Se il Ssn serve ancora di più in una società regressiva

Se il Ssn serve ancora di più in una società regressiva

Se il Ssn serve ancora di più in una società regressiva
È in fasi regressive che serve di più il Ssn, nella sua funzione essenziale di tutela del bene comune “salute pubblica”, in dubbio con modelli che chiedono responsabilità individuale (i soldi per l’assicurazione, pure quelli di nonna, finirebbero nelle video slot)

“…Debito record e crisi economica, con precarietà e disoccupazione, hanno fatto lievitare il rancore sociale, la violenza privata, l’avversione alle élite, la crescita di nazionalismo, populismo e odio razziale, e del consenso a nuovi partiti (…)” Così il cronista. Che modello di sanità in una società tanto mutata? Il tema è propedeutico all’acceso dibattito su SSN, mutue e assicurazioni private e si pone a monte di valutazioni economiche e funzionali.
 
Se la sanità è figlia della società ne dovrebbe riflettere il sentire comune. Così se diventiamo meno solidali e tolleranti, anzi assertivamente escludenti, è coerente un SSN universale ed egualitario, cioè dai principi disallineati con la pubblica opinione, che ne è “azionista unico”, lo finanzia (con le tasse) e utilizza? Una sanità, insomma, non più figlia ma figliastra?
 
Per pubblica opinione non intendo le rumorose latrine social, o il bullismo endemico, col “vaffa” elevato a norma relazionale, o le svariate succursali del KKK. Mi riferisco invece al cittadino medio, alla maggioranza “grande pancia del Paese”. In cui oggi, appunto, sembrano prevalere, o forse sarebbe più corretto dire emergere, sentimenti di divisione e anti solidarismo. Opposti a quelle universalità e inclusione basi del nostro SSN.
 
Questa discrasia ideologica tra sanità e società non è inedita: l’Obamacare fu ferocemente osteggiata, e non solo dai nazisti dell’Illinois ma anche da diversi Dem, additata di essere all’opposto del principio di responsabilizzazione individuale proprio degli USA, accusata di addossare al contribuente i costi sanitari altrui.
 
Prendiamo le recenti azioni delle Regioni. Da Lombardia e Veneto col referendum, ed Emilia, a quasi tutte le altre hanno chiesto formale maggiore autonomia. Anche se i temi reclamati non riguardano la sanità, va da sé che dato il suo peso nei bilanci alla fine, per quanto indirettamente, finiscono col coinvolgerla.
 
Benché i 21 SSR siano divenuti negli anni sempre più diseguali, col Titolo V in merito di fatto fallito, oggi si vogliono persino accentuare ulteriormente le differenze, aumentare di più le distanze reciproche. Spirito globale dei tempi, di “Heimat”, le piccole patrie chiuse, filo spinato più o meno metaforico e vento freddo da Visegràd.
 
Che sanità, allora, per i sempre più italiani “contro”, gli “Uomini e no” di Vittorini? Cui il mix tra voglia di nemico ed “analfabetismo funzionale”, bassa scolarizzazione ed “indice di percezione distorta” (record in EU e OCSE) rende facili prede del “marketing della paura e del rancore”, quello che dove i problemi sono usa anziché risolti.
 
Spingendo la percezione dei bisogni verso quelli più primari, in basso nella Piramide di Maslow, in un moderno neorealismo dove più stai peggio, o lo credi, più ti comporti peggio, in un’omologazione al ribasso spesso paradossale (per restare nel nostro campo: i medici ci curano e li meniamo, sputiamo sui vaccini perché “senza basi scientifiche” e spendiamo miliardi in cartomanti e pozioni magiche)
 
In questo quadro sarebbe appunto più coerente una sanità individualistica, dove ognuno si sceglie la propria assicurazione? Coerente forse, ma non utile. È in fasi regressive che serve di più il SSN, nella sua funzione essenziale di tutela del bene comune “salute pubblica” (questa l’eziologia del welfare di Beveridge), in dubbio con modelli che chiedono responsabilità individuale (i soldi per l’assicurazione, pure quelli di nonna, finirebbero nelle video slot)
 
Quindi sanità protettiva per società regressiva. Come quella nella descrizione all’inizio di questo mio breve articolo. Non è preso da “La Repubblica” o dal “Corriere”. Ma dal “Berliner Zeitung” del giugno 1932. Descrive la Germania di Weimar, esempio raro di democrazia del ‘900, pochi mesi prima che i tedeschi, con elezioni mai tanto libere nella loro millenaria storia, la consegnino a furor di popolo al piccoletto coi baffetti alla Ollio, però meno simpatico.
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria

Fabrizio Gianfrate

03 Settembre 2018

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