Sunshine Act. Serve un passo in più per la vera trasparenza

Sunshine Act. Serve un passo in più per la vera trasparenza

Sunshine Act. Serve un passo in più per la vera trasparenza
Il problema che la legge sulla trasparenza dei rapporti tra industrie e operatori sanitari appena approvata dalla Camera ed ora all'esame del Senato dovrebbe affrontare non dovrebbe essere tanto quello dei rapporti in sé (legittimi e indispensabili) quanto quello di rendere pubblici e verificabili i rapporti esistenti o passati, soprattutto per chi ha ruoli nella gestione del farmaco a livello nazionale o locale

Il tuo interlocutore ti contraddice scomodamente in pubblico e con ragione? Non sai come replicargli con argomentazioni solide e credibili? Da oggi basta col denigrargli i defunti o dubitare ad alta voce della moralità della mamma, ora basterà dargli del “al soldo dell’Industria farmaceutica™”.
 
Fai anche tu come la Ministra Grillo verso chi la criticava per l’inadeguatezza delle risorse del SSN. Smetti di usare i vecchi e stantii epiteti, i noiosi improperi tanto cari all’élite e a quelli che c’erano prima. L’imperante trend popul-nazi(onalsovran)ista, sin dal “vaffa” assurto a suo manifesto politico, reclama improperi e contumelie nuove, al passo coi tempi, più attuali e moderniste, di facile e conformista presa popolare, come appunto l’apodissi marinettiana contro la Spectre delle farmaceutiche.


 


Scherzi a parte, quella della Ministra è stata un’uscita poco felice. Benché sia legittimo un sospetto di pregiudizio ideologico, tuttavia non si devono impiccare le persone alle parole che hanno detto, specialmente i politici. Vanno invece guardati i fatti. E i numeri (facts and figures)
 
I fatti dicono che sono le industrie a scoprire, sviluppare e produrre i farmaci che ci fanno vivere di più e meglio, coi progressi giganteschi nella cura di malattie fino a ieri incurabili. Farmaco buono ma industria che lo fa invece cattiva. Una discrasia dall’eziologia demagogica e acchiappa consensi, tollerabile se viene dai gruppi “social” terrapiattisti o rettiliani anti Soros contro le scie chimiche, preoccupante se viene dall’Istituzione monopsonista del mercato e che ne decide i prezzi.
 
I numeri dicono che di gente “al soldo dell’industria farmaceutica” ce n’è parecchia. 65.000 i soli addetti diretti, più il doppio nell’indotto. Per lo più laureati. Sono tanti e pure la parte più qualificata del Paese. Poi ci sono i tanti consulenti, regolarmente od occasionalmente.
 
I più titolati e gettonati sono accademici e luminari, direttori di dipartimento, presidi di facoltà, primari, farmacisti ospedalieri, ecc., dipendenti pubblici in ruoli di vertice. Chissà quanti in staff alla Ministra o tra gli autorevoli esperti da Lei nominati negli organismi che presiede (ISS, AIFA, CSS, Agenas, ecc., ecc.)
 
Pericoloso? Scandaloso? No, indispensabile. Perché per avere i nuovi e migliori farmaci, sviluppati, approvati e resi disponibili nel migliore e più corretto dei modi, serve l’apporto delle migliori competenze del sistema, appunto i migliori ricercatori, farmacologi, clinici, farmacisti, economisti, che affianchino e migliorino le pur già elevate competenze interne alle industrie, nel portare al mercato, ovvero ai pazienti, i nuovi farmaci nel modo più appropriato, utile e rapido.
 
E dove le trovi le migliori competenze per fare questo, oltre che nelle industrie, se non nelle Università o negli Ospedali? Cruciale, quindi, che questi eccellenti esperti siano coinvolti e ne siano legittimamente remunerati.
 
Il vero nodo del Sunshine Act, la legge appena approvata alla Camera sulla trasparenza nei rapporti tra industrie private e operatori pubblici della salute, non è che ci siano questi rapporti di industrie con dipendenti di Università o SSN, appunto non solo legittimi ma cruciali e indispensabili per il migliore sviluppo, accesso e uso del farmaco a beneficio della collettività dei pazienti.
 
Il caveat è quantitativo, ovvero che questi alti “dirigenti” pubblici destinino alle loro attività di consulenza privata un tempo congruo e non sottraendolo al lavoro per cui sono (ben) stipendiati dallo Stato.
 
E che sia trasparente per coloro che sono al contempo “al soldo dell’industria farmaceutica” e “al soldo dello Stato”, sedendo in commissioni nazionali, regionali o locali dove si decide, si approvano e adottano quei farmaci per i quali sono, o sono stati, consulenti delle rispettive industrie.
 
Insomma, che quel doppio cappello sia reso del tutto trasparente, sia alla loro struttura di appartenenza (università ospedale, ecc.), sia alla commissione o comitato di cui fanno parte, sia all’industria che li ingaggia. E pure all’opinione pubblica che li paga.
 
Insomma “est modus in rebus” come sosteneva l’enigmista latino. Per quantità e qualità. Il Sunshine Act può aiutare molto in tal senso. Dovrebbe servire a Rettori, DG ospedalieri, Istituzioni, Regione, Industrie, a evitare, almeno minimizzare, l’inevitabile intrinseco rischio di distorsioni, moral hazard e conflitti d’interesse. Del resto, se vogliamo utilizzare i più bravi è un rischio impossibile da non correre.
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria

Fabrizio Gianfrate

09 Aprile 2019

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