Mutilazioni genitali femminili, una problematica che deve interessare tutti gli operatori sanitari

Mutilazioni genitali femminili, una problematica che deve interessare tutti gli operatori sanitari

Mutilazioni genitali femminili, una problematica che deve interessare tutti gli operatori sanitari
Considerata la ormai consolidata presenza sul nostro territorio di numerose comunità straniere che si sono stabilite e creato nuovi nuclei familiari, è chiaro come la problematica debba interessare tutti gli operatori sanitari che hanno contatti frequenti e ravvicinati con le famiglie, con cui stabiliscono rapporti intimi e sono, quindi, fra coloro che più facilmente possono intercettare situazioni di rischio ed adoperarsi per prevenire che minori di varia età subiscano queste pratiche, spesso perpetrate in occasione di viaggi nei Paesi d’origine

Le Mutilazioni Genitali Femminili (MGF) sono procedure che consistono nell’asportazione parziale o totale dei genitali esterni femminili in ragazze puberi o prepuberi, con gravi conseguenze fisiche e psicologiche. Tali pratiche, sono state identificate già nelle mummie egiziane ed alcuni tipi di infibulazione, noti anche come circoncisione faraonica, venivano usati come forma di contraccezione nelle schiave nell’antica Roma.

Nell’Ottocento, negli Stati Uniti e nel Regno Unito, l’escissione del clitoride è stata raccomandata quale trattamento chirurgico della follia legata alla masturbazione eccessiva, l’omosessualità femminile e la cura della “debolezza femminile e dell’isteria’. Attualmente le ragioni specifiche per alterare chirurgicamente i genitali femminili differiscono tra le varie popolazioni e possono semplicemente rappresentare una norma sociale a cui la maggioranza dei membri di una particolare comunità può aderire. A volte sono anche considerate necessaria parte della preparazione di una ragazza all’età adulta e al matrimonio garantendo la verginità prematrimoniale e la fedeltà coniugale, per la salute e per ragioni igieniche o come rafforzamento dei sistemi familiari patriarcali.

In Etiopia, la probabilità che le MGF si verifichino nei bambini sotto i cinque anni aumenta con povertà e se la madre ha scarsa conoscenza della procedura e/o lei stessa vi si è sottoposta. Queste procedure non sono prescritte in nessun testo religioso, anche se sono praticate tra gruppi appartenenti a varie religioni. In Egitto il Consiglio supremo per la ricerca islamica dell’università Al-Azhar ha dichiarato che la mutilazione/escissione dei genitali femminili non ha alcun fondamento e che è dannoso e severamente vietato.

L’OMS ha classificato le MGF in quattro tipologie principali: Tipo 1: rimozione parziale o completa del clitoride e/o del suo prepuzio; Tipo 2: rimozione parziale o completa del clitoride e delle piccole labbra, con o senza rimozione delle grandi labbra (escissione); Tipo 3: infibulazione, che comporta il restringimento dell’apertura vaginale, con o senza rimozione del clitoride; Tipo 4: tutte le altre procedure dannose intraprese per motivi non medici quali “puntura, perforazione, incisione, raschiatura e cauterizzazione’.

Tali interventi, oltre a disturbi immediati quali dolore, edema, emorragie, possono essere anche causa di effetti a lungo termine che alterano il funzionamento dell’apparato urinario, il fisiologico svolgimento di un parto, impediscono normali rapporti sessuali, hanno pesanti conseguenze psicologiche sulle vittime. Si stima che il fenomeno abbia interessato 200 milioni di donne e bambine, di cui 44 milioni inferiori ai 14 anni e che ogni anno 3 milioni di minori siano a rischio di essere sottoposte a questa pratica. Nel nostro Paese una indagine del 2019 (Università Milano-Bicocca) ha rilevato che, a gennaio 2018, 87.600 donne erano state sottoposte a questa pratica (7.600 minorenni), con ulteriori 4.600 considerate a rischio.

Un’altra indagine di EIGE (European Institute for Gender Equality) ha stimato che in Italia, su poco più di 76.000 giovani fra 0 e 18 anni, il 15-24% siano a rischio di MGF. I tassi più alti tra le ragazze e le donne di età compresa tra 15 e 49 anni sono stati riscontrati in Somalia (98%), Guinea (96%), Gibuti (93%) ed Egitto (91%), sebbene in alcuni paesi come Kenya, Burkina Faso ed Etiopia il fenomeno appaia in riduzione. In altri paesi, quali Uganda e Camerun, è piuttosto raro, colpendo solo l’1% delle donne e delle ragazze. La legislazione è ricca di documenti che condannano la pratica delle MGF e pianificano interventi per il suo contrasto.

Anche l’Italia si è dotata di uno strumento legislativo, la Legge n. 7/2006 (“Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di MGF”), ma la sua attuazione è, sinora, risultata molto scarsa. Per tale motivo AMREF, in collaborazione con il Fondo asilo, migrazione e integrazione (FAMI), ha varato il progetto P-ACT, con l’obiettivo di contribuire a rafforzare la prevenzione ed il contrasto a tale forma di violenza di genere attraverso azioni di formazione, interazione con le comunità interessate, sensibilizzazione e diffusione della conoscenza del fenomeno.

Considerata la ormai consolidata presenza sul nostro territorio di numerose comunità straniere che si sono stabilite e creato nuovi nuclei familiari, è chiaro come la problematica debba interessare tutti gli operatori sanitari che hanno contatti frequenti e ravvicinati con le famiglie, con cui stabiliscono rapporti intimi e sono, quindi, fra coloro che più facilmente possono intercettare situazioni di rischio ed adoperarsi per prevenire che minori di varia età subiscano queste pratiche, spesso perpetrate in occasione di viaggi nei Paesi d’origine.

Piero Valentini
Docente di Pediatria generale e specialistica – Facoltà di Medicina e chirurgia Università cattolica del Sacro Cuore
Direttore U.O.S.D. di Malattie Infettive Pediatriche, Dipartimento Scienze della Salute della Donna e del Bambino e di Sanità Pubblica, Fondazione Policlinico Universitario “A. Gemelli” IRCCS

Piero Valentini

06 Febbraio 2024

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