Gentile Direttore,
come sindacato Di.Co.Si. ContiamoCi! abbiamo letto con attenzione l’analisi del Centro Studi Anaao Assomed, pubblicata su Quotidiano Sanità, dedicata ai possibili risparmi che l’intelligenza artificiale potrebbe generare nel Servizio Sanitario Nazionale. Proprio perché proviene dal principale sindacato della dirigenza medica ospedaliera, merita una riflessione che vada oltre i miliardi recuperabili.
Non siamo pregiudizialmente contrari all’intelligenza artificiale in sanità. L’IA può essere uno strumento importante nelle mani del medico, alleggerendo attività burocratiche e supportando alcuni processi diagnostici. Ci preoccupa, invece, una visione della sanità dominata dalle categorie dell’efficienza economica e della produttività.
Colpisce, in particolare, un passaggio. Parlando dei vantaggi della diagnosi precoce oncologica, si afferma che questa costa meno, richiede cure meno invasive e che “il paziente torna produttivo”.
Il paziente non deve “tornare produttivo”. Deve, se possibile, tornare sano. E se non può guarire deve essere curato, assistito e accompagnato con dignità, indipendentemente dalla sua capacità di produrre. Il recupero della capacità lavorativa e il risparmio possono essere conseguenze positive della cura, non la sua ragione né il parametro del suo valore.
Colpisce anche la definizione della sanità digitale come “settore industriale strategico”. Se parliamo di salute con il linguaggio dell’industria, rischiamo di modificare il modo in cui guardiamo il malato e il medico: il paziente diventa un costo, la visita una prestazione, il tempo una variabile da comprimere e il professionista un fattore produttivo.
È una deriva che conosciamo bene. Da anni l’aziendalizzazione della sanità pubblica impone obiettivi, budget e tempi di prestazione sempre più compressi. Prima di chiedere all’IA come recuperare miliardi, dovremmo domandarci quanto ci sia già costata questa concezione della sanità, perché esiste anche un’inefficienza prodotta dall’ossessione per l’efficienza.
Quando a un medico viene concesso sempre meno tempo per ascoltare un paziente, raccogliere un’anamnesi, visitarlo e ragionare sui dati clinici, non si sta necessariamente risparmiando. Una visita frettolosa può contribuire a una diagnosi mancata o generare ulteriori accertamenti; una dimissione troppo precoce può favorire un nuovo accesso in Pronto Soccorso o un nuovo ricovero. Il costo non scompare: viene spostato più avanti. Una parte degli sprechi potrebbe nascere proprio da un’organizzazione che ha sacrificato il tempo clinico alla produttività.
ANAAO precisa che il tempo liberato dall’IA non dovrebbe tradursi in tagli del personale o ulteriori carichi di lavoro, ma essere restituito anche alla relazione con il paziente, alla formazione e alla ricerca. È un principio condivisibile. Ma se un medico risparmierà un’ora di burocrazia, quell’ora dovrà davvero tornare alla medicina e non trasformarsi in ulteriori visite, più referti, organici ridotti o nuovi indicatori di produttività. Altrimenti avremo applicato strumenti tecnologici del XXI secolo a una concezione industriale della sanità che viene da molto più lontano.
Esiste poi il problema della responsabilità. La decisione finale, ci viene detto, resterà nelle mani del medico. Ma questo ha senso soltanto se gli viene lasciato il tempo per esercitare realmente quella responsabilità. Per supervisionare bisogna avere il tempo di pensare. A ritmi sempre più serrati il medico rischia di trasformarsi da decisore a certificatore della macchina: l’algoritmo elabora, il medico valida e firma e, quando qualcosa va storto, è ancora il medico a doverne rispondere.
L’intelligenza artificiale deve lavorare per il medico, non il medico per l’intelligenza artificiale. Deve togliere burocrazia per restituire tempo alla relazione di cura, aiutare il professionista senza sostituirne il ragionamento e aumentare la qualità dell’assistenza, non semplicemente il numero delle prestazioni.
Curare richiede tempo: ascoltare, visitare, spiegare una diagnosi, confrontarsi con un collega. Persino il dubbio richiede tempo e in medicina non è un difetto di produttività, ma parte del ragionamento clinico.
Ben venga dunque l’intelligenza artificiale, se servirà a restituire tutto questo ai medici e ai pazienti. Ma il Servizio Sanitario Nazionale non è una fabbrica, il medico non è un produttore di prestazioni e il paziente non è un’unità produttiva da riparare affinché possa tornare nel circuito economico.
Forse, prima di domandarci quanti miliardi potrà farci risparmiare l’intelligenza artificiale, dovremmo porci una domanda più scomoda: quanta buona medicina abbiamo già perso nel tentativo di trasformare la sanità in un’azienda?
Dr. Dario Giacomini
Medico radiologo
Presidente sindacato Di.Co.Si. ContiamoCi!