Il Piano strategico operativo per una pandemia da patogeni respiratori a maggiore potenziale pandemico 2025-2029 incassa il via libera solo condizionato del Ministero dell’Economia e delle Finanze. La Ragioneria generale dello Stato, con un parere trasmesso il 23 gennaio 2026 che Quotidiano Sanità ha potuto visionare, chiede infatti chiarimenti e modifiche sostanziali prima dell’intesa in Conferenza Stato-Regioni, segnalando criticità sulla quantificazione degli oneri, sulle coperture finanziarie e sull’impatto per Regioni e autonomie speciali.
Al centro delle osservazioni del MEF c’è innanzitutto l’assenza della relazione tecnica aggiornata. Ai fini del parere, la Ragioneria ha dovuto fare riferimento a un documento di “stima delle risorse” allegato a una versione precedente del Piano e non allineato all’ultimo testo. Una lacuna che, secondo il Ministero dell’Economia, non consente allo stato una verifica puntuale dei costi complessivi connessi all’attuazione del Piano.
Sul fronte delle risorse, il MEF ricorda che la legge di Bilancio 2025 (legge n. 207/2024) ha autorizzato una spesa pari a 50 milioni per il 2025, 150 milioni per il 2026 e 300 milioni annui a decorrere dal 2027. Tuttavia, le stime riportate nel documento allegato all’Accordo, in alcuni casi, eccedono gli importi annuali previsti dalla norma, soprattutto per gli interventi a livello regionale e delle Province autonome. Inoltre, per alcune spese correnti riferibili a Ministero della Salute, Istituto superiore di sanità e Istituto nazionale per la salute dei migranti, si ipotizza il ricorso a risorse aggiuntive non previste o addirittura non disponibili.
Un ulteriore nodo riguarda il personale. La Ragioneria segnala che le valutazioni dei costi si basano in parte su dati superati e su macrocategorie prive dell’indicazione dei profili professionali da reclutare. In particolare, per il potenziamento dei Dipartimenti di prevenzione viene ammesso che una stima definitiva delle risorse sarà possibile solo al termine delle attività istruttorie in corso, come la definizione degli standard nazionali di dotazione organica. Una situazione che, secondo il MEF, rende il quadro finanziario ancora troppo incerto.
Criticità anche sugli investimenti: il Piano prevede l’utilizzo di oltre 11,7 milioni di euro a valere sull’articolo 20 della legge n. 67/1988, nell’ambito della quota di riserva CIPE per interventi urgenti. Ma, osserva la Ragioneria, le risorse effettivamente disponibili risultano inferiori rispetto a quanto indicato nel documento.
Sul piano istituzionale, il MEF richiama l’attenzione sulla posizione delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome. Pur non accedendo – salvo parziale eccezione per la Sicilia – alle risorse statali, queste autonomie dovranno comunque attuare il Piano sull’intero territorio nazionale. Per questo la Ragioneria chiede che siano esplicitati gli oneri a loro carico e che venga introdotta una clausola di salvaguardia uniforme per tutte le autonomie speciali, non solo per la Provincia autonoma di Bolzano. Il testo proposto mira a garantire l’applicazione dell’Intesa nel rispetto degli statuti speciali e delle norme di attuazione, evitando però formulazioni che possano portare a un’applicazione disomogenea del Piano .
Non mancano, infine, osservazioni di carattere formale e di drafting legislativo: dagli arrotondamenti nelle tabelle di ripartizione delle risorse – che determinerebbero uno scostamento complessivo di circa 110 mila euro – fino alla richiesta di aggiornare le scadenze previste nell’Accordo e di uniformare la terminologia riferita a Regioni e Province autonome . Le Regioni, da parte loro, sottolineano di aver già garantito pieno supporto tecnico alla stesura del documento e di aver fornito tempestivamente tutti i riscontri richiesti. In una nota del Coordinamento interregionale Prevenzione viene evidenziato come ulteriori rinvii non siano sostenibili e rischino di comprimere i tempi necessari agli adempimenti regionali, con possibili ricadute sulla capacità di preparedness e risposta del Servizio sanitario nazionale in caso di nuove emergenze pandemiche.
In attesa dei chiarimenti richiesti al Ministero della Salute e delle modifiche indicate, il parere della Ragioneria generale dello Stato rappresenta di fatto un passaggio obbligato prima del via libera definitivo al nuovo Piano pandemico. Un segnale che, a distanza di anni dall’emergenza Covid-19, la preparazione alle future pandemie resta una priorità strategica, ma deve fare i conti con vincoli finanziari stringenti e con la necessità di un quadro economico solido e trasparente.
Come sempre a sforare i tetti è la spesa diretta, quella di ospedali e Asl e non quella indiretta che passa per le farmacie. Nel 2024, a fronte di una spesa complessiva di 37 miliardi (in aumento del 2,8% sul 2023), la spesa diretta era cresciuta di circa il 10%, per lo più per i farmaci innovativi, antidiabetici e oncologici. Nei primi sei mesi del 2025, la spesa per acquisti diretti ha registrato uno sforamento di oltre 2,62 miliardi di euro, incidendo per il 12,17% sul Fondo sanitario nazionale (Fsn) a fronte di un tetto dell’8,30%, oltre il quale scattano i meccanismi di payback a carico delle aziende e delle Regioni. Lo sforamento è proseguito anche nei mesi seguenti.
Schillaci fin qui si è occupato assai poco del farmaco, sul quale ha un’ampia delega il sottosegretario Marcello Gemmato, di professione farmacista, molto vicino a Giorgia Meloni, che ha legato il suo nome alla discussa operazione di trasferimento degli antidiabetici dalla spesa diretta a quella convenzionata, cioè alle farmacie. È un business in crescita, specie per i farmaci che si usano per dimagrire: sull’impatto di spesa le Regioni erano molto critiche, sembra riferirsi a questo Schillaci quando parla di “divergenze interpretative”. Il mese prossimo si discute della prossima tranche di farmaci da trasferire. E Gemmato, a lungo indicato sui giornali come viceministro in pectore, oggi non sembra più così forte, forse anche a causa della pesante sconfitta del centrodestra in Puglia, la sua regione.
Il ministro pensava di poter contare su Carlo Monti, odontoiatra, più esperto di medicina del lavoro che di farmaci, che oggi guida la sua segreteria tecnica e nei mesi scorsi aveva vinto una selezione per andare all’Aifa a dirigere l’Hta (Health Techonlogy Assessment”, il settore più strategico perché prepara le istruttorie sui farmaci poi valutati per l’approvazione. Ma Monti ha rinunciato: “Non ho trovato sintonia con il direttore scientifico”, ha spiegato al Fatto. Probabilmente Pierluigi Russo non ha fatto ponti d’oro e così si è tenuto la delega all’Hta. Al ministero avevano pensato di mandarlo all’Organizzazione mondiale della sanità a Ginevra, ma anche Russo pur avendo superato la selezione ha rifiutato.
Nelle scorse settimane era stato discusso un meccanismo di maggiori sconti automatici, a carico delle industrie produttrici, quando le forniture di un farmaco superano i quantativi richiesti. Per il momento, però, il Cda dell’Aifa non l’ha ancora approvato.
Il governo Meloni appena insediato aveva riformato la governance dell’Aifa, dando almeno sulla carta maggiori poteri al presidente. Che è Nesticò, in quota Forza Italia, ma tutti questi poteri non sembra esercitarli direttamente. Ad ogni modo la riforma non sembra aver funzionato.