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Il filosofo e il cancro alla mammella. Quando un referto ti cambia la vita

08 LUG - Gentile Direttore,
gli interventi del prof. Cavicchi, della patologa e dell’oncologa riguardo all’incontro multidisciplinare tenutosi a Cagliari il 18 giugno scorso hanno indotto anche me a  fare alcune riflessioni sulla mia professione, sul rapporto medico-paziente e sul Sistema Sanitario.
Sono una radiologa e ho pensato a quanto questa branca si sia evoluta nel tempo.
Il radiologo, un tempo figura misteriosa, attualmente con le sue macchine sempre più sofisticate,  dall’enorme potenza diagnostica, guarda all’interno dell’organismo e spesso riesce a vedere ciò che un tempo, non troppo lontano, si vedeva solo con la diagnosi post-mortem cioè con l’autopsia.
Dalla cosidetta “medicina delle ombre” si è passati alla “medicina dell’evidenza”

La radiologia è divenuta una scienza medica con un grande potere: l’immediatezza della diagnosi ma anche la previsione di vita!
 
Basti pensare infatti ad un caso banale tanto è frequente: un paziente ha un malessere improvviso, perde coscienza, giunge al Pronto Soccorso.  Il clinico lo visita e fa ipotesi (infarto? emorragia? tumore?) ma invia subito a fare la TAC.  Il radiologo vede la malattia in tempo reale e fa subito la diagnosi. Ma cosa altro ci dirà?
“L’emorragia è massiva? Non gli lascerà scampo! /L’organismo è pieno di metastasi? La prognosi non è buona./ La lesione è piccola e circoscritta? Se la caverà” (previsione di vita).
In pratica il radiologo, in tempo reale e non con supposizioni ma con l’evidenza delle immagini, si esprime sulla vita o sulla morte del paziente.
“Ancora oggi la malattia è concepita come qualcosa che contiene “il male” e la paura della malattia è la paura del male, perché un male che più spesso non si vede attiva l’immaginazione, la fantasia di una paura che noi costruiamo. Vorrei definire la radiologia come la disciplina che cerca di vedere il male. Quasi avesse scommesso di poter trasformare il male che non si vede nel male che si vede. Viviamo in una civiltà degli occhi. In questa particolare società, in cui la vista è diventata l’elemento indagatore principale, la radiologia come tecnica di valutazione per vedere il male in maniera diretta, senza più interpreta-zioni, assume su di sé un compito di straordinaria importanza soprattutto rispetto a quell’area di paura che si ingenera nel paziente” (Vittorino Andreoli 2009).
 
Questo è ancora più vero in Senologia Diagnostica dove ormai molto spesso a donne in pieno benessere soggettivo (asintomatiche) viene scoperto, grazie all’imaging e alla perizia del radiologo, un tumore non palpabile, che non dà nessun segno di sé.In pochi minuti passa da uno stato di salute a quello di malattia: il male che non si vede diventa subito visibile!
Tutto questo ha creato due aspetti molto importanti: la medicina dell’evidenza  ha fatto si che il medico clinico quasi perdesse la capacità di poter agire sul malato solo sulla base  dell’anamnesi, la sintomatologia ed i segni clinici del paziente.
Poiché la radiologia fornisce l’evidenza di moltissime patologie, ormai si ritiene necessario averne la “prova radiologica” (anche nella speranza di non avere contenziosi!)  La conseguenza è ricorso massivo alla diagnostica per immagini per documentare o escludere patologie (medicina difensiva).
 
Cioè si cerca di “fornire le prove” a giustificazione di ogni atto medico: come non si può iniziare un “processo senza prove” attualmente sembra non  si possa attestare una corretta visita o procedura senza un esame radiologico. A tal proposito cito un comunicato ANSA - ROMA 10/02/2011:
“Circa il 40% degli esami radiologici che si effettuano in Italia sono inutili. Alcuni studi, l'ultimo dei quali in corso di pubblicazione, ci dicono che il 40% delle prestazioni sono inutili e spesso anche dannose non solo per il problema delle radiazioni (maggiore fonte di esposizione della popolazione) ma per la scoperta di non patologie, come per es. i fenomeni degenerativi tipici dell'invecchiamento, che destano preoccupazione e richiesta di ulteriori indagini senza che minimamente abbiano a che vedere con lo stato di salute".
 
L’altro aspetto è che il radiologo è stato strappato alla trincea, non può più stare nascosto dietro un referto scritto da consegnare al clinico affinché parli al malato ma deve spiegare quello che ha diagnosticato, discutere, insomma “comunicare” con lui.
Questo è doveroso non solo dal punto di vista professionale, in quanto significa assumersi la  responsabilità del proprio lavoro, senza delegare questa parte ad altri, ma anche dal punto di vista umano, perché vuole dire risparmiare alle persone l’ansia legata all’attesa del “responso” diagnostico.
 
Sempre più spesso i pazienti cercano il radiologo per avere informazioni dettagliate  sulla localizzazione ed estensione della malattia e sempre più spesso è lui che deve comunicare un pesante fardello.
“I radiologi hanno a mio avviso due compiti fondamentali. Il primo è di comunicare al paziente ciòche si vede del male. E il malato nel vedere ciò di cui soffre e come il male cambi neltempo, si rassicura. Non c’è bisogno di discussione, basta guardare.Da questo il rapporto medico paziente assume una dimensione privilegiata, un livello dicomunicazione attraverso le immagini che fa del radiologo un grande comunicatore conil paziente. Per tanto ritengo del tutto sbagliato che questo rapporto non si instauri e chela comunicazione con il paziente venga rimandata al clinico” (Vittorino Andreoli 2009).                                                         
 
Ma la comunicazione è difficile, nessuno ce l’ha insegnata nel corso degli studi, l’abbiamo imparata con l’esperienza, talvolta c’è una predisposizione attitudinale ed essa piano piano, da abilità tecnica professionale diventa un modo di essere, uno stile di vita personale.
La comunicazione, che  è pur sempre un momento critico dove si mettono in gioco le proprie attitudini relazionali, non riguarda solo la comunicazione della diagnosi ma anche l’accoglienza, l’ascolto, insomma il tempo dedicato al paziente, ma questo tempo non è considerato nei “tempari”medici.
La tanto decantata umanizzazione della sanità non esisterà mai finche il tempo dedicato al paziente non sarà riconosciuto come “tempo di cura”.
Le cose hanno valore che gli si dà, questo tempo viene dato per scontato, non è in nessun modo quantificato anzi neanche citato…come che non esista e dunque non valga nulla.
 
Invece io dico che quel tempo è molto prezioso, ha un grande valore, il valore immenso di consentirci un migliore rapporto con il paziente e quindi deve essere riconosciuto come tale affinchè la umanizzazione della sanità non sia solo uno slogan pubblicitario e perché ci sia davvero una rivoluzione culturale della sanità che ci sostenga perché possiamo curare il malato e non solo la malattia. Questo lo dobbiamo pretendere noi medici ma soprattutto i pazienti anche con l’aiuto delle loro associazioni affinchè  non sentiamo mai più frasi terribili tipo quella  attribuita ad un oculato Direttore Generale ”io penso ai numeri, alla qualità ci penserà il magistrato”…ma al paziente chi ci deve pensare?
 
Hanno ragione Cavicchi e le colleghe  quando dicono che  questo sistema sanitario non è adeguato, non lo è per la nostra professione in continua evoluzione, non lo è per il malato che più spesso si sente una cartella clinica, è un sistema sempre più improntato a imperativi di produttività con una gestione di risorse di tipo imprenditoriale e allora praticare una senologia fatta di percorsi e condivisione con la donna come fulcro è veramente molto difficile. Ma evidentemente quei molti Don Chisciotte presenti il 18 giugno all’incontro di Cagliari pensano che qualcosa si possa cambiare, l’importante è essere uniti e avere un obiettivo comune.
 
M. Antonietta Calvisi
Senologia Diagnostica, P.O.S. Francesco Nuoro

08 luglio 2013
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