La Basilicata e la sanità. I conti sono ok, ma permane il gap di qualità accumulato nel passato

La Basilicata e la sanità. I conti sono ok, ma permane il gap di qualità accumulato nel passato

La Basilicata e la sanità. I conti sono ok, ma permane il gap di qualità accumulato nel passato
Non ci sono solo Regioni che governano bene la spesa e riescono ad erogare prestazioni di qualità e, all’opposto, quelle che spendono troppo e neppure fanno bene. Ci sono anche realtà “intermedie”. Il caso Basilicata. Dopo Lazio ed Emilia Romagna,la terza puntata della collana Welfare Reforming Papers. IL REPORT

Il terzo appuntamento della collana Welfare Reforming Papers è dedicato, dopo il Lazio e l'Emilia Romagna, al sistema sanitario regionale della Basilicata
 
Dopo tanti anni in cui ha utilizzato risorse inferiori alla media nazionale, oggi la Basilicata vede la sua spesa sanitaria corrente pro-capite standardizzata allineata alla media. La standardizzazione serve per tener conto della diversa composizione per età dei cittadini residenti nelle varie Regioni.
 
Dimamica e tempi di convergenza fanno capire, tuttavia, che il gap, anche se in termini percentuali si è andato assottigliando rispetto al forte divario del 1990, alla fine non è stato chiuso grazie a scelte consapevoli e esplicite.  L’allineamento alla media nazionale, arrivato dopo il 2006-2007, più che il frutto di un processo di convergenza coordinato e guidato, appare la conseguenza della crisi economico-finanziaria, che ha livellato le dotazioni di tutte le Regioni agendo maggiormente lì dove c’erano più risorse disponibili (in senso relativo) e più leggermente dove le risorse erano già al di sotto della media.
 
Dal punto di vista degli standard di spesa, la Basilicata può essere considerata tra le Regioni che già soddisfano i requisiti. Anzi, l’analisi dimostra che nell’ultimo ventennio la Regione ha fronteggiato la difficoltà di dotazioni finanziarie inferiori alla media Italia, con stacchi percentuali della spesa pro-capite standardizzata che nei primi anni Novanta erano addirittura a doppia cifra.
 
Il giudizio potrebbe apparire troppo positivo e va necessariamente contemperato con due osservazioni molto importanti sul piano di policy.
 
In primo luogo, la dimensione finanziaria deve combinarsi con quella della qualità e dell’adeguatezza dell’offerta. Questo paper analizza solo l’equilibrio dei conti, ma altre analisi e statistiche disponibili (es. il Progetto “Bersagli” della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa) sono concordi nell’individuare un significtaivo gap di qualità/adeguatezza rispetto alle realtà territoriali migliori. La Regione ha il dovere di eliminare questo gap.
 
In secondo luogo, deve esser chiaro che quando si afferma che la Basilicata ha avuto accesso a minori risorse rispetto alla media Italia, lo scenario di riferimento è quello in cui ogni cittadino ha ogni anno a disposizione le medesime risorse pro-capite per fasce di età, indipendentemente dalla Regione dove è nato o risiede. Il benchmark, in altri termini, è uno scenario di piena solidarietà e redistribuzione territoriale che è sì coerente con i principi alla base del nostro sistema sanitario e prima ancora della nostra Costituzione, ma che deve valere come impegno inderogabile, per le Regioni beneficiarie, a utilizzare al meglio i flussi redistributivi per raggiungere gli obiettivi dei Lea e promuovere sviluppo sociale ed economico. La Basilicata è tra le Regioni che beneficiano della redistribuzione; basti guardare a quanto peserebbe oggi il finanziamento della sanità sul Pil regionale se la spesa sanitaria corrente dovesse essere interamente coperta da risorse regionali (oltre il 10,5%).
 
C’è anche una terza osservazione da fare, che lega la prima e la seconda e che lascia comprendere tutte le difficoltà con cui si deve misurare qualunque riforma del Ssn che voglia perseguire assieme solidarietà e piena responsabilizzazione dei centri di spesa. Qualità e adeguatezza delle prestazioni dipendono, ovviamente, dalle risorse disponibili anno per anno e programmabili su orizzonti pluriennali.
 
Infrastrutture, tecnologie, medical devices, prevenzione permanente, interconnessione sistematica tra ospedale e territorio e tra prestazioni sanitarie e prestazioni sociali, capitale umano dei professionisti, etc.: sono tutti “tasselli” della qualità/adeguatezza del Ssr che hanno bisogno di risorse per essere costruiti e assemblati nel tempo. Una spesa corrente pro-capite standardizzata per venti anni (dal 1990) al di sotto della media Italia di ammontari equivalenti allo 0,65% del Pil regionale ha, indubbiamente, favorito il controllo della spesa, ma non ha certo creato le condizioni finanziarie più adatte per progredire in qualità e adeguatezza delle prestazioni. Questa considerazione è tanto più vera se si riflette che storicamente in Italia il Fondo sanitario di parte corrente ha erogato risorse sia per funzioni di natura propriamente corrente sia per finalità di investimento.
 
Visto assieme agli altri due sinora sviluppati – il Lazio (paper 1 della collana) e l’Emilia Romagna (paper 2 della collana) – il case study della Basilicata mostra anche la profonda eterogenità interregionale. Non ci sono solo Regioni che governano bene la spesa e riescono ad erogare prestazioni di qualità e, all’opposto, Regioni che spendono troppo e neppure fanno bene in qualità. Ci sono anche realtà “intermedie” dove la spesa non costituisce di per sé un problema, addirittura inferiore alla media Italia se corretta per la composizione demografica; ma dove, anche per questa ragione, è difficile realizzare concreti innalzamenti della qualità delle prestazioni che necessiterebbero (avrebbero necessitato, se guardiamo al passato) di maggiori risorse programmabili.
 
Ne discende un altro richiamo a chiudere urgentemente le riforme del sistema sanitario, aperte ormai da quindici anni e più. Prima si fa chiarezza sulle regole di finanziamento, sul periodo di convergenza verso gli standard di spesa corrente, sulla fattibilità di una perequazione delle dotazioni infrastrutturali/strumentali, prima si scongiura il rischio che le realtà “intermedie” possano degenerare, aumentando i problemi e i costi di un loro pieno recupero.
 


Nicola C. Salerno

Nicola C. Salerno

13 Gennaio 2014

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