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Classificazione personale. Nel documento Aran si sente forte la ‘puzza’ del comma 566

di Ivan Cavicchi

In tutto il documento si fa una gran parlare di riorganizzazione del lavoro senza affrontare le grandi invarianze che riguardano proprio il lavoro. Questo tema quindi è del tutto infondato salvo pochissime eccezioni molto circoscritte perché di vere innovazioni dei modelli organizzativi neanche l’ombra.

01 NOV - Ho appena finito di leggere il documento dell’Aran “classificazione aree prestazionali ed incarichi del personale dei livelli” e forte la puzza aspra del comma 566, mi ha assalito.
 
Ho risentito, riconoscendolo, l’odore persistente di certe velleità, di certe logiche, di certe malcelate intenzioni, ma anche quello di certe limiti, non solo politici ma anche culturali, come se nei confronti delle soluzioni da ricercare non si possa andare oltre gli orizzonti angusti dei raggiri e degli  espedienti contrattuali.
 
Questo mi ha fatto pensare che i committenti del documento e quindi i suoi estensori siano sempre gli stessi, indifferenti ai loro fallimenti, quindi tenaci e ostinati nello sbagliare e comunque intenzionati più che mai a stupirci nuovamente con i loro maldestri giochi di prestigio.
 
Qui la citazione agostiniana integrale ci vuole: humanum fuit errare, diabolicum est per animositatem in errore manere ("cadere nell'errore è stato proprio dell'uomo, ma è diabolico insistere nell'errore per superbia").

 
Già per superbia, è questo infatti che vedo, necessitata, aggiungo io, dalla stupidità che insiste in modo subdolo a cercare soluzioni inaccettabili e sbagliate perché convinti di avere le verità in tasca.
 
Vorrei ricordare che l’Aran rappresenta le pubbliche amministrazioni nella contrattazione collettiva nazionale di lavoro, quindi, presumo che il documento sia stato commissionato, soprattutto a giudicare dalle fonti citate e dallo spirito che pervade le sue proposte, soprattutto dalle Regioni, esattamente come quando all’origine (mi sembra già nel 2012) alcuni rappresentanti delle regioni proposero, in una strana riunione al ministero della salute, di giocare con le competenze professionali.
 
Mi permetto quindi di suggerire al ministro della Salute in carica di tenere d’occhio la questione per non trovarsi poi come è già successo a dover gestire un problema ingestibile.
 
Ma veniamo al merito del documento. Rispetto al comma 566 in costanza di scopi, come vedremo, con questo documento cambiano due cose:
· gli strumenti, cioè il contratto subentra alla legge quale mezzo attraverso il quale legittimare certe operazioni,
· le modalità, non più un trasferimento tout court di competenze tra una professione e  l’altra,  ma tortuose metamorfosi contrattualistiche
 
Infatti ciò che ci propone il documento assomiglia ad uno slalom tra norme giuridiche e trucchi contrattuali, una specie di percorso, quindi, nel quale, certi operatori sono tenuti a passare attraverso una serie di porte con l’intento di contendere con abili espedienti contrattuali il primato alle norme giuridiche.
 
Si tratta di furberie cioè di scappatoie escogitate dai burocrati, solerti e navigati nell’esperienza accumulata negli anni ad aggirare le norme per risolvere alla meno peggio i vincoli e gli ostacoli che queste pongono alle loro velleità contro riformatrici.
 
Quali le scappatoie? Sostanzialmente due:
· la classificazione delle professioni in aree,
· la definizione delle aree in termini  prestazionali.
 
Qual è il senso? Quando si crea un’area lo scopo è rendere:
· orizzontale quello che è verticale cioè organizzato per livelli,
· omogeneo quello che è formalmente diverso e per questo disomogeneo.
 
Perché?
L’area diventa un contenitore relativamente indipendente dal contenuto cioè il contenitore diventa un titolo, con la funzione di creare quello che nel documento è definito “pluralismo professionale” cioè una parificazione non giuridica ma funzionale tra professioni diverse. Si tratta di una parificazione pragmatica sull’uso e sull’impiego delle professioni secondo necessità non più secondo norme, o profili, o competenze predefinite   che trascende le differenze giuridiche che pur esistono tra le diverse professioni.
 
Tutte le professioni che insistono in una area contenitrice sono vicarianti e vicariabili. Vorrei far notare che il documento dice esplicitamente che le classificazioni hanno lo scopo di dare “rilievo alle singole professionalità” quindi la sua logica non è quella del lavoro di equipe, della multidisciplinarietà, della complementarietà tra le professioni ma è quella della loro intercambiabilità.
 
Si mettono le professioni diverse nella stessa area non per integrarle ma per parificarle nell’occorrenza del loro uso.
Per fare questo l’occorrenza dell’uso si gioca esclusivamente nella logica anacronistica del “prestazionalismo” cioè del lavoro ridotto a pura prestazione. Solo la riduzione del profilo a prestazione rispetto alle diverse professioni rende possibile la loro fungibilità.
 
Quindi la fungibilità funziona solo se un profilo è semplificato a prestazione. Essa alla fine vale come sostituibilità di una professione con un’altra perché trascendere il profilo per la prestazione vale come un’assenza di individualità professionale specifica.
 
Riassumiamo il ragionamento implicito del documento:
· se il profilo è una descrizione di competenze  cioè come dice il documento è una declaratoria,
· se la competenza è la legittimazione ad attendere a determinati compiti,
· e la prestazione è l'obbligazione da adempiere per rispettare i compiti assegnati contrattualmente,
· allora il profilo perde di importanza e può  essere  aggirato.
 
Quindi il vero scopo del documento è: mettere  in condizione le Regioni di aggirare l’ostacolo dei profili professionali in rapporto  alle prestazioni di cui hanno bisogno.
 
Per fare questo giochetto la parola chiave è “incarico”.
 
Cosa è?
E’ un compito, in genere occasionale o temporaneo, relativamente indipendente dalle norme giuridiche che definiscono i profili, percepiti da chi ha scritto il documento, come inutili rigidità e inutili vincoli.
 
Nel documento l’incarico è giustificato soprattutto quale contingenza e congiuntura, nella quale si verrebbe a trovare o la regione o la asl.
 
Le due parole davvero chiave a monte del concetto di incarico a parte le chiacchiere sulla formazione e l’organizzazione sono due:
· flessibilità
· implementazione delle competenze accrescendo le prestazioni
 
Vorrei ricordare che:
· la flessibilità lavorativa è il concetto teorico in base al quale una professione non rimane costantemente inquadrata nel suo profilo ,nella sua funzione, nel suo ruolo  ma muta attraverso l’incarico   a seconda delle circostanze  la propria attività occupazionale,
 
· l’implementazione a cui si allude non è quella in uso nel linguaggio dell’informatica (la realizzazione concreta di una procedura a partire dalla sua definizione logica) ma è quella del comma 566 delle competenze avanzate.
 
Conclusioni
A rinforzare la puzza di 566 nel documento vi sono precisi riferimenti che rimandano a certe proposte dell’ipasvi che, ricordo, è stata la grande sostenitrice del comma 566 e quindi la grande sconfitta, come se fosse l’ipasvi la controparte delle regioni e non i sindacati. Mi riferisco alla figura del “professionista esperto” del “professionista specialista”,ecc.
 
Ma la puzza che sento è perché leggo nel documento:
· che l’incarico è un nuovo modo per creare nuove competenze,
· che le aree servono  a riaggregare i profili  in attesa di futuri incardinamenti nei ruoli,
· che le aree prestazionali servono a definire nuove configurazioni professionali.
 
In sostanza il documento è: un programma per deregolamentare a livello regionale i rapporti tra le professioni cioè tra medici e infermieri e tra infermieri e oss.
 
Cosa vuol dire deregolamentare?
E’ quel processo per cui le Regioni per ragioni varie, cessano di attenersi alle norme che definiscono le professioni procedendo arbitrariamente secondo le loro strette convenienze.
 
La grande delicatezza di questa partita sta nel fatto che rispetto alle definizioni professionali a scala nazionale, le regioni si pongono di fatto nei confronti di istituzioni quali il Miur, l’università, il parlamento, come un organismo autoregolatore con un forte carattere di arbitrarietà.
 
Concludendo davvero, la cosa che mi sconcerta in questo documento a parte S. Agostino è la recidività degli errori commessi con il comma 566 vale a dire l’idea che:
· si possa fare tutto questo alle spalle dei medici senza coinvolgerli,
· per cambiare il mondo bastino delle norme sulla carta,
· la scarsità di risorse basti come giustificazione a far saltare le regole,
· gli inciuci tra stato politica e corporazioni siano l’unica strada da seguire.
 
In tutto il documento si fa una gran parlare di riorganizzazione del lavoro senza affrontare le grandi invarianze che riguardano proprio il lavoro. Questo tema quindi è del tutto infondato salvo pochissime eccezioni molto circoscritte perché di vere innovazioni dei modelli organizzativi neanche l’ombra.
 
Per uno come me che propone la 4ª riforma, per la quale sono le prassi il terreno principale per fare sostenibilità, la strada per affrontare i problemi di cui soffrono le regioni rispetto al lavoro professionale e ai suoi costi , è un’altra, non sono le furbate dei burocrati dell’Aran che usano  il contratto a costo zero (ripeto a costo zero) per contendere alle norme giuridiche in essere la loro prescrittività, ma è quella:
· della coevoluzione delle professioni di cura,
· della loro ridefinizione prima ontologica e dopo formativa perché il mondo al quale esse  si rivolgono è mutato profondamente,
· del superamento del compito a favore dell’impegno,
· dell’uso del risultato come parametro salariale,
· di mettere insieme autonomia con responsabilità  ed esiti,
· della riforma del concetto di declaratoria ,riproposto dal documento, vale a dire  la riforma del carattere dichiarativo dei profili per renderli pragmaticamente più adeguati alle complessità da governare,
· dell’uscita del lavoro e quindi delle prassi dal paradigma tayloristico..ecc.
 
Oggi riciclare il comma 566 nei contratti è una pessima idea e a Starbuck il mago della pioggia (The rainmaker 1956) che con la sua inesauribile parlantina per 100 dollari promette di far piovere ormai non crede più nessuno.
 
Ivan Cavicchi  

01 novembre 2017
© Riproduzione riservata


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