Quando l’HIV porta in carcere: crescono i comportamenti a rischio penale, +10% negli ultimi due anni

Quando l’HIV porta in carcere: crescono i comportamenti a rischio penale, +10% negli ultimi due anni

Quando l’HIV porta in carcere: crescono i comportamenti a rischio penale, +10% negli ultimi due anni
In Italia 60mila pazienti non raggiungono il controllo della carica virale con le terapie, rimanendo in grado di infettare i partner: si stima inoltre che circa 12mila persone siano infette senza saperlo. Ogni anno si aggiungono circa 3800 nuovi casi, l’84% dei quali riguarda persone che hanno contratto l’infezione attraverso il contatto sessuale

L’incidenza dell’HIV non è diminuita, ma dell’infezione si parla ormai poco. Eppure 60mila pazienti in Italia non raggiungono il controllo della carica virale con le terapie, rimanendo in grado di infettare i partner: si stima inoltre che circa 12mila persone siano infette senza saperlo. Infine, ogni anno si aggiungono circa 3800 nuovi casi, l’84% dei quali riguarda persone che hanno contratto l’infezione attraverso il contatto sessuale.

In questo quadro, fatto di percentuali e statistiche (i dati sono quelli dell’Istituto Superiore di Sanità), emergono alcune novità: aumentano le infezioni da maschio a maschio, come pure quelle tra i ragazzi molto giovani, con meno di 25 anni e, inaspettatamente, tra gli over 70-80, a causa probabilmente del consumo di farmaci che permettono e promettono una rinnovata vivacità sessuale, incauta e scevra dalla preoccupazione del rischio di infezioni.

Gli avvocati del network View Legal Net (con associati in tutta Italia) hanno constatato un aumento delle cause legate all’infezione da HIV di circa il 10% negli ultimi due anni.

"Le Sezioni Unite – spiega un avvocato del View Legal Net -, nel 2014 sono state esplicite nel prevedere che nei casi di contagio da HIV è necessaria una previa indagine circa l'effettiva volontà di contagio da parte della persona infetta : occorre, ai fini della rilevanza penale della condotta, che l’evento derivato dal contagio (la morte o le lesioni) sia voluto dal reo. Nel caso ipotizzato, se l’infetto non è a conoscenza del proprio stato di sieropositività (purché ciò risulti processualmente accertato, grazie all’assenza di elementi idonei a provare il contrario, come ad esempio la mancanza di sintomatologia) è indice del difetto di consapevolezza: va quindi esclusa la sua punibilità perché non è in dolo né in colpa".

Se invece il soggetto sa di essere infetto, lo comunica al partner di turno che decide consapevolmente di rinunciare all’uso di protezioni atte a scongiurare il contagio, in questo caso "in una situazione del genere – spiega ancora l'avvocato – la punibilità non può assolutamente ritenersi esclusa dalla scriminante del "consenso dell’avente diritto", (art. 50 c.p.). La vita è infatti un diritto indisponibile e il solo fatto di aver accettato il rischio che l’altra persona potesse contrarre il virus, riportando lesioni gravissime o, addirittura, perdendo la vita, rende punibile l’untore a titolo di dolo eventuale per il reato, rispettivamente, di lesioni o omicidio volontari. Quando invece il sieropositivo, pur consapevole della sua malattia, abbia agito nella convinzione (anche infondata) che l’evento non si sarebbe mai verificato, la punibilità del relativo reato, se il contagio avviene, sarà a titolo di colpa aggravata dalla previsione dell'evento. Dovrà sussistere la prova, aldilà di ogni ragionevole dubbio, che il contagio è derivato esclusivamente da quel rapporto sessuale, piuttosto che, in ipotes,  da emotrasfusioni di sangue infetto o da ulteriori rapporti occasionali con soggetti diversi".

Nel caso di una madre, che non sa di essere infetta e trasmette al figlio l’HIV durante il parto,  "anche in questo caso  – spiega l'avvocato -, come nel primo trattato, difetta un elemento essenziale ai fini della rilevanza penale: l’elemento soggettivo. La madre non è punibile perché non sapeva del suo stato e quindi ha agito senza dolo né colpa. Diverso, naturalmente, è il caso in cui la donna, già consapevole del suo stato di salute prima di rimanere incinta, abbia deliberatamente scelto di avere un figlio, accettando il rischio della sua morte o delle sue lesioni, a causa di un probabile contagio. Qualora uno di questi eventi si verifichi, la condotta diventa penalmente rilevante a titolo di dolo eventuale, ed è quindi l’ipotesi più grave. La donna sarebbe altresì punibile, ma soltanto per colpa cosciente, nel caso in cui avesse creduto che il contagio mai si sarebbe potuto verificare. D’altronde, al giorno d’oggi è ben possibile che donne sieropositive partoriscano figli sani, grazie anche alle terapie preventive cui vengono sottoposte che azzerano il rischio di contagio per il neonato".


 


Lorenzo Proia

13 Ottobre 2016

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