La riforma del Ssn si arena: Regioni contro il Ddl delega

La riforma del Ssn si arena: Regioni contro il Ddl delega

La riforma del Ssn si arena: Regioni contro il Ddl delega

La Conferenza Stato-Regioni chiede il ritiro del Ddl delega sulla sanità. Criticate la riscrittura della rete ospedaliera, la nuova figura dell'"assistente infermiere" e il rischio che le strutture del Pnrr restino contenitori vuoti senza personale. Il governo ora è costretto a un confronto lungo e complesso.

Il DDL delega sulla implementazione – più che sulla riforma – del Servizio sanitario nazionale ha assunto, il 19 maggio scorso, una piega procedurale e istituzionale particolarmente critica. La Conferenza Stato-Regioni ha infatti espresso un giudizio fortemente negativo sul testo governativo, giungendo addirittura a chiederne formalmente il ritiro e l’apertura di un confronto preventivo fondato sul principio di leale collaborazione tra Stato e autonomie territoriali. Una presa di posizione di tale durezza non rappresenta soltanto un incidente di percorso parlamentare, ma segnala l’esistenza di una frattura politica e amministrativa profonda sul futuro assetto della sanità pubblica italiana.

Le contestazioni mosse dalle Regioni riguardano anzitutto la riscrittura della rete ospedaliera prevista dal disegno di legge, che finisce per alterare in modo significativo l’impianto organizzativo definito dal DM 70/2015, il regolamento che ha disciplinato negli ultimi anni gli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi dell’assistenza ospedaliera. Il rischio denunciato è quello di una modifica della geografia sanitaria nazionale priva di un reale confronto tecnico e istituzionale, incapace peraltro di affrontare il nodo centrale dell’intero sistema: la drammatica disomogeneità nell’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza tra le diverse aree del Paese.

Il problema dell’iniquità territoriale continua infatti a rappresentare la più grave ferita del Servizio sanitario nazionale. Vi sono regioni nelle quali il diritto alla salute conserva ancora una dimensione velatamente universale e altre in cui, invece, esso si traduce sempre più spesso in una promessa incompiuta da quasi un secolo. Le differenze nell’accesso alle cure, nei tempi di attesa, nella qualità delle strutture ospedaliere, nella disponibilità del personale sanitario e persino nella sicurezza degli edifici rendono evidente come l’universalismo proclamato dalla legislazione nazionale sia rimasto, in larga parte, un universalismo soltanto teorico e dichiarato, ma non effettivamente realizzato.

In tale prospettiva, il DDL delega appare insufficiente anche sotto un altro profilo essenziale: esso non affronta il debito politico e normativo accumulato negli anni dal legislatore nei confronti della sanità pubblica. Per troppo tempo si è parlato di diritto universale alla salute senza dotare il sistema delle risorse economiche, professionali e organizzative necessarie per renderlo effettivo in maniera uniforme sul territorio nazionale. La conseguenza è stata il progressivo ampliamento delle diseguaglianze regionali, l’aumento della mobilità sanitaria passiva e il crescente ricorso alla sanità privata da parte di cittadini costretti a rinunciare, di fatto, alla tempestività delle prestazioni pubbliche.

L’accaduto impone ora, inevitabilmente, un rallentamento – se non addirittura uno stop – dell’esame parlamentare del DDL n. 1825 al Senato. Il Governo sarà costretto a ridefinire il percorso politico del provvedimento aprendo un confronto articolato con le Regioni, con le organizzazioni sindacali rappresentative dei lavoratori e dei datori di lavoro, nonché con il terzo settore e con le professioni sanitarie coinvolte. Si prospetta dunque una trattativa lunga e complessa, destinata a incidere non solo sugli aspetti organizzativi del sistema ospedaliero, ma anche sull’intero modello di governance della sanità territoriale.

Tra i punti maggiormente contestati emerge la previsione della figura dell’“assistente infermiere”, introdotta come figura di supporto intermedia tra l’operatore socio-sanitario e l’infermiere professionale. Una proposta che ha suscitato forti perplessità nel mondo professionale e accademico, sia per la scarsa chiarezza delle competenze attribuibili, sia per il rischio di sovrapposizioni operative e di abbassamento qualitativo dell’assistenza. Il timore diffuso è che tale figura possa essere utilizzata come soluzione impropria alla grave carenza di infermieri, senza affrontare le vere ragioni della crisi delle professioni sanitarie: bassi salari, carichi di lavoro insostenibili, scarsa attrattività del sistema pubblico e insufficiente programmazione universitaria.

Non meno problematica appare la previsione relativa ai cosiddetti ospedali “spaziali”, evocati come modelli innovativi di sanità tecnologicamente avanzata in un Paese che, tuttavia, fatica ancora oggi a garantire il funzionamento ordinario di molte strutture esistenti. In alcune regioni, come la Calabria, persistono addirittura ospedali privi dell’obbligatorio accreditamento istituzionale, situazione che testimonia il permanere di gravi criticità strutturali e amministrative. Pensare a modelli futuristici senza avere prima consolidato i livelli minimi di sicurezza, qualità e legalità rischia dunque di trasformarsi in un esercizio retorico lontano dalle reali esigenze dei cittadini.

Il nodo decisivo resta comunque quello dell’integrazione tra ospedale e territorio. La revisione del sistema ospedaliero non può essere affrontata separatamente dalla riorganizzazione della medicina territoriale, che costituisce oggi il vero banco di prova della sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. In questo quadro appare sempre più evidente la necessità di superare l’idea di una medicina di famiglia fondata sull’impossibile dono dell’ubiquità attribuito ai medici di medicina generale e ai pediatri di libera scelta. Pretendere che tali professionisti possano garantire simultaneamente presenza capillare, continuità assistenziale, presa in carico cronica e integrazione multidisciplinare senza un nuovo modello organizzativo significa ignorare la realtà.

Per rendere realmente operativa la medicina di prossimità sarà probabilmente necessario ripensare il rapporto di lavoro dei professionisti territoriali, valorizzando forme di maggiore integrazione funzionale con il servizio pubblico e con le strutture territoriali previste dal PNRR. Diversamente, le Case di comunità e gli Ospedali di comunità rischiano di rimanere semplici contenitori edilizi privi di personale, di servizi effettivi e di reale capacità assistenziale.

E ciò accadrebbe proprio mentre il Paese avrebbe invece bisogno di rafforzare la presenza sanitaria nei territori più fragili, nelle aree interne, nelle periferie urbane e nelle regioni sottoposte a piani di rientro. Se le nuove strutture previste dal PNRR non saranno accompagnate da un progetto credibile di riorganizzazione del personale, da adeguati finanziamenti strutturali e da una chiara ridefinizione delle responsabilità professionali, il rischio concreto sarà quello di perpetuare l’incubo assistenziale già vissuto quotidianamente da milioni di cittadini italiani.

Ettore Jorio

Ettore Jorio

21 Maggio 2026

© Riproduzione riservata

Prima della cura ci sono le liste d’attesa: per 7 professionisti su 10 sono il primo ostacolo all’accesso. E così è boom di pazienti che si rivolgono al privato. La survey di Quotidiano Sanità
Prima della cura ci sono le liste d’attesa: per 7 professionisti su 10 sono il primo ostacolo all’accesso. E così è boom di pazienti che si rivolgono al privato. La survey di Quotidiano Sanità

Parte da un tema centrale per la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale il ciclo di survey di Quotidiano Sanità, realizzate dal team Market Research di Homnya. La prima indagine, dedicata all’accesso alle cure,...

Pnrr. Corte dei Conti: avanza la sanità territoriale ma persistono divari tra Nord e Sud. Pienamente attivo solo il 3,8% delle Case della comunità
Pnrr. Corte dei Conti: avanza la sanità territoriale ma persistono divari tra Nord e Sud. Pienamente attivo solo il 3,8% delle Case della comunità

A pochi mesi dalla scadenza del 30 giugno 2026, la Missione Salute del PNRR segna progressi significativi ma sconta ancora criticità territoriali e finanziarie. È quanto emerge dal Referto approvato...

Infezioni sessuali. Allarme Ecdc: casi record in Europa. Gonorrea +303% in dieci anni, sifilide più che raddoppiata
Infezioni sessuali. Allarme Ecdc: casi record in Europa. Gonorrea +303% in dieci anni, sifilide più che raddoppiata

È boom di infezioni sessualmente trasmissibili: nel 2024 hanno raggiunto livelli record in tutta Europa, trainati da un forte aumento di gonorrea e sifilide e dall’ampliamento delle lacune nei test...

Pnrr, i fondi per l’adeguamento sismico degli ospedali cambiano destinazione
Pnrr, i fondi per l’adeguamento sismico degli ospedali cambiano destinazione

Questa è una storia di ordinaria politica sanitaria regionale, tanto ordinaria quanto inappropriata, e di una altrettanto ordinaria carenza della funzione di controllo da parte del livello centrale. Nell’ambito del...