Gentile Direttore,
l’intervento del Centro Studi Anaao Assomed ha il merito di riportare al centro del dibattito un tema che non riguarda più soltanto l’innovazione tecnologica, ma il futuro stesso dell’organizzazione del Servizio Sanitario Nazionale.
L’intelligenza artificiale può infatti incidere contemporaneamente su appropriatezza, sostenibilità, sicurezza delle cure e lavoro dei professionisti. Ricoveri potenzialmente evitabili, duplicazione degli accertamenti e crescente peso delle attività amministrative rappresentano problemi reali del nostro sistema, sui quali l’IA può offrire strumenti nuovi.
Le stime economiche riportate nell’articolo – fino a oltre 20 miliardi di euro di risparmio potenziale – sono certamente suggestive, ma devono essere interpretate con prudenza: si tratta di proiezioni dipendenti dalla qualità dei dati, dall’interoperabilità dei sistemi, dalla formazione e dalla capacità organizzativa del SSN.
Per questo, più che domandarci quanto l’IA potrà far risparmiare, dovremmo chiederci quanto valore clinico e organizzativo sarà realmente capace di produrre.
È su questo terreno che la Medicina Interna può assumere un ruolo particolarmente rilevante.
La sfida più avanzata dell’intelligenza artificiale non sarà soltanto riconoscere un’immagine o identificare una singola patologia. Sarà soprattutto governare la complessità.
Nei reparti di Medicina Interna assistiamo prevalentemente pazienti anziani, fragili, pluripatologici e in politerapia. Pazienti nei quali scompenso cardiaco, insufficienza renale, diabete, patologie respiratorie, infezioni e fragilità spesso convivono e si influenzano reciprocamente. Il problema clinico non consiste quindi nel trattare una singola malattia, ma nell’integrare una grande quantità di informazioni in una decisione coerente.
Proprio qui l’IA può offrire un contributo significativo: integrare dati clinici e laboratoristici, individuare interazioni o duplicazioni terapeutiche, supportare la riconciliazione farmacologica, riconoscere precocemente il deterioramento e identificare i pazienti a maggiore rischio di riospedalizzazione. La gestione delle cronicità e il telemonitoraggio sono tra gli ambiti a maggiore potenziale.
Esiste poi un secondo obiettivo, forse ancora più immediato: restituire tempo alla cura.
Una quota rilevante della giornata del medico è oggi assorbita da cartelle, documentazione, ricerca di precedenti, lettere di dimissione e sistemi informativi che spesso non dialogano tra loro. Prima ancora di chiedere all’IA di formulare diagnosi, dovremmo utilizzarla per ridurre le attività ripetitive e amministrative che sottraggono tempo alla relazione con il paziente.
Il vero indicatore di successo potrebbe allora diventare non soltanto il risparmio economico, ma il tempo professionale restituito alla cura.
È una prospettiva che trova oggi un riscontro importante anche a livello europeo. Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha indicato la sanità tra i cinque settori nei quali l’Europa intende concentrare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, insieme a trasporti, agroalimentare, manifattura avanzata, difesa e spazio. La presidente ha richiamato, tra gli esempi concreti, l’impiego dell’IA nello screening mammografico, dove il supporto degli algoritmi può contribuire all’identificazione precoce dei tumori.
Ma soprattutto von der Leyen ha indicato un principio che dovrebbe rappresentare la bussola anche per il nostro Servizio sanitario: l’intelligenza artificiale deve potenziare il lavoro dei medici, non sostituirli. Il medico deve poter utilizzare rapidamente le informazioni necessarie per assumere la migliore decisione diagnostica e terapeutica, mantenendo però in capo al professionista la responsabilità della scelta e della relazione con il paziente.
Questa impostazione europea conferma che la questione non è scegliere tra medicina e tecnologia, ma costruire una medicina nella quale la tecnologia aumenti le capacità del professionista. E proprio la Medicina Interna, fondata sull’integrazione delle informazioni e sulla valutazione complessiva della persona, rappresenta probabilmente uno dei campi più avanzati nei quali sperimentare concretamente questo modello.
Tutto questo, naturalmente, richiede regole precise. Gli algoritmi devono essere validati, monitorati e utilizzati conoscendone limiti e possibili bias. Servono interoperabilità, protezione dei dati, chiarezza delle responsabilità e una governance nazionale capace di evitare che ogni ospedale sviluppi soluzioni isolate e incompatibili. Su questo punto la proposta Anaao di una strategia nazionale e di standard comuni appare pienamente condivisibile.
FADOI ha già iniziato questo percorso, elaborando un proprio Position Paper sull’intelligenza artificiale in Medicina Interna[1], che pone al centro proprio il modello Human-in-the-Loop, la supervisione e la responsabilità del medico, la validazione nei contesti clinici reali, la protezione dei dati e un impiego dell’IA capace di supportare, senza sostituire, il giudizio clinico.
È significativo che questa impostazione sia oggi sostanzialmente sovrapponibile alla direzione indicata dalla Commissione europea: un’intelligenza artificiale che renda il professionista più forte, non marginale; che allarghi le possibilità della medicina, senza deresponsabilizzare il medico; che utilizzi i dati per migliorare le decisioni cliniche mantenendo la persona al centro del processo di cura.
Il passo successivo dovrebbe essere trasformare questi principi in ricerca e sperimentazione sul campo. Poche proposte possono indicare una direzione chiara:
• creare una rete di Medicine Interne per la sperimentazione dell’IA, concentrata inizialmente su pochi casi d’uso misurabili;
• sviluppare progetti dedicati al tempo restituito alla cura, valutando quanto lavoro amministrativo possa essere realmente ridotto;
• investire nella formazione degli internisti sull’AI literacy, per un uso consapevole e responsabile degli strumenti;
• garantire la presenza delle società scientifiche cliniche nei tavoli nazionali sulla governance dell’IA;
• valutare ogni applicazione attraverso outcome reali: appropriatezza, eventi avversi, durata della degenza, riospedalizzazioni, tempo recuperato e qualità percepita da pazienti e professionisti.
L’intelligenza artificiale non dovrebbe quindi diventare uno strumento per fare semplicemente più attività con meno professionisti. La vera opportunità è utilizzarla per curare meglio, ridurre l’inappropriatezza e restituire tempo al paziente.
L’Europa sembra aver scelto questa strada: IA al servizio del medico e non al posto del medico. Ora occorre tradurre questo principio nei nostri ospedali.
La Medicina Interna, che della complessità ha fatto la propria competenza distintiva, può essere uno dei principali luoghi nei quali dimostrare il valore reale dell’intelligenza artificiale per il Servizio Sanitario Nazionale.
Andrea Montagnani
Presidente Nazionale FADOI
Riferimento bibliografico
1. Tirotta D, Di Bello F, Dentali F, Manfellotto D, Gnerre P, Montagnani A. FADOI official position on artificial intelligence in internal medicine. Italian Journal of Medicine. 2026;20(2). doi:10.4081/itjm.2026.2482