Payback dispositivi medici. Governo al lavoro per trovare risorse ma una soluzione condivisa ancora non c’è e i bilanci delle Regioni rischiano

Payback dispositivi medici. Governo al lavoro per trovare risorse ma una soluzione condivisa ancora non c’è e i bilanci delle Regioni rischiano

Payback dispositivi medici. Governo al lavoro per trovare risorse ma una soluzione condivisa ancora non c’è e i bilanci delle Regioni rischiano
A quanto si apprende il Governo nel prossimo Def potrebbe indicare una cifra a copertura tra gli 800 e i 900 milioni di euro. Ma per il resto (1,3-1,4 mld) rischia di restare in capo alle aziende che però tirano dritto e chiedono la cancellazione della misura. Ma dato che il 30 aprile è dietro l’angolo, potrebbe arrivare una nuova proroga di un paio di mesi che servirebbe a prendere altro tempo. Su tutto poi pendono i ricorsi al Tar che viste tutte le incongruità del decreto è quantomeno dagli esiti incerti

“La questione del payback dei dispositivi medici va affrontata con azioni che tengano conto della situazione attuale al fine di individuare soluzioni condivise”. È stato questo l’auspicio del Ministro della Salute Orazio Schillaci lanciato ieri nel suo messaggio al convegno di Confindustria Dispositivi Medici che aveva proprio come focus i 2,2 miliardi relativi agli anni 2015-2018 che le aziende devono pagare (ad oggi ,entro il 30 aprile) come contributo allo sforamento del tetto di spesa fissato al 4,4%.

Dalle aziende è arrivata una chiusura totale riassumibile in una frase: “Cancellate il payback”. Le motivazioni addotte dal presidente di Confindustria DM, Massimiliano Boggetti sono state altrettanto semplici: “Si rischia il fallimento di molte aziende, taglio posti di lavoro, di investimenti e in ricerca con il risultato che cittadini e pazienti rischiano di non avere cure adeguate”. Simili anche le posizioni della neonata associazione Pmi Sanità.

Ma, comunque andrà a finire, qualcosa, delle somme dovute per gli anni 2015-2018, le aziende ad oggi rischiano di dover comunque pagare. Sia chiaro, la volontà politica della maggioranza di cancellare la norma (che era ferma dal 2015 e che era stata voluta in fretta e furia dal precedente Governo per salvare i bilanci delle Regioni) c’è, ma si scontra con la realtà: servono soldi e tanti, anche perché le Regioni, quelle somme, le hanno già messe a bilancio.

“La norma sul payback per farmaci e dispositivi medici – ha precisato il coordinatore della commissione Salute delle Regioni, Raffaele Donini – sarebbe ridicola, se non fosse drammatica. È stata approvata anni fa e rimase sopita per anni e si è ‘risvegliata’ quando le regioni si sono ritrovate al collasso, con le spese sostenute per la pandemia Covid-19”. Ora, ha detto , “c’è un decreto esecutivo e le regioni, se non lo applicano, sono colpevoli di danno erariale: questo è un sistema inaccettabile”.

A confermarlo tra le righe anche esponenti della maggioranza di Governo che ieri sono intervenuti al convegno. “L’obiettivo di legislatura, di qui a 5 anni – ha detto Ylenia Lucaselli (FdI) – è di eliminare il sistema dei tetti, ma realisticamente, da qui a due mesi, ovvero fino alla scadenza oggi prevista, non c’è modo di farlo. Quindi a stretto giro – ha detto la deputata – quello che possiamo fare è alzare il tetto o posticipare il pagamento da parte delle aziende. Riusciremo a trovare una parte di risorse nel prossimo Def”.

“Mi auguro si arrivi a una soluzione per cancellarlo e, per farlo, bisogna trovare altre risorse – ha infatti sottolineato Ugo Cappellacci (Fi) presidente Commissione Affari Sociali alla Camera -. Questo governo ha dato subito un segno con un aumento del Fondo sanitario nazionale. Ma il contesto geopolitico è complesso”.

Insomma, c’è volontà ma 2,2 miliardi non si trovano così dietro l’angolo. A quanto si apprende il Governo col prossimo Def potrebbe indicare una cifra a copertura parziel del debito tra gli 800 e i 900 milioni di euro. Ma per il resto (1,3-1,4 mld) rischia di restare in capo alle aziende. Quando ieri Lucaselli ha provato poi a sondare la platea sul fatto che il ripiano potesse essere calcolato sugli utili e non sui fatturati c’è stata una levata di scudi da parte dell’assise. Le aziende stanno giocando la loro partita e per ora non cedono.

Ecco perché, dato che il 30 aprile è dietro l’angolo, potrebbe arrivare una nuova proroga di un paio di mesi che servirebbe a prendere altro tempo. Su tutto poi pendono i ricorsi al Tar che, viste tutte le incongruità palesi del decreto, è quantomeno dagli esiti incerti. E per questo non è escluso che alla fine, come accaduto con il payback farmaceutico, si possa arrivare ad una transazione in cui ognuno (Governo-Regioni-Aziende) faccia la sua parte.

A prescindere dalla soluzione che si troverà e sui tempi, c’è però da affrontare il tema anche per quanto riguarda gli anni successivi (2019-2022). Le stime per il 2019 parlano di un payback da 700 mln mentre nel biennio 20/21 le somme sembrano minori, per poi tornare a salire nel 2022. Allo studio ci sarebbe un innalzamento del tetto di spesa che giocoforza farebbe abbassare le cifre di ripiano così come c’è la volontà di disegnare criteri di ripiano più precisi come avvenuto col pharma.

Forse in tal senso potrebbe essere utile l’istituzione di un’Agenzia regolatoria sul modello Aifa, anche se l’ipotesi non piace molto alle aziende. Certo è che qualcosa andrà in ogni caso rivisto perché da qualsiasi angolo la si osservi la partita, è evidente, non è stata gestita bene.

E se veramente si vuole (lo si dice da un decennio) superare le logiche dei tetti di spesa occorrerà mettere in piedi un serio progetto di riforma che al momento in tutta questa confusione non si vede.

L.F.

L.F.

23 Febbraio 2023

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