la futura Coca Cola)
 
Sorge però il dubbio, forse retorico: questa ulteriore tassa sui vizi capitali è per ridurli o al contrario per incassare di più? Perché più siamo viziosi più ne beneficiano i conti pubblici, in un curioso principio di beneficio. Vai di centrifuga aromatizzata alla curcuma e zenzero? Male: non aiuti l’erario. Per farlo ti devi divorare un doppio cheeseburger con pepsi. “Toglietemi tutto ma non i miei vizi”, ma stavolta a dirlo è lo Stato, non Oscar Wilde.
 
Ma serve davvero tassare il Big Mac, la Fanta e le Girelle? La tassa avrebbe distribuzione regressiva, cioè peserebbe maggiormente sulle fasce sociali economicamente e culturalmente più deboli nelle quali certi consumi prevalgono asimmetricamente, nel rapporto rovesciato tra bisogno di pane e di companatico, la piramide di Maslow al contrario, le proverbiali baracche di Pasolini coi topi ma tutte col televisore (oggi il telefonino dei migranti)
 
Ma se il vizio te lo paghi da te, soprattassa inclusa, le conseguenti cure invece te le paga la collettività, il SSN, incluso chi conduce vita salutare. E poi si legittimano col pagamento comportamenti non corretti, se paghi ti è concesso. Persino un immeritato aldilà più confortevole (la vendita delle indulgenze della Chiesa)
 
Però pur se le cose più belle della vita o sono immorali, o sono illegali, oppure fanno ingrassare, tifiamo ovviamente per una collettività più in salute e con minore gettito fiscale anziché di obesi e alcolisti ma che incassa di più. Allora invece che tassare i vizi non sarebbe meglio detassare le virtù, così incentivandole?
 
Insomma, casi estremi a parte (“la maggior parte dei milioni che ho guadagnato li ho spesi in liquori, belle donne e auto sportive. Il resto invece l’ho sprecato” – G. Best) dovremmo educare a stili di vita più virtuosi.
 
E soprattutto rimuovere, ridurre, le cause sociali alla base di certi comportamenti e stili di vita insani. Lo so, la virtù è noiosa. Ma in fondo certi vizi alla lunga lo sono ancora di più.
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria

Fabrizio Gianfrate

23 Settembre 2019

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