Parte da un tema centrale per la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale il ciclo di survey di Quotidiano Sanità, realizzate dal team Market Research di Homnya. La prima indagine, dedicata all’accesso alle cure, raccoglie il punto di vista di 510 professionisti sanitari tra medici e farmacisti e restituisce l’immagine di un sistema che continua a registrare forti criticità soprattutto nella fase iniziale del percorso di cura.
Il dato che emerge con maggiore evidenza riguarda il punto in cui il percorso tende a incepparsi. Per il 50,3% dei rispondenti la criticità si concentra nell’accesso alla visita specialistica; per il 50,1% negli esami diagnostici. Due percentuali quasi sovrapponibili, che collocano il collo di bottiglia a monte della terapia: prima dell’avvio del trattamento, prima della dispensazione, prima ancora che il paziente riesca ad arrivare pienamente dentro il percorso assistenziale.
“Il dato più interessante”, osserva Gadi Schoenheit,Business Unit Director Market Research di Homnya “è che la criticità non sembra concentrarsi nel momento finale del percorso, cioè nell’avvio della terapia, ma nella fase precedente: quella in cui il bisogno clinico deve trasformarsi in visita, esame diagnostico, presa in carico e decisione terapeutica. È lì che il sistema mostra la maggiore fragilità”.
Seguono, a distanza, la transizione ospedale-territorio, indicata dal 27,3% dei professionisti, il follow-up e i controlli con il 17,5%, le autorizzazioni o il piano terapeutico con il 13,6%. L’avvio della terapia o la dispensazione si fermano invece all’8,3%.
A incidere sono soprattutto le liste d’attesa, indicate dal 70,9% dei professionisti tra le prime due cause di ritardo. Ma il secondo dato amplia la lettura: il 49,9% segnala la limitata disponibilità di servizi sul territorio.
“Le liste d’attesa restano il driver principale”, sottolinea Schoenheit, “ma il dato sui servizi territoriali dice qualcosa di più profondo. Non siamo davanti solo a un problema di prenotazioni o di tempi amministrativi. Il tema è la capacità del sistema di distribuire, coordinare e rendere accessibili le prestazioni nei passaggi concreti del patient journey”.
Anche la percezione dell’intensità del ritardo è significativa. Il 67,4% dei rispondenti dichiara che oltre un quarto dei pazienti supera i 30 giorni tra indicazione e trattamento. Il 38,1% ritiene che il ritardo oltre i 30 giorni riguardi almeno la metà dei pazienti. Il dato non misura tempi amministrativi certificati, ma restituisce con forza la percezione di chi intercetta quotidianamente il problema nella pratica clinica e assistenziale.
Le differenze tra professionisti aiutano a leggere meglio il fenomeno. Gli specialisti indicano con maggiore forza la diagnostica e la transizione ospedale-territorio. Medici di medicina generale, pediatri e farmacisti territoriali leggono invece in modo più marcato la difficoltà di accesso alla visita specialistica.
“È una distinzione importante”, commenta Schoenheit. “Chi è più vicino alla domanda iniziale del paziente vede prima l’imbuto dell’accesso. Chi opera dentro il percorso specialistico intercetta invece con maggiore evidenza le difficoltà diagnostiche, organizzative e di continuità tra setting”.
Il territorio appare particolarmente esposto. Tra MMG e PLS, l’87,1% segnala che almeno un quarto dei pazienti supera i 30 giorni e il 60% ritiene che il problema riguardi almeno la metà dei pazienti. Tra i farmacisti la quota resta elevata: il 76,6% indica ritardi superiori ai 30 giorni per almeno un quarto dei pazienti.
Tra gli effetti più evidenti emerge il crescente ricorso alla sanità privata. Il 51,9% dei professionisti coinvolti nella survey indica infatti il maggiore ricorso al privato come conseguenza più frequente dei ritardi e delle carenze organizzative.
“Questo è forse il dato più sensibile sul piano sociale”, afferma Schoenheit. “Quando il percorso pubblico non riesce a garantire tempi, chiarezza e continuità, una parte dei pazienti cerca soluzioni fuori dal sistema. Chi può, paga. Chi non può, attende. Il rischio è che il ritardo non produca solo disagio organizzativo, ma una differenza concreta nell’accesso alle cure”.
Seguono gli accessi evitabili in urgenza, indicati dal 17,3%, e il ritardo nell’avvio del trattamento, indicato dal 15,3%. Il peggioramento del quadro clinico viene citato dal 6,5%, la perdita di aderenza dal 5,3%. Il dato sul ricorso al privato resta però quello più immediato sul piano sociale e organizzativo: segnala uno spostamento della domanda quando il percorso pubblico non riesce a trasformare il bisogno clinico in accesso tempestivo.
La survey evidenzia anche il ruolo, spesso informale, dei professionisti nel tentativo di ridurre l’impatto dei ritardi. La risposta più frequente davanti a un rischio di ritardo è “ho margini di intervento limitati”, indicata dal 37,7% dei rispondenti. Tuttavia, sommando chi fornisce indicazioni pratiche, chi sollecita il contatto con prescrittore, centro o specialista, chi reindirizza verso un altro servizio e chi suggerisce un follow-up ravvicinato, emerge che il 62,3% dei professionisti prova comunque ad attivarsi.
“Il professionista non è passivo”, osserva Schoenheit. “Anzi, spesso prova a fare da navigatore informale del paziente. Il problema è che questa funzione viene svolta senza strumenti strutturati, senza canali chiari, senza percorsi condivisi e senza meccanismi efficaci di escalation”.
Le priorità indicate per i prossimi 12 mesi confermano la lettura. La riduzione dei tempi di attesa è la leva dominante: viene scelta dal 65,3% dei rispondenti e dal 52% come prima priorità. Al secondo livello emergono il migliore coordinamento tra ospedale, territorio e farmacia con il 40,2% di selezione complessiva e il potenziamento dei servizi di prossimità con il 36,3%. La semplificazione di note, piani e autorizzazioni si colloca al quarto posto, con il 30,2%.
Digitalizzazione del percorso di accesso e migliore informazione operativa al paziente raccolgono percentuali più basse, rispettivamente 10,2% e 9,8%.
“Digitalizzazione e informazione al paziente non sono irrilevanti”, precisa Schoenheit. “Ma dai dati emerge che non vengono percepite come la prima risposta se prima non si interviene sulla capacità di offerta, sui tempi e sulla continuità organizzativa. La tecnologia può aiutare, ma non può sostituire un percorso che deve funzionare”.
La distribuzione geografica aggiunge ulteriori sfumature. Nord-Ovest e Sud mostrano le quote più elevate di percezione severa del ritardo: almeno la metà dei pazienti oltre i 30 giorni viene indicata rispettivamente dal 43,5% e dal 44% dei rispondenti. Centro e Sud segnalano con maggiore frequenza la limitata disponibilità di servizi territoriali, mentre nel Nord-Est emerge con più forza il tema dell’integrazione tra professionisti e setting.
Il quadro che emerge dalla rilevazione indica quindi la necessità di intervenire non solo sulla riduzione dei tempi, ma sulla continuità reale del percorso: prenotazione, visita, diagnostica, autorizzazioni, passaggio ospedale-territorio, orientamento del paziente, follow-up.
“Il messaggio complessivo della survey”, conclude Schoenheit, “è che l’accesso alle cure non può essere ridotto a una discussione generica sulle liste d’attesa. Le liste d’attesa sono il driver principale, ma dentro un problema più ampio: la difficoltà di trasformare l’indicazione clinica in percorso effettivo”.
Il paziente non resta bloccato perché manca solo una singola prestazione. Resta bloccato perché il sistema, tra indicazione clinica e cura reale, ha ancora troppi passaggi opachi, troppi tempi morti e troppe responsabilità disperse.
“La sfida”, aggiunge Schoenheit, “è passare dalla retorica del paziente al centro alla costruzione di percorsi in cui il paziente non resti solo tra visita, diagnostica, autorizzazioni, territorio e terapia. Il vero accesso alla cura non coincide con l’esistenza teorica di una prestazione. Coincide con la possibilità reale di arrivarci in tempo”.
La prossima survey promossa da Quotidiano Sanità sarà dedicata al tema dell’aderenza terapeutica, con un focus su livelli di attenzione, criticità e possibili interventi migliorativi.