Tre cose da fare per ripartire

Tre cose da fare per ripartire

Tre cose da fare per ripartire
L'uscita dall'emergenza in atto, atteso il lungo periodo che ci separa dalla ripresa di una vita normale, ha bisogno di tre cose. Che il triste evento: entri a fare parte della cultura sociale; divenga una severa lezione per la politica; determini la messa a disposizione immediata di economie spendibili i tanti nuovi e vecchi bisognosi, altrimenti destinati ad una povertà che non ha avito eguali e ad una condizione di vita a rischio elevato

Il coronavirus sta insegnando molto di più di quanto le istituzioni infra-statali (regioni, città metropolitane, province e comuni) stanno imparando, anche perché l'Istituzione maestra, lo Stato, non sta offrendo una buona prova didattica, nonostante una efficienza non comune. Troppe le fonti normative e non!
 
Quanto alle istituzioni territoriali, tante le esigenze di apparire con l'adozione di provvedimenti regionali che, spesso, vanno ben oltre il necessario. Eccessivo il fascino delle telecamere, nonostante sia utile per convincere gli italiani a stare a casa e via dicendo.
 
L'esperienza docet
L'epidemia in atto, dalla quale usciremo (ahinoi!) solo quando sarà disponibile il vaccino, ha bisogno di tre cose, atteso il lungo periodo che ci separa dalla ripresa di una vita normale. Che il triste evento: entri a fare parte della cultura sociale; divenga una severa lezione per la politica; determini la messa a disposizione immediata di economie spendibili i tanti nuovi e vecchi bisognosi, altrimenti destinati ad una povertà che non ha avito eguali e ad una condizione di vita a rischio elevato.

Le esigenze
La prima riguarda la necessità che venga a maturarsi l'idea di una convivenza con essa di tipo globalizzato. Non ci sono fughe in avanti, egoismi nazionali, investimenti pubblici e privati che tengano, fatta la dovuta eccezione per quelli destinati alla ricerca e alla sua applicazione.
 
Il tutto con la plausibile certezza che il Covid-19 non rappresenta né il primo problema pandemico né tampoco l'ultimo. Quindi, in una riprovevole logica espressa da taluni stati di uscire dall'UE, occorre rivedere le logiche non più trascurabili di una più proficua convivenza istituzionale e dei popoli che affollano la terra, sempre di più bisognosi di politiche solidali e unionali. In un tale auspicabile progetto le ricchezze individuali dovranno sempre diventare patrimonio di tutti, nel senso di rendere parte di esso funzionalmente ridistributivo per il perseguimento del benessere salutare complessivo. Da qui, la massima tutela dell'ambiente e delle persone nonché della profilassi veterinaria, in una alla accelerazione delle politiche sociali.
 
La seconda riguarda il rinnovato compito della politica. Ciò che la stessa deve fare per assicurare regole che tutelino la salute della collettività di riferimento nazionale. Non solo. Di impegnarsi nella realizzazione di un processo il più aggregativo possibile, sì da ridurre al minimo la pluralità autonoma dei centri decisori, finalizzato a decidere insieme e velocemente per la protezione degli esseri ovunque viventi.
 
Quanto al decisore statale e territoriale, occorrerà rivedere abitudini, priorità e obiettivi, a cominciare dall'esercizio unitario e indissolubile delle politiche socio-sanitarie, rendendo «figlie dello stesso padre» quelle che afferiscono la salute, l'assistenza sociale e la previdenza non contributiva. La concretizzazione di un siffatto programma varrà una revisione costituzionale, nel senso di riportare alla competenza statale – ove già risiedono i livelli essenziali delle prestazioni – anche le discipline di dettaglio (oggi delle Regioni) ma anche la competenza legislativa sulla assistenza sociale, lasciata incoscientemente con la revisione del 2001 a quella esclusiva delle Regioni.
 
Un ambito nel quale si è fatta macelleria legislativa, ideologica e comportamentale, raggiungendo l'apice del peggio in Calabria. Relativamente al tema, sarebbe il caso di istituire – in alternativa dell'attuale sistema fondato sulla aziendalizzazione (sanità), su un pericoloso regionalismo decisionale (assistenza sociale) e sul peggiore assistenzialismo (previdenza non contributiva) – una agenzia nazionale della salute che si esprima regionalmente attraverso 19 agenzie regionali e due operanti nelle province di Trento e Bolzano, come ho già proposto in un mio precedente articolo.
 
La terza costituisce l'indispensabile per sopravvivere, cui dovrà coesistere il necessario per ripartire, meglio e più di prima. Partendo dalla logica che sia indispensabile evitare, da subito, il generarsi della «guerra del pane» si rende indispensabile a tutte le istituzioni «tirare fuori dai barili» ogni genere di provvista.
Dunque, è ineludibile che il Governo (che pare lo stia facendo andando ben oltre il disponibile!) tiri fuori il massimo delle risorse da distribuire alle famiglie e alle imprese con l'applicazione di metodologie obiettivamente garanti del supporto alle relative sopravvenute povertà.
 
Stesso compito avranno le Regioni, così come per esempio ha promesso di fare la Regione Campania con il suo «Piano per l'emergenza socio-economica» di complessivi 605 milioni, di cui il 55% a valere sul suo bilancio ordinario. L'imminenza del bisogno collettivo da soddisfare impone alle stesse l'utilizzo del possibile e dell'impossibile. Ben venga la ritrovata saggezza di mettere correttamente in uso spedito tutte le risorse comunitarie a sua disposizione, spesso non utilizzate negli scorsi anni per consolidata irresponsabilità.
 
Queste ultime potranno, infatti, in presenza di impegni pregressi e (ahinoi!) non spese, essere riclassificate e quindi rimodulate in termini di programmazione e utilizzo. Un ulteriore contributo notevole in tal senso potrebbe arrivare dal Governo nel consentire alle Regioni una apposita flessibilità nell'uso del Fondo nazionale sviluppo e coesione. Una opzione che accantoni le regole generali di cui all'art. 44 del D.L. 34/2019, c.d.
 
Crescita, e concentri l'intervento tutto a favore delle politiche di lotta all'emergenza. Una opzione legislativa di allora che deve trovare nelle politiche governative di oggi la migliore attuazione, a condizione che tutto avvenga nel rispetto della territorialità.
 
Ettore Jorio
Università della Calabria

 

Ettore Jorio

06 Aprile 2020

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