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Il Codice deontologico dei medici e le professioni secondo l’Istat. Il cambiamento che non c’è

Ambedue i lavori, ben commentati nelle lettere di Delzotti e Barbero, non colgono il significato di fondo dei cambiamenti in atto. Non viene infatti chiarito né quale deontologia né quali ruoli professionali sono più indicati a governare il conflitto in atto tra domanda di salute, limiti economici e professionalità

24 AGO - Due lettere al direttore hanno posto con puntualità due questioni che meriterebbero una discussione approfondita: la prima è di B. Delzotti sul  “codice deontologico” dei medici, la seconda di F. Barbero sulla “classificazione delle professioni” decisa dall'Istat. Questioni apparentemente molto diverse ma che non solo sono comunicanti, perché i comportamenti professionali danno luogo a ruoli, ma pongono entrambe  un problema comune  di fondo:
• relativamente ai cambiamenti che da quasi mezzo secolo impattano in sanità e in medicina sui tradizionali rapporti tra società scienza economia,quale deontologia,
• come classificare  i comportamenti  professionali deontologicamente ridefiniti  in ruoli?
 
Il problema  comune è:
• a quale “genere”  appartengono i comportamenti professionali normati con delle etiche deontologiche
• a quale “genere” appartengono i ruoli classificati con dei criteri operativi.
 
L'istat  per un verso e il codice deontologico dei medici per un altro  rispondono in modo contraddittorio senza cogliere il senso e il significato di fondo dei cambiamenti in atto. Tali cambiamenti sui quali  si è scritto molto e che grosso modo  sono riassumibili nell'espressione  “post modernità”, nei confronti delle professioni medico-sanitarie, si caratterizzano come un conflitto profondo tra una nuova domanda di salute, forti limiti economici  e una tradizionale e declinante offerta di professionalità. Per cui il quesito vero al quale tanto le deontologie che le classificazioni dovrebbero rispondere è: quale deontologia e quali ruoli professionali sono più indicati a governare questo conflitto? Cioè quali professioni? Dando per scontato che quelle tradizionali vanno comunque ripensate.

 
L'idea del “conflitto”, come chiave di lettura della post-modernità, non è altro che un espediente per introdurre nell'analisi  un grado in più di complessità. Oggi le professioni hanno a che fare con una complessità superiore  rispetto a quella della società precedente nella quale operavano  perché da forme di  relazioni una volta complementari,  tra etica scienza economia,  si è passati, ob torto collo, a forme di relazioni opposizionali. La complessità  con la quale tanto i codici che le classificazioni si devono confrontare, è tutta qua. Le professioni quali combinazioni  di conoscenze, pratiche e deontologie  si trovano in mezzo tra  etiche sociali che cambiano, scienza che evolve  e forti  condizionamenti economici  per cui sarebbero  “costrette” quanto meno ad adeguarsi.
 
A giudicare dalle obiezioni, che personalmente condivido, contenute nelle due lettere, la prima cosa che si capisce è che questo adeguamento  evolutivo non c'è per cui  tanto la deontologia medica, che la classificazione Istat, sembrano ignorare del tutto i problemi di fondo da cui bisognerebbe  partire. Cioè nelle  premesse delle loro proposte manca del tutto l'analisi sulla post modernità, con il risultato che le proposte che emergono alla fine risultano meri aggiornamenti di una invarianza normativa di fondo con l'aggiunta di non secondarie contraddizioni. E già questo è un grosso problema perché espone le professioni al rischio, che più volte ho definito, della “regressività”, cioè dell'inadeguatezza nei confronti di ciò che cambia.
 
La seconda cosa che si capisce è che gli aggiornamenti per esempio deontologici, cercano di adattare la figura tradizionale del medico al conflitto  etica scienza economia  che lo sta devastando, ma senza cercare di risolverlo. Le obiezioni di Delzotti mi sembrano molto pertinenti nel senso  che la tendenza è quella  di concepire un aggiornamento del   medico in senso compatibilista soprattutto con le esigenze dell'economia  anziché cimentarsi con la definizione  compossibilista cioè  con un nuovo “genere” di medico in grado di rendere compossibili  tanto l'etica quanto la scienza che l'economia. 
 
Per quanto riguarda le classificazioni professionali le osservazioni di Barbero  mettono ben in evidenza le forti contraddizioni  della classificazione Istat. Resta una classificazione tradizionale  per compiti e/o competenze  nel momento in cui proprio la post modernità mette in crisi  l'idea burocratica di “compito” creando non marginali conflitti inter professionali, a fronte di un  sistema  formativo squilibrato che nel caso dei medici è fortemente in ritardo e nel caso degli infermieri ha comunque cambiato la loro identità professionale.
 
Viene così sancita una differenza  certamente innegabile ma in un modo vecchio cioè senza tenere conto che il professionalismo degli infermieri almeno sulla carta è profondamente cambiato. Oggi si dovrebbero classificare senza appiattire  le diversità tra professioni  perché non sono indiscernibili  ma sulla base di nuove differenze e nuovi generi. L'Istat ci propone una vecchia distinzione tra specialismo e professionalismo  che francamente appare come un rottame di altri tempi. Oltre tutto si tratta di due  nozioni che pur con delle aporie codefiniscono in forma diversa  tanto il medico che l'infermiere, per cui si tratta di capire come diversificarli senza negare le loro intrinseche complessità. Non so se Barbero pensa che le contraddizioni che lui ha rilevato si possano rimuovere con un ruolo unico fatto da professioni intellettuali perché laureate, spero di no, perché sarebbe una soluzione formale sbagliata, che causerebbe conflitti ma soprattutto che non  coglierebbe le diverse complessità in gioco.
 
Le soluzioni non sono negli appiattimenti formali ma nelle diversificazioni sostanziali per cui oggi serve ripensare sull'esempio di Linneo i generi e le specie di professioni, e se le tassonomie delle classificazioni sono inadeguate si cambiano le tassonomie. Non si può restare prigionieri  come l'Istat della contrapposizione tra specialismo e professionalismo. Oggi tanto il medico che l'infermiere in modo profondamente diverso non sono solo professioni specialistiche o tecniche, ma qualcosa di più e di nuovo.
 
Concludendo  a me pare che le due lettere ci dicono che tra post modernità deontologia e classificazione delle professioni esistono parecchie incongruità per cui esse introducono la questione di una rifondazione tanto delle prime che delle seconde.
Per me una strada possibile resta quella di ripensare, ancor prima dell'atto professionale o compito o competenza,  tanto l'agente deontologico che quello professionale. Credere  come pensano alcuni burocrati del ministero della Salute  che si possano ridefinire i comportamenti professionali  giocando sui compiti  a “agenti” invarianti è un finto riformismo e non ci porterà che conflitti.
 
Del resto come è possibile tradurre la post modernità in deontologie e ruoli professionali se non ripensando l'agente, sia esso medico o infermiere, cioè colui dal quale dipendono tanto i comportamenti deontologici che quelli professionali? L' epoca del compito è finita mentre sta prendendo  piede quella  dell'impegno. Non si tratta più di definire declaratorie, mansionari, profili  a prescindere dall'agente  ma di definire condizioni di  autonomia e responsabilità dell'agente in funzione degli obbiettivi che gli competono. Come si definiscono gli impegni? Una volta che si è risposto a questa domanda bisogna dire quale deontologia e come classificarli. Questo è il problema  che un vero riformismo dovrà  affrontare.
 
Ivan Cavicchi 

24 agosto 2013
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