Il medico continua ad aggiornarsi. Spesso, molto più spesso di quanto si immagini. Ma lo fa in modo diverso dal passato: meno lineare, meno legato a un singolo canale, più selettivo e più pragmatico. Non cerca soltanto contenuti scientificamente corretti, ma contenuti utili, sintetici, accessibili quando servono e immediatamente trasferibili nella pratica clinica. È la fotografia che emerge dalla terza Quick Survey di Quotidiano Sanità, realizzata dal team Market Research di Homnya e dedicata ai canali di formazione e informazione utilizzati dagli operatori sanitari. Alla rilevazione hanno partecipato oltre 400 professionisti, in larga parte medici specialisti, insieme a medici di medicina generale, pediatri e farmacisti.
Il primo dato è netto: l’aggiornamento professionale è ormai una pratica frequente, incorporata nella routine. Il 33% dei rispondenti utilizza canali digitali per l’aggiornamento scientifico ogni giorno, il 34% due o tre volte alla settimana. Quasi sette professionisti su dieci, dunque, si aggiornano più volte nell’arco della stessa settimana. Più contenute le code: il 15% una volta a settimana, il 12% due o tre volte al mese, appena il 5% meno di una volta al mese.
La novità, però, non è la frequenza: è il modello. Dalla survey non emerge un canale unico e dominante, capace da solo di assorbire il bisogno di formazione. Al contrario, il professionista costruisce il proprio aggiornamento combinando strumenti diversi, ciascuno con una funzione precisa: approfondire, verificare, confrontarsi, orientarsi in fretta, seguire una novità, sciogliere un dubbio terapeutico.
Tra i canali giudicati più utili negli ultimi trenta giorni, al primo posto ci sono webinar e corsi online (27%), seguiti a brevissima distanza da congressi ed eventi ECM (26%). Restano centrali newsletter e siti web professionali (23%) e riviste scientifiche (19%). Più defilati gli informatori scientifici del farmaco (4%) e i colleghi o KOL (3%).
“Il dato racconta la fine del canale unico — osserva Gadi Schoenheit, Business Unit Director Market Research di Homnya —. Il professionista non si informa più attraverso una sola porta d’accesso: costruisce un ecosistema personale di aggiornamento, scegliendo di volta in volta il canale più adatto al bisogno del momento”.
Questa pluralità di fonti non si traduce però in disponibilità indiscriminata ad assorbire qualunque contenuto. Anzi, il professionista appare sempre più selettivo. Il principale motivo per cui un contenuto viene scartato è la scarsa rilevanza per la pratica clinica quotidiana, indicata dal 34% del campione. Seguono la scarsa autorevolezza della fonte (24%), l’eccesso di promozionalità (15%), la lunghezza eccessiva (10%), la scarsa chiarezza o sintesi (9%) e il fatto che il contenuto arrivi nel momento sbagliato (7%).
È uno dei passaggi più significativi della rilevazione: il valore di un contenuto non si misura più solo sulla qualità scientifica astratta, ma sulla sua utilità operativa. Deve servire, deve essere rilevante, deve aiutare a decidere meglio e più in fretta.
“La vera discriminante oggi è la rilevanza — spiega Schoenheit —. Un contenuto può essere formalmente corretto, ma se non parla alla pratica clinica quotidiana rischia di essere ignorato. Il tempo del professionista è scarso: l’informazione deve dimostrare subito perché merita attenzione”.
Il quadro diventa ancora più interessante quando la survey indaga che cosa accade davanti a un dubbio terapeutico. Qui il riferimento principale resta saldamente quello di linee guida e società scientifiche, citate dal 46%. Ma accanto alle fonti tradizionali si affacciano nuovi strumenti di consultazione rapida: il 23% indica strumenti di intelligenza artificiale o motori di ricerca generici, il 21% portali o riviste scientifiche. Più distanziati colleghi o KOL (6%), materiali aziendali o ISF (2%) e webinar on demand (2%).
È forse il dato più notiziabile dell’intera rilevazione. Non perché l’AI sostituisca le fonti scientifiche riconosciute che restano il punto di riferimento ma perché è già entrata nella pratica quotidiana di una quota rilevante di professionisti: non come fonte primaria di aggiornamento, ma come strumento di orientamento, consultazione veloce e prima selezione dei contenuti.
“Non c’è una sostituzione dell’autorevolezza scientifica: linee guida e società scientifiche restano centrali — sottolinea Schoenheit —. Ma l’AI entra nel percorso informativo come strumento di lavoro, quasi un motore di ricerca evoluto. Il punto non è se i professionisti la useranno: una parte la sta già usando. La vera questione è come garantire qualità, appropriatezza e contesto nell’utilizzo”.
Anche i benefici attesi confermano questa lettura concreta. Il primo è la maggiore appropriatezza nella scelta terapeutica (39%), seguito dalla decisione clinica più rapida (30%) e dalla maggiore sicurezza prescrittiva (19%). Più distanziati il miglior dialogo con il paziente (5%), la migliore gestione del follow-up (4%) e il beneficio limitato nella pratica quotidiana (3%). L’aggiornamento, insomma, non viene vissuto come un adempimento formativo separato dall’attività clinica, ma come uno strumento per decidere meglio. Appropriatezza, rapidità e sicurezza prescrittiva sono tutte voci direttamente legate al lavoro quotidiano di medici e farmacisti.
Guardando ai prossimi dodici mesi, la richiesta è netta: più sintesi, più accessibilità, più fruibilità. Il formato più desiderato è quello delle pillole informative e delle news scientifiche brevi (35%), seguito dai webinar brevi on demand (18%) e dai casi clinici commentati (17%). I confronti tra opzioni terapeutiche raccolgono il 16%, gli incontri one-to-one ad alto contenuto scientifico il 9%, i materiali sintetici per il paziente il 4%.
La direzione è evidente. Il professionista non chiede solo formazione tradizionale, ma strumenti rapidi, selezionati e contestualizzati, capaci di entrare nel flusso reale della giornata lavorativa, con un carico cognitivo sostenibile.
Questo non significa che congressi, ECM e riviste scientifiche perdano valore: restano pezzi fondamentali dell’ecosistema. Ma cambiano le aspettative. Il contenuto lungo, frontale e standardizzato, uguale per tutti, fatica a rispondere da solo a un contesto fatto di sovraccarico informativo, tempi compressi e crescente complessità clinica.
La survey racconta così una trasformazione che riguarda non solo i canali, ma il modo stesso di informarsi. Il problema non è più la scarsità di informazione, ma il suo eccesso. Non si tratta di trovare un contenuto qualunque, bensì di trovare in fretta quello giusto. Non di aggiungere fonti, ma di costruire percorsi capaci di filtrare, ordinare e rendere utilizzabile una massa crescente di conoscenze.
“In un contesto di overload informativo il valore non sta più solo nel produrre contenuti — conclude Schoenheit —, ma nel renderli rilevanti, sintetici, personalizzati e applicabili. La formazione continua del futuro sarà sempre meno standardizzata e sempre più costruita attorno ai bisogni reali del professionista”.
Il messaggio finale è chiaro: il medico non vuole meno formazione, vuole formazione migliore. Più rapida quando serve rapidità, più autorevole quando serve certezza, più pratica quando deve tradursi in decisione clinica. La parola chiave, alla fine, è una sola: rilevanza. Perché in sanità l’informazione non vale solo per ciò che contiene, ma per quanto riesce ad aiutare il professionista a curare meglio.
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