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La stabilità di Renzi e i tagli alla sanità. Le allucinazioni visive di chi non li vuole vedere

E' forse una allucinazione visiva, quella che impedisce di vedere la consapevole strategia di questo governo di ridurre l'intervento pubblico in sanità, per sostituirlo con la iniziativa privata che, non a caso, esibisce un certo protagonismo mediatico negli ultimi mesi o come nel caso dell'automatismo del ticket nelle regioni in rosso che qualcuno nega?

26 OTT - Gentile Direttore,
non sono rimasto persuaso dal suo ultimo editoriale sulla mancanza di automatismo per l'incremento dei ticket sanitari. Lungi da me l'idea di difendere la gestione (pessima) che le regioni, bianche, rosse e verdi, fanno della sanità, associando meno diritti a più diseguaglianze, inefficienze gestionali ad arroganza nelle scelte, ma mi riesce difficile comprendere la miopia politica con la quale i media guardano la legge di stabilità 2016 e la crisi preagonica della sanità pubblica che essa accelera.
 
Lo sport nazionale in materia è l'attacco alle regioni, che hanno moltissime colpe, la retorica contro i sindacati, che ne hanno diverse, la caccia ai Medici, che, non immuni da pecche, devono certo guardarsi dentro, saltando a piè pari il ruolo del Governo. Fino ad assolverlo anche nel caso di un aumento del ticket.
Solo un formidabile esercizio di ottimismo della volontà può pensare che i mancati finanziamenti programmati per i prossimi anni alle regioni possano scaricarsi su tutto (i trasporti?, i servizi sociali?) tranne che sulla sanità o che basti tagliare gli sprechi, non piccoli, della politica regionale per compensarli. A meno che non si proceda a un ulteriore taglio dei servizi, oltre che a un aumento delle tasse già messo in conto, visto che non si vedono meccanismi in grado di spendere meglio risorse calanti, con meno personale e sempre più vecchio.

 
E' forse una allucinazione visiva quella che impedisce di vedere la consapevole strategia di questo governo di ridurre l'intervento pubblico in sanità, per sostituirlo con la iniziativa privata che, non a caso, esibisce un certo protagonismo mediatico negli ultimi mesi (si legga il Corriere della Sera).
Strategia che utilizza quello che, con la solita lucidità, Ivan Cavicchi definisce definanziamento coatto, estendendolo dal livello macro delle Regioni canaglia in piano di rientro (8, ma con tendenziale in aumento) a quello micro, degli ospedali, destinati alla bancarotta, spero con le tutele Alitalia, fino agli stipendi di quei medici, dirigenti sanitari, veterinari, infermieri che, a detta di tutti, financo del ministro della salute, tengono in piedi, grazie alla loro dignità, quello che resta del SSN.
Il non finanziamento per un non contratto nazionale, che deve ancora trovare le risorse dentro un FSN congelato al 2014, insieme al blocco della contrattazione aziendale decretata per i dirigenti sanitari malgrado siano esclusi dal ruolo unico della riforma Madia, rappresentano una devastante istigazione alla fuga dal sistema pubblico, rivolta a qualunque medico che, per merito e competenze, nutra una legittima aspettativa di gratificazione di carriera o economica.
 
La politica è scelta, ed è certo legittimo scegliere di dirottare ad altri lidi la spesa sanitaria, presente e futura, ma occorre dirlo ai cittadini, senza lasciare i medici esposti in prima linea a reggere la forbice tra risorse disponibili e domanda di salute. E per vedere cosa significhi ridurre la spesa pubblica, prego guardare le liste di attesa, uscendo dallo stereotipo di attribuirle agli interessi dei medici, fare un giro nei Pronto Soccorso, arredati, ed affollati, con moderni e semoventi posti barelle in sostituzione dei vecchi posti letto, o tra chi aspetta una assistenza domiciliare o residenziale, specie se è non autosufficiente, affidato ad un esercito di badanti superiore per numero ai dipendenti del SSN e pagato dai cittadini. O l'uso intensivo, fino all'abuso, del lavoro medico.
 
L'America è arrivata senza che nessuno ci avvertisse. E se si continua ostinatamente a non volere ammettere che le categorie professionali, ed i medici in particolare, possono essere parte della soluzione, anche per contenere i costi, vuol dire che l'obiettivo non è salvare il soldato SSN ma cambiargli divisa. Ma chi dirà ai cittadini che, dopo avere finanziato la sanità con le loro tasse, pagheranno caro le prestazioni sanitarie di cui avessero bisogno? O continueremo ad usare i sindacati ed i medici come comodo paravento per fini eterogenei?
 
Costantino Troise
Segretario Nazionale Anaao Assomed

26 ottobre 2015
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