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Se il sindacato dei medici ospedalieri è ormai un gatto che non prende più i topi

Sia Anaao che Cimo sono convinti che per essere sindacati sia sufficiente chiedere soldi al governo ma alla fine, stringi stringi, considerando la storia dell’ospedale, non sono in grado di offrire altro che invarianza, cioè non sono capaci di sfidare il governo con valori diversi misurabili anche economicamente in cambio di valori salariali

30 OTT - Che tristezza! Tutti gli anni la stessa storia! Il governo non ci dà i soldi che vorremmo, il rinnovo dei contratti e delle convenzioni resta l’oggetto di una pubblica presa per i fondelli e per tutta risposta, da parte del sindacato, su questo giornale i tradizionali borborigmi come quando abbiamo mangiato qualcosa di pesante e non digeriamo bene.
 
Il sindacato, nel quadro politico dato, rispetto alla sanità, ormai sembra non contare più nulla e non fa nulla per contare qualcosa. Amministra il suo decadimento come può. Il governo lo sa e tira avanti imperturbabile. Senza disporre di una decente piattaforma, di portare la gente in piazza, dopo tutti i flop collezionati in questi anni, neanche a parlarne.
 
Come è il sindacato, quale sindacato, oggi è il vero problema.
 
Anaao
L’ Anaao tutti sanno chi è. A leggere le sue lamentele sulla legge di stabilità si ha la sensazione di avere a che fare con un sindacato che viene giù dalla montagna con la piena tanto esso appare travolto sprovveduto, financo ingenuo.
 

Ma chi conosce la sua storia e gli uomini prestati alla politica e quelli che oggi lo dirigono, può dire, in tutta coscienza, che la sua è ingenuità?  
 
I suoi commenti ti danno l’impressione che, questo importante sindacato, viva sostanzialmente in un altro mondo.
 
Esso continua a parlare di:
· “politiche coerenti al diritto alla salute” come se non esistesse il de-finanziamento programmato,
· “investire sulla salute e sul lavoro”, come se non esistessero avanzati processi di privatizzazione incentivati dal governo,
· “rinnovare i contratti  e stabilizzare i precari” come se non sapesse che il taglio sul mercato del lavoro è la base  delle politiche di de-capitalizzazione e di sostenibilità del governo.
 
Rispetto ad un governo del tutto imperturbabile difronte alle sue richieste si rivolge senza tema di apparire ridicolo al Parlamento fino a chiedere parità di trattamento con il welfare aziendale (“tocca al Parlamento assicurare maggiori risorse, o sul FSN o con un fondo ad hoc o con imposte di scopo, per la valorizzazione del lavoro in sanità, insieme con le misure di defiscalizzazione del salario di produttività e di welfare aziendale assicurate al settore privato”), (QS 17 ottobre 2017).
 
Come se ignorasse che il Parlamento, con le sue commissioni di merito, tanto alla Camera che al Senato, regolarmente, tutti gli anni, in occasione dell’esame della legge di stabilità, al governo manda i suoi allarmi sulla tenuta del sistema e tutti gli anni il governo fa come gli pare.
Ci fao ci è? Questo è il dubbio.
 
Cimo
Anche questo uno storico sindacato ospedaliero fresco di congresso con un nuovo presidente. Si tratta di un sindacato nella norma cioè che chiede ma non offre mai contropartite, che pensa che basti essere sindacato per fare un contratto e che, proprio come l’Anaao non sa come  cavarsela difronte ai problemi a monte dei problemi contrattuali (de-capitalizzazione, sostenibilità de-finanziamento, ecc.).
 
Purtuttavia non è priva delle sue peculiarità:
· essa non si nasconde per niente le difficoltà  sul rinnovo del contratto (”“ad oggi non ci sono i requisiti minimi per avviare un contratto di lavoro”),
· paventa il rischio che si voglia ripensare l’ospedale secondo  “il modello organizzativo per intensità di cura”, al quale non crede,
· difende “l’attuale sistema universalistico delle cure” quindi dice no ai fondi sanitari complementari e sostitutivi  ma dice sì alla stipula di accordi tra i fondi integrativi e le strutture pubbliche,
· è convinta che la libera professione sia un diritto del medico ma considera un ‘pizzo’ amministrativo quello che il cittadino è costretto a pagare ogni qualvolta si rivolge al professionista”,
· a proposito di modelli organizzativi forte contrarietà alle sperimentazioni e conferma delle tradizionali organizzazioni dipartimentali,
· per quanto riguarda  la medicina territoriale occorre “accelerare sulle Cure Primarie, potenziare l’assistenza domiciliare residenziale e semiresidenziale, rendere operativo il piano nazionale delle cronicità, ma, soprattutto, implementare, in ambito distrettuale, nuovi standard organizzativi.”, (tutte le citazioni sono tratte dalla relazione fatta recentemente dal neo presidente Quinci al congresso della Cimo, pubblicate su QS 22 settembre 2017).
 
E sui contratti? La Cimo ha le idee chiare, vista la scarsità di risorse per i rinnovi, "l’unica prospettiva per aumentare le entrate dei medici resta la possibilità di svolgere un nuovo tipo di libera professione" (QS 23 ottobre 2017)
 
Il dubbio è lo stesso: ci fa o ci è?
 
Agere sequitur esse
Intendiamoci, sulle rivendicazioni sindacali sia dell’Anaao che della Cimo cioè sulla riaffermazione della legittimità di diritti del lavoro ingiustamente negati dal governo, nulla da dire. Del resto che può fare un sindacato se non pretendere il dovuto in base agli interessi che rappresenta?
 
Ma il punto non è rivendicare ma è portare a casa dei risultati nel contesto dato con il quadro politico dato con la situazione economica che c’è, ecc.
Questi sindacati rivendicano molto ma portano a casa molto poco.
 
Fermo restando l’indisponibilità relativa delle proprie controparti (in politica questa non è mai assoluta essa come tutti sanno dipende da…) se si rivendica senza risultati allora come si rivendica diventa questione primaria. Ma come si rivendica non è una cosa diversa da chi rivendica.
 
Ricordatevi quel principio dell’ontologia tomista “agere sequitur esse "l'agire segue l'essere" secondo il quale l’azione rivendicativa dell’Anaao e della Cimo dipenderebbe dalla loro natura, cioè da cosa esse sono, da come sono, da come ragionano, e, forse ancor di più, dal fatto che essere Anaao e essere Cimo, in sé, è già un atto.
 
Come è il governo e come sono le sue politiche lo sappiamo, ma come sono l’Anaao e la Cimo nei confronti del governo relativamente indisponibile ad accogliere le loro rivendicazioni, questo è il problema?
 
Pur sapendo che:
· le restrizioni contrattuali dipendono da un problema di de-capitalizzazione del lavoro a parte chiedere soldi (che resta la cosa più facile) entrambi i sindacati non si sono mai  preoccupati di avanzare una proposta di ricapitalizzazione, cioè di ripensare il lavoro in ospedale, di rivederne l’organizzazione, di ricontestualizzarne le prassi, per accrescerne il  valore negoziale e scambiarlo con del salario,
· i loro guai derivano da una idea sbagliata di sostenibilità del governo, ebbene essi non si sono mai preoccupati di contrapporre  un’idea altra  con la quale  progredire usando ad esempio la produzione di salute quale valore di scambio e quale valore d’uso cioè producendo a loro modo ricchezza per finanziarsi i rinnovi contrattuali,
· il governo sta pompando il welfare aziendale, le mutue, e le assicurazioni togliendo soldi certo alla sanità pubblica, ma anche ai contratti, e pur tuttavia essi si giocano la carta dell’ ambiguità  per trarre comunque vantaggio da un possibile sistema multi-pilastro.
 
Non la voglio fare lunga, le cose che denotano chi sono effettivamente questi sindacati sarebbero tante ma stringiamo sul problema ontologico:
 
se essere Anaao e Cimo è un atto in sé, e se, le loro rivendicazioni sono atti inconseguenti allora ciò dipende non solo dal fatto che le loro controparti sono relativamente indisponibili ma anche dal fatto che Anaao e Cimo rispetto a tali controparti sono  atti incongrui.
 
Imbarazzo perplessità e disagio
L’incongruità si vede in molte aporie presenti nei ragionamenti di questi due sindacati a partire dalle loro rivendicazioni le cui possibilità di soddisfazione risultano annullate in partenza dalle loro contraddizioni intrinseche.
 
Non intendo esaminarle tutte mi limiterò a porre delle domande:
· cosa si intende per valorizzazione del lavoro? La semplice crescita delle retribuzioni a lavoro invariante o la crescita delle retribuzioni in cambio di una crescita dei valori prodotti dal lavoro?
· Di questi tempi è plausibile andare da un governo qualsiasi a chiedere di aggiornare le retribuzioni di diritto senza produrre i valori necessari a finanziarle?
· Come è possibile ribadire il valore dell’universalismo e nello stesso tempo teorizzare attraverso delle convenzioni un uso mutualistico del servizio pubblico?
· L’uso mutualistico del sistema pubblico non rischia di annullare o immiserire la sua natura pubblica e costituirsi come una forma subdola di privatizzazione?
· In ragione di quale logica a parte l’egoismo corporativo dovrei compensare il non adeguamento dei salari da parte del governo con una crescita del grado di privatizzazione del sistema pubblico?
· Allargare la libera professione equivale o no ad allargare il grado di privatizzazione del sistema pubblico?
· Se il denaro necessario a pagare le prestazioni in regime di libera professione è un pizzo, cosa è il denaro pagato da un fondo o da una mutua o da una assicurazione?
· Nel rifiutare le innovazioni dei modelli organizzativi in ospedale e nel ribadire che l’unico modello accettabile è quello del dipartimento si è coscienti o no che si tratta di un modello, a proposito di ospedale, del 1968? Cioè di una invarianza?
· Nel limitarsi ad auspicare l’implementazione di tutto quello che è extra ospedaliero senza chiamare in causa l’ospedale si è o no coscienti che in questo modo si ribadisce una divisione e una invarianza anacronistica inaccettabile?
 
Storia di una grande invarianza
Nel 1938 viene definita l’organizzazione interna dell’ospedale (R.D. n. 1631 altrimenti detto legge Petragnani). Nel 1968 a organizzazione interna invariata gli ospedali diventano enti ospedalieri. Nel 1978 gli ospedali sempre a organizzazione interna invariata diventano prima presidi delle asl poi aziende.
 
A causa dell’organizzazione interna invariata
· i nostri ospedali funzionano quali modelli di servizio come un secolo fa, costano più di quello che potrebbero costare se organizzati con altri generi di organizzazioni, impiegano professioni a loro volta a prassi invarianti anche se ovviamente le loro conoscenze e le loro metodologie come pure le tecnologie si sono nel tempo adeguate al progresso scientifico,
· l’organizzazione interna dell’ospedale alla faccia dei dipartimenti  è  rimasta (salvo eccezioni)   parcellizzata divisionale, contigua ad altre organizzazioni, separata, verticale e gerarchica. Un genere di organizzazione tayloristica che ovunque è stata giudicata obsoleta e inutilmente costosa relativamente inefficiente e incapace di governare al meglio ogni genere di complessità.
 
L’’invarianza storica dell’ospedale, inteso quindi sia come modello di prassi sia come sistema organizzato per autoriferimenti (per esempio il posto letto come principale ordinatore ), ha causato fino ad ora il fallimento pressoché generalizzato di ogni tentativo di integrazione con i servizi del territorio quindi di fatto ha ostacolato tutti quei processi di riforma che avrebbero, se agiti nelle loro potenzialità, contribuito a rendere questo sistema sicuramente più sostenibile da ogni punto di vista. Un ospedale che non cambia impedisce agli altri servizi di cambiare. E questo provoca un danno anche economico incalcolabile al sistema.
 
Fino a quando l’ospedale sarà auto-riferito, nessuna integrazione reale sarà possibile. L’ospedale dell’Anaao e della Cimo non è nato per integrarsi con il territorio ma è nato per separare il territorio dalla cura. Se vogliamo integrare l’ospedale con il territorio bisogna cambiare l’ospedale.
 
In ragione dell’invarianza storica dell’ospedale l’unica cosa che si è fatta, per altro del tutto subita sia da Anaao che da Cimo, è stata quella che ho definito “ospedalectomia” cioè un taglio sui costi dell’ospedale attraverso il taglio del numero dei posti letto. Anziché ri-spedalizzare cioè ridefinire l’ospedale nel terzo millennio si è de-ospedalizzato cioè si è mantenuto l’ospedale del secondo millennio ma riducendone il costo. Quanto all’ub spoke l’ultima moda, cambia la classificazione funzionale degli ospedali ma non il loro modello operativo.
 
Conclusione
Tanto l’Anaao che la Cimo in questi anni hanno subito torti, umiliazioni, ritorsioni di ogni genere, prepotenze politiche, per cui di ragioni per rivendicare la tutela dei loro interessi ne hanno e non poche.
 
Tuttavia essi sono convinti che per essere sindacati sia sufficiente chiedere soldi al governo ma alla fine stringi stringi, considerando la storia dell’ospedale, non sono in grado di offrire altro che invarianza, cioè non sono capaci di sfidare il governo con valori diversi misurabili anche economicamente in cambio di valori salariali.
 
Oggi l’invarianza per tante ragioni è una pesante diseconomia. Nel caso dell’ospedale l’invarianza paralizza addirittura un intero sistema. Si illudono quindi tanto l’Anaao che la Cimo di farsela rifinanziare con i rinnovi contrattuali. Anche io se fossi il governo non gliela rifinanzierei. Una transazione economica nella quale un disvalore è scambiato con un valore si chiama “pacco”.
 
Sia la Cimo (nata nel 1946) che l’Anaao (nata nel 1959) sono l’espressione sindacale di un ospedale che quale modello, ripeto e sottolineo quale modello, da Petragnani ad oggi non è mai sostanzialmente cambiato. Come sindacati quindi essi sono del tutto funzionali ad una idea oggettivamente superata di ospedale.
 
Se vale il principio “agere sequitur esse” allora tanto l’Anaao che la Cimo per ottenere dei risultati contrattuali significativi in quanto “atti” dovrebbero ripensarsi come tali, ma per ripensarsi dovrebbero ripensare, in questo contesto economico-politico, l’ospedale che sino ad ora li ha connotati come sindacati.
 
Se il genere di ospedale è il riferimento che definisce il sindacato e se l’invarianza dell’ospedale è alla base dei problemi contrattuali del sindacato allora per risolvere i problemi contrattuali è necessario riformare l’ospedale. Cioè il riferimento.
 
Una “roba” difficile, lo so, facile da dirsi ma non da farsi, che in questi sindacati non ha uno straccio di pensiero disponibile, che con tutto il rispetto per le persone, non ha uomini in posizione di comando in grado di pensare questo cambiamento (mi ha molto colpito la loro indifferenza nei confronti della possibilità di un pensiero riformatore  e nel mio caso quindi nei confronti della “quarta riforma” e della “questione medica”), ma che ciò nonostante mio malgrado ha una sua logica innegabile.
 
La mia analisi sarà pure strampalata ma ditemi voi cosa bisogna fare oggi per avere dei risultati contrattuali.
 
Perché al di là delle chiacchiere la contraddizione da rimuovere è una sola: abbiamo un gatto che i topi non li prende più.
 
Un gatto a risultati assenti vuol dire che:
· il gatto non c’è più,
· quello che c’è non è più un gatto,
· il gatto è diventato amico dei topi.
 
Ivan Cavicchi

30 ottobre 2017
© Riproduzione riservata


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