Regionalismo differenziato e Sud. Che accadrà?

Regionalismo differenziato e Sud. Che accadrà?

Regionalismo differenziato e Sud. Che accadrà?
Il fabbisogno definito sulla ricchezza sarebbe la vittoria del reddito sul diritto, della disuguaglianza all’accesso. “Uno vale uno” sì, ma solo se nella stessa Regione. “Sovranismo” sì, del ricco sul povero. “Prima gli Italiani” sì, ma quelli delle Regioni ricche. Parole che piacciono su concetti che piacciono ai tempi dell’analfabetismo funzionale, dei “like” della politica da curva ultrà

Grandi misteri: Dio c’è? Esiste l’aldilà? L’universo è infinito? Chi ha sparato a JFK? Perché Orfeo si gira? I kamikaze che se lo mettono a fare il casco? Il coccodrillo come fa? Perché anche al Sud appoggiano il regionalismo differenziato?
 
“Secessione dei Ricchi”, chiamano questa ulteriore cessione di poteri dallo Stato alle Regioni. A giorni ne conosceremo i dettagli. L’embrione è nei recenti referendum Lombardo-Veneti e nella delibera Emiliana. La sanità? Assorbendo i tre quarti dei budget Regionali, quindi essendo centrale, qualunque intervento per quanto indiretto finirà per riguardarla.
 
Ma che altro ne resta da regionalizzare che non lo sia già stato in vent’anni di federalismo sanitario, dopo i Giarda, Titoli V, Referendum e Calderoli vari? Due aspetti basilari, per dettame costituzionale di equità, sono intoccabili, costanti, non modificabili: LEA e quota capitaria (indicizzata), cioè prestazioni minime e risorse per garantirle.
 
Per buttarla sulla dottrina economica: gli input (quota capitaria) e gli output (LEA) sono le costanti, gli stessi per tutti. Invece il processo che li trasforma, da input a output, da soldi in prestazioni, sono le variabili modificabili dalle Regioni: programmazione, organizzazione, gestione, produzione, valutazione, formazione, procurement, ecc. Cosa che nell’ultimo ventennio le Regioni hanno legittimamente fatto al massimo possibile, fino al limite di autonomia decisionale loro consentito. Di più proprio non possono.
 
A meno, qui sta il punto nodale, di modificare l’invarianza delle due costanti di input e output, quota capitaria e/o LEA. E dato che le proponenti Regioni del Nord non intendono certo ridurre le prestazioni, la costante da modificare resta la quota capitaria. Che a FSN immutato, o quasi, significa prenderla da altre Regioni.
 
Ma da Teano a oggi il divario nella ricchezza tra Regioni è macroscopico (il PIL pro-capite della Lombardia è 2,5 volte quello della Calabria). Ne consegue che le più ricche finanziano le meno, con la odiata/benedetta perequazione solidaristica: la sanità sotto il Garigliano è pagata in buona parte con schei padani.
 
Per tanti al Nord è da sempre un bolo ingerito mai digerito. Nelle pance sotto camicie non solo verdi ma anche di altri colori, per esempio un rosso scolorito all’ombra di Garisenda e Asinelli. Per loro il digestivo, o forse emetico, potrebbe essere appunto il nuovo “Regionalismo Differenziato” per ridimensionare drasticamente quella perequazione.
 
Le nostre tasse restino a casa nostra”, era il primigenio slogan, costitutivo della Lega sin dai suoi albori: non sorprende che oggi, diventata il primo partito italiano, l’obiettivo riemerga con forza, magari mascherato dai birignao retorici di facciata.
 
Fosse così, però, addio, agli attuali LEA per Calabri, Campani e altri ex borbonici. Prestazioni SSN amputate (pardon “differenziate”), con tutte le nefaste conseguenze sociali (ne ho appena scritto qui su QSsu risse tra pazienti e botte a medici e operatori) e migratorie. Di qui la domanda all’incipit: perché al Sud ne sono a favore? Tacchini tifosi del Natale?
 
Si è proposto di ridurre la perequazione attraverso escamotage alla Bertoldo, tipo i “costi standard” di riferimento (che in realtà non è il prezzo della siringa come spesso sentito, ma il costo del PDTA). O con il calcolo del fabbisogno definito sulla ricchezza (il gettito fiscale), anziché il processo contrario, come logica ed elementari nozioni di economia insegnano.
 
Il fabbisogno definito sulla ricchezza sarebbe la vittoria del reddito sul diritto, della disuguaglianza all’accesso. “Uno vale uno” sì, ma solo se nella stessa Regione. “Sovranismo” sì, del ricco sul povero. “Prima gli Italiani” sì, ma quelli delle Regioni ricche. Parole che piacciono su concetti che piacciono ai tempi dell’analfabetismo funzionale, dei “like” della politica da curva ultrà.
 
Molti “differenziatori”, e non solo da oggi, spiegano che bisogna fare camminare le Regioni del Sud con le proprie gambe finanziarie affinché diventino efficienti. Insomma, la sanità del Sud si migliora tenendola a stecchetto. Teoria singolare di pedagogia economica (magari appresa negli studi per la laurea “presa” in Albania).
 
Principio buffo, ma non inedito. Vedi i Cardinali nel 1270 in conclave a Viterbo da tre anni senza decidere il nuovo Papa. Trionfante in “Febbre da Cavallo”, cult anni ‘70, dove “Soldatino”, un brocco “bbono solo p’ ‘a ammazzatora” (mattatoio), comincia a correre fortissimo quando gli tolgono la biada perché il proprietario è rimasto al verde.
 
Ma allora, ideona! Applichiamo il metodo “Soldatino” agli stipendi dei legislatori e amministratori del Nord che lo propongono per il Sud. Diventeranno politici ancora più bravi ed efficienti. Di sicuro l’accetteranno con entusiasmo e così poi potersi mostrare ai loro adoranti followers sugli amati social come i vincenti testimonial diretti del successo del loro metodo! 
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria

Fabrizio Gianfrate

11 Febbraio 2019

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