Stop ai pensionamenti e lavoro fino a 75 anni per i medici. Una soluzione drastica per salvare il Ssn

Stop ai pensionamenti e lavoro fino a 75 anni per i medici. Una soluzione drastica per salvare il Ssn

Stop ai pensionamenti e lavoro fino a 75 anni per i medici. Una soluzione drastica per salvare il Ssn
Non fare ciò, tenuto conto che il 45% degli ospedalieri e il 52% di pediatri e medici di famiglia hanno più di 60 anni, si corre il rischio di minacciare il funzionamento dell’assistenza sociosanitaria alla persona, persino l’esistenza del sistema salute pubblico.

Il problema c’è e occorre risolverlo. I medici non ci sono, gli infermieri neppure e ai veterinari e loro personale di ausilio, funzionali a garantire la prevenzione e la sicurezza alimentare nessuno pensa.

L’invecchiamento è totale. Prestatori d’opera professionale e destinatari oramai ben oltre livelli d’età pensionabile. I pensionati e quelli prossimi ad esserlo sono la maggioranza della nazione che, tenuto conto della denatalità, sarà destinata a crescere in una progressione tale da lasciare soli gli utenti e seduti al camino (si fa per dire, vista l’offerta privata!) tanti medici ancora in forze.

Il dramma è che la politica ha lasciato da parte dal 2006, ultimo anno nel quale è stato redatto il Piano sanitario nazionale, la programmazione. Troppo fastidiosa a farla a cura di una burocrazia inadeguata e svogliata nel rilevare i dati, ma veritieri, nel constatare i rischi emergenti, nell’individuare i fabbisogni epidemiologici e del personale necessario a soddisfarli, nel registrare l’insufficienza professionale funzionale alle soluzioni e nel pretendere dal sistema formativo di adeguarsi ai numeri indispensabili a garantire salute.

In assenza di programmazione reale, messa in secondo piano da progetti giocati (come solito) ai dadi in sede di Conferenza Stato-Regioni, si sono creati 21 sistemi sanitari, per lo più fondati su sistemi concorrenti. Ma non nel senso di concorrere a raggiungere offerte migliori, bensì ad acchiappare più importazioni regionali di malati, spesso disperati e portati di frequente alla miseria.

Da qui, lo squilibrio totale tra alcune regioni del nord, regine della mobilità attiva. Altre al di sopra di Roma attrezzate a difendersi. Il resto, componenti storiche del Mezzogiorno, ad essere produttrici esperte in migrazione miliardaria e in moltiplicazione non “dei pani e dei pesci” bensì di accreditamenti e contratti a gogò con i privati, con conseguente specializzazione in buchi di bilancio miliardari.

Una situazione, questa, che ha fatto sì che il Paese di spaccasse in due anche per la contrapposizione delle specializzazioni: l’una ad accaparrare miliardi; l’altra a distribuirli. In mezzo, una popolazione di medici e infermieri con i capelli bianchi, che hanno lasciato l’utenza in mezzo la strada. Ciò nel senso anche della medicina convenzionata che ha chiuso una percentuale altissima dei medici di famiglia: quelli che sono stati, insieme, piaceri e dolori. I primi distribuiti da quelli con il tradizionale spirito di servizio. I secondi conseguenti alla metodologia di scaricare i propri pazienti sui pronto soccorso.

Questa è la storia non di uno di noi, ma di tutti noi. Ad essa deve tuttavia conseguire la proposta. Nel frattempo che la politica rinsavisca riprogrammando annualmente l’intervento del SSN, necessita trovare la soluzione a questo sistema della salute “da incubo”. Per fare ciò non è sufficiente rivolgersi a Cannavacciuolo, necessita un provvedimento semi-strutturale. Uno di quelli che offrono l’occasione assistenziale in attesa che “arrivino i nostri”, sempre che la programmazione formativa non faccia anch’essa “fetecchia”, nel senso di rimanere deserta dei migliori maestri, quelli che servono.

Dunque, in entrambi i casi, stop ai pensionamenti e allungamento dell’età lavorativa sino ai 75 anni. Ciò nella considerazione che i settantacinquenni di oggi sono attivi come lo erano un tempo i cinquantacinquenni e che la previsione del tempo necessario perché “arrivino i freschi”, che non sono però affatto dietro l’angolo.

Una logica, peraltro, in linea con quanto è dato rilevare quotidianamente ove l’istanza di assistenza privata è per la gran parte rivolta prevalentemente ai medici dipendenti di ieri del Ssn, oggi operanti a regime nel privato accreditato e non.

Non fare ciò, tenuto conto che il 45% degli ospedalieri e il 52% di pediatri e medici di famiglia hanno più di 60 anni, si corre il rischio di minacciare il funzionamento dell’assistenza sociosanitaria alla persona, persino l’esistenza del sistema salute pubblico.

A fronte di questo, bisogna comunque risolvere il problema della concorrenza sleale in casa ma anche di quella oltrefrontiera extra UE, ai quali (quasi sempre latinoamericani) va comunque riconosciuto un grazie nazionale per avere coperto i colpevoli buchi di organico.

Ma l’assistenza sociosanitaria, per come la intendiamo in tantissimi, non la si fa con il ricorso alle panchine bensì programmando e realizzando ciò che serve. Un divieto per i convenzionati e per i dipendenti part time del Ssn a rendere prestazioni a gettone attraverso anonime cooperative, regine di una sorta di novellato caporalato professionale, sarebbe l’ideale.

Ettore Jorio

Ettore Jorio

29 Gennaio 2024

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