Ototossicità nei bambini con tumore. Diagnosi precoce e approccio multidisciplinare per proteggere l’udito e la qualità di vita

Ototossicità nei bambini con tumore. Diagnosi precoce e approccio multidisciplinare per proteggere l’udito e la qualità di vita

Ototossicità nei bambini con tumore. Diagnosi precoce e approccio multidisciplinare per proteggere l’udito e la qualità di vita

La perdita uditiva a seguito di trattamenti chemioterapici può compromettere lo sviluppo del linguaggio, le capacità cognitive e la vita sociale dei piccoli pazienti. Fondamentali il monitoraggio audiologico e la collaborazione tra specialisti. Il progetto SOUND come possibile modello

L’ototossicità rappresenta una delle possibili conseguenze dei trattamenti oncologici pediatrici, in particolare delle terapie a base di cisplatino. Un effetto collaterale che, con il miglioramento dei risultati delle cure e della sopravvivenza, assume un’importanza crescente per le sue possibili ripercussioni a lungo termine sulla qualità di vita dei bambini. Il danno uditivo indotto dai farmaci a base di platino interessa generalmente prima le alte frequenze e può progredire fino a coinvolgere quelle fondamentali per la comprensione del linguaggio. La sua frequenza varia in relazione a diversi fattori, tra cui la dose cumulativa del farmaco, il protocollo terapeutico e l’età del paziente. Nei bambini, le conseguenze possono essere particolarmente rilevanti perché lo sviluppo delle capacità uditive e linguistiche è ancora in corso.

A spiegare la portata del problema, a margine di un simposio che si è tenuto in occasione del LI Congresso AIEOP appena concluso, è Nicola Quaranta, direttore dell’UOC di Otorinolaringoiatria del Policlinico di Bari, che richiama l’attenzione sulle diverse conseguenze della perdita uditiva nelle varie fasi della crescita. Nei bambini più piccoli, soprattutto sotto i tre anni, il danno può interferire con il normale sviluppo del linguaggio. In età scolare e adolescenziale, invece, possono emergere difficoltà comportamentali, sociali e cognitive, con ripercussioni sulla qualità della vita.

Il rischio di ototossicità può aumentare quando il cisplatino viene associato ad altri trattamenti, in particolare alla radioterapia dell’encefalo e dell’orecchio interno. Un quadro che, anche alla luce delle possibili conseguenze sullo sviluppo e sulla qualità di vita dei bambini, rende fondamentale intervenire tempestivamente. Da qui, come sottolinea Quaranta, la necessità di “una diagnosi precoce e, se possibile, di un trattamento precoce”.

Il monitoraggio audiologico durante e dopo le cure
La diagnosi precoce rappresenta, dunque, un passaggio fondamentale per limitare le conseguenze dell’ototossicità nei bambini sottoposti a trattamenti oncologici. Il danno uditivo, infatti, può manifestarsi durante le terapie, ma anche a distanza di tempo dalla loro conclusione, rendendo necessario un monitoraggio che non si esaurisca con la fine del trattamento.

Come evidenzia Quaranta, circa il 10% dei bambini può sviluppare un’ipoacusia tardiva. Per questo motivo è fondamentale prevedere protocolli di sorveglianza audiologica che accompagnino il paziente anche nel periodo successivo alle cure, consentendo di individuare tempestivamente eventuali alterazioni dell’udito.

La diagnosi precoce deve inoltre inserirsi in un percorso di presa in carico condiviso tra le diverse figure specialistiche. Quaranta richiama infatti la necessità di “applicare e implementare dei protocolli multidisciplinari che possano in qualche modo prevenire o trattare quello che è l’ototossicità”. L’obiettivo è riconoscere il danno uditivo il prima possibile e affrontarne le conseguenze attraverso un’assistenza coordinata, capace di accompagnare il bambino durante il trattamento oncologico e nel successivo follow-up.

La multidisciplinarietà come parte integrante della cura
La gestione dell’ototossicità non può essere affidata a una sola figura specialistica. Richiede invece un confronto costante tra oncologo pediatra, audiologo, otorinolaringoiatra e gli altri professionisti coinvolti nel percorso terapeutico e riabilitativo, affinché le decisioni tengano conto sia dell’efficacia delle cure oncologiche sia delle possibili conseguenze a lungo termine.

Per Enrico Opocher, medico pediatra dell’Oncoematologia pediatrica dell’Azienda Ospedale-Università di Padova, la collaborazione multidisciplinare è uno degli elementi che hanno contribuito al miglioramento degli approcci diagnostici e terapeutici in oncologia pediatrica. Oggi, con una crescente attenzione alla qualità della sopravvivenza, il contributo delle diverse competenze specialistiche diventa ancora più importante.

“È importante lavorare in sinergia con tutte le figure che possono offrire delle competenze ad elevata specializzazione per garantire degli outcome migliori a lungo termine nei nostri pazienti”, osserva Opocher. Le decisioni assunte nelle fasi iniziali del percorso terapeutico possono infatti influenzare non soltanto i risultati immediati delle cure, ma anche le condizioni di salute future. Da qui la necessità di un dialogo regolare tra l’oncologo pediatra e gli altri specialisti, ciascuno chiamato a contribuire con le proprie competenze. “Nessuna figura è secondaria e tutte devono sedersi a un tavolo insieme, dialogare e lavorare insieme con un unico obiettivo”, sottolinea Opocher, indicando nella collaborazione tra professionisti un elemento essenziale per garantire la migliore assistenza possibile.

Il progetto SOUND e la costruzione di un percorso condiviso
Un esempio concreto dell’importanza di questa integrazione arriva dall’esperienza della neuro-oncologia pediatrica, dove la complessità dei trattamenti richiede una stretta collaborazione tra specialisti. Lucia Quaglietta, responsabile dell’UOSD di Neuro-oncologia dell’AORN Santobono-Pausilipon, descrive un modello assistenziale che coinvolge competenze neurochirurgiche, neuroradiologiche, funzionali, riabilitative, endocrinologiche e audiologiche. Nell’ambito della Rete oncologica della Campania è stato sviluppato un percorso diagnostico terapeutico assistenziale per i pazienti pediatrici con tumori cerebrali, che favorisce la condivisione dei casi e il coordinamento delle diverse figure professionali dalla diagnosi al follow-up.

Un’interazione che non si esaurisce nella definizione iniziale delle cure, ma prosegue durante tutto il percorso, adattandosi alle esigenze che possono emergere nel tempo. «L’ototossicità è proprio un esempio di multidisciplinarietà», osserva Quaglietta, sottolineando la stretta collaborazione tra neuro-oncologo, audiologo e otorinolaringoiatra per tutelare la qualità della vita del paziente anche durante il trattamento.

In questa prospettiva si inserisce il progetto SOUND – Shared Ototoxicity Understanding for New Drivers of Value, finalizzato a rendere più strutturata l’interazione tra oncologi e audiologi e a definire un modello condiviso per il monitoraggio dell’ototossicità. L’obiettivo, spiega Quaglietta, è quello di “definire un vero e proprio modello strategico per potere realizzare un adeguato monitoraggio del paziente durante le cure e nel follow-up”.

La sfida è quindi integrare il controllo dell’udito all’interno del percorso oncologico pediatrico, attraverso una collaborazione continuativa tra specialisti e una sorveglianza che accompagni il bambino anche dopo la conclusione dei trattamenti. Un approccio che guarda non soltanto alla cura della malattia, ma anche alla tutela delle capacità funzionali, dello sviluppo e della qualità della vita nel lungo periodo.

Marzia Caposio

16 Ottobre 2026

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