La sanità calabrese a doppio “accesso”

La sanità calabrese a doppio “accesso”

La sanità calabrese a doppio “accesso”
In Calabria esistono due metodologie di frequenza al servizio sanitario regionale: quella ordinaria, che spesso non funziona ovvero è ridotta ai minimi termini; quella comune, gestita da quei figuri che, in riconosciuta rappresentanza del politico di turno, gestiscono dalla più bieca delle occupazioni precarie al ricovero ospedaliero piuttosto che alla violazione delle comuni liste di attesa.

Stamane vivo un tremendo stato depressivo. Ho appena letto della «Città della salute» programmata e in corso di realizzazione a Sesto San Giovanni con lo scopo di umanizzare l'ospedale. Chiudo il giornale, mi affaccio dalla finestra ipotetica che apre sulla mia regione e guardo come è ridotta la sanità calabrese.
 
Nel mentre altrove si tenta di esaltare l'alta resa professionale delle strutture sanitarie implementandola con spazi di accoglienza e vivibilità (luoghi intermedi di incontro tra malato e i suoi familiari, spazi c.d. ibridi, cucine pubbliche e ristorazione organizzata accessibile, appartamenti destinati ad ospitare le famiglie dei degenti, strutture culturali e di distrazione, addirittura orti terapeutici, eccetera) dalle nostre parti si fa fatica a trovare un ospedale degno di questo nome. Un luogo di salute che rispetti la dignità delle persone.
 
E ancora. In contrapposizione ai progetti degli altri di «portare la città nella malattia», avvicinando la degenza ai siti di didattica/ricerca, portando la vita comune nei luoghi di cura e circondandoli di fermate dei mezzi pubblici e di negozi di ogni genere, in Calabria non si pensa neppure a garantire i trasporti pubblici essenziali, rendendo così impossibile anche il raggiungimento delle strutture, sempre più fatiscenti. Un deficit organizzativo, questo, che distrugge sempre di più quel territorio, abbandonato completamente a se stesso, che non gode di alcuna attenzione assistenziale.
 
Quindi, alla depressione da invidia (fortunatamente non soggetta a terapia clinica) per le altrui iniziative e per l'altrove godimento collettivo dei diritti fondamentali, sopravviene lo sgomento. Quello di tipo assoluto, che non ammette sconti «di pena».
Una realtà imparagonabile e inaccettabile
Terribile mettere a confronto ciò che gli altri hanno in termini di diritti essenziali, da godere nella normalità quotidiana e senza intercessione alcuna, con quanto in Calabria si riesce (se si riesce) ad ottenere umiliandosi nella ricerca del mediatore di turno. Ebbene si, dalle nostre parti domina il caporalato multilivello. Qui tutto è mediato dai professionisti del consenso quotidianamente gestito, persino l'accesso alle prestazioni essenziali destinate alle persone, quelle indispensabili alla vita.
 
Non lo si dice e non lo si ammette pubblicamente, per la paura di non potervi più ricorrere, ma in Calabria esistono due metodologie di frequenza al servizio sanitario regionale: quella ordinaria, che spesso non funziona ovvero è ridotta ai minimi termini; quella comune, gestita da quei figuri che, in riconosciuta rappresentanza del politico di turno, gestiscono dalla più bieca delle occupazioni precarie al ricovero ospedaliero piuttosto che alla violazione delle comuni liste di attesa.

I responsabili «impuniti» e i colpevoli assensi
Questa è il prodotto della cultura media che tanti anni di malagestio politica, di soffocante sottomissione ai padroni del consenso (e spesso anche di strutture accreditate private) hanno prodotto nel cittadino comune.
A tutto questo gioco al massacro dei diritti sociali, si è aggiunto il decreto salva-Calabria che ha portato la Calabria della salute, afflitta da un decennio di pernicioso commissariamento ad acta, alla sua distruzione totale e i calabresi al collasso.
Tantissimi i danni prodotti in meno di un anno, da quell'errore di ipotesi e di arroganza della ministra Giulia Grillo che ha tirato fuori dal suo cilindro il mostro giuridico (D.L. 35/2019), stranamente tollerato anche dal suo successore.
La fotografia della disfatta
Aziende senza governance per otto mesi, incapaci di assumere le decisioni occorrenti, che continuano ad avere lo stesso vizio nonostante le recenti nomine di commissari straordinari, responsabili di assumere scelte, pericolosissime per la salute pubblica, senza avere un minimo di consapevolezza dei loro doveri. Aziende, fatta eccezione per alcune delle ospedaliere, senza testa né coda che offendono quotidianamente la professionalità degli operatori che, con spirito di sacrificio non comune, mandano avanti quel po' di tutela della salute che si riesce ancora ad elemosinare.
Forniture gestite altrove piuttosto che in Calabria con una S.U.A. ingiustamente sottratta alle sue funzioni per sospetti presunti ma indimostrati, con conseguente aggravio di spese in favore di chi le gestisce in sua vece.
 
Medicinali salva vita mancanti, con la messa in pericolo dell'utenza bisognosa, e presidi medici che non ci sono negli ospedali tanto da mettere in forse l'esecuzione del lavoro, già reso precario dall'assenza del personale necessario.
Bilanci di esercizio del 2019, in gran parte (7 su 12) a carico dei problemi concretizzati dalla data di entrata in vigore del famigerato D.L. 35/2019, che chiuderanno con un disavanzo complessivo di oltre 200 milioni al netto delle coperture ordinarie.
 
Poi, le ciliegine sulla torta: due scioglimenti per 'ndrangheta (Asp di RC e di Cz), due Asp soggette agli effetti del dissesto (sempre le Asp di RC e CZ), un'Asp (quella di CS) avviata per la stessa strada senza però che nessuno ne abbia dimostrato lo stato di insolvenza. Una opzione, quest'ultima, che ha dietro qualche ispirazione (rectius, ispiratore di alto rango) sulla quale occorrerebbe un serio approfondimento da parte del nominato commissario ad acta, responsabile diretto dell'eventuale evento.

Il più grave pericolo è quello temuto
A proposito degli stati di illiquidità e insolvenza aziendali, cui il D.L. 35/2019 tenderebbe di rimediare illegittimamente con il simil-dissesto ex art. 244 Tuel e la conseguente applicazione del successivo art. 248:
– si è ben capito da dove arriverebbero le risorse necessarie al perfezionamento delle auspicate gestioni straordinarie liquidatorie?
– si è ben compreso che la procedura metterà in crisi le aziende creditrici che sopporteranno falcidie spesso insopportabili dai loro bilanci?
– e che i suoi esiti, che si presumono miliardari, andranno a gravare sul bilancio già precario della Regione, rendendolo non più riparabile, più di quanto lo sia già?
 
Un ulteriore problema per chi andrà a presiederla (in gergo, a governarla), che dovrà affrontare la più consistente collezione di problemi sino ad oggi irrisolti per negligenza politica e dirigenziale. Problemi che, la nuova Presidente, ci si augura risolverà!
 
Ettore Jorio
Università della Calabria

Ettore Jorio

11 Febbraio 2020

© Riproduzione riservata

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