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Il PD e le mutue. Non mi avete convinto, resto della mia idea

27 MAR - Gentile Direttore,
la settimana scorsa il mio articolo sulla mozione Renzi “welfare e salute” (QS 20 marzo 2017) ha suscitato significativi dissensi. La questione del resto è tutt’altro che marginale stiamo parlando non solo del destino della nostra sanità pubblica ma anche della natura politica di un partito, come il PD, cioè il primo partito di governo che con le sue decisioni può fare e disfare.
 
Mi colpisce la coincidenza tra la nostra discussione e la sconfitta di Trump proprio sul futuro della sanità americana nella quale, rispetto al nostro paese, vedo alcune analogie interessanti da esplorare al punto da chiedermi se oltre all’Obama care al Trump care si possa, a nostra volta, parlare di un Renzi-Care.
 
Il dissenso
Per ragioni pratiche vorrei ricordare i titoli dei tre articoli che mi hanno contestato:
· il primo (1) del direttore di quotidiano sanità “Stiamo tornando alle mutue? Secondo me no” (Qs 21 marzo),

· il secondo (2) del responsabile della sanità del Pd “Ma quale ritorno alle mutue! L’obiettivo è garantire la futura sostenibilità” (QS 22 marzo 2017),
· il terzo (3) di chi al Lingotto 17 ha scritto materialmente la mozione “welfare e salute” “La mozione Renzi per le mutue? Pura invenzione. Basta leggerla” (Qs 23 marzo 2017).
 
I titoli sono molto significativi e in questo caso svolgono una efficace funzione di sintesi:
· essi negano che la mozione di Renzi parli di mutue,
· dicono che per il Pd non c’è nessuna volontà di tornare alle mutue,
· affermano che le mutue che ci sono non mettono in pericolo, l’universalismo il cui valore, sarebbe pienamente ribadito.
 
Al contrario, io sostengo, che vi è un neo-mutualismo di ritorno che, per le sue dimensione e per la sua velocità di crescita, rappresenta una minaccia per l’universalismo. Quanto alla mozione di Renzi “calma e gesso” vediamo di comprenderla meglio
 
La struttura della mozione
Non concordo con (3) una mozione, per essere compresa, non “basta leggerla” è necessario interpretarla. Questo genere di mozione è sempre un problema di esegesi per cui è necessario:
· distinguere la parte nella quale sono dichiarati degli intenti (piani decennali, non autosufficienza, assunzione di migliaia di operatori ecc  Un intento per essere credibile deve essere praticabile e per essere praticabile deve specificare i condizionali che lo attuano. Nella mozione questi condizionali sono assenti,
· distinguere la parte nella quale sono dichiarati dei principi (ad esempio il valore dell’universalità) e che a parte avere una funzione retorica in questo caso hanno anche una funzione sintetica nel senso di far coabitare punti di vista diversi (per cui si può scrivere la parola “universalità” per registrare una posizione e scrivere anche il suo contrario per registrare altre posizioni) So per certo che nel Pd il dibattito sulle sanità non è univoco,
· individuare il core della mozione cioè il suo nucleo significativo e questo si può fare solo se si contestualizza l’intera mozione mettendola dentro una fase, dentro una strategia, dentro a delle politiche più vaste dentro le stesse vicende del Pd come partito e come governo.
 
La mozione come ipertesto
Nel momento in cui una mozione viene interpretata in relazione ad un contesto o ad una strategia essa diventa un ipertesto che, in quanto tale, va interpretato sempre dentro le connessioni logiche di qualcosa che non è ancora compiuto e che si deve compiere.
 
Nella mozione la prima cosa che si dice, è “completare il disegno” del governo. Essa quindi non è tanto il pro-jeter cioè il “gettare avanti” ma una pro-scriptio cioè “qualcosa ancora da attuare”.
 
A questo punto bisogna uscire dalla mozione e capire cosa è in corso. Quello che è in corso è nei fatti non nelle intenzioni l’attuazione del “libro bianco” del governo Berlusconi (segnatamente del ministro Sacconi) con, l’obiettivo di sostituire il sistema universalistico con un sistema multi-pilastro. Il mezzo principale usato dal governo per raggiungere tale scopo è incentivare la crescita delle mutue attraverso la defiscalizzazione dei suoi costi (legge di stabilità 2016)
 
Nella mozione, certamente come dice (1) (2) (3) la parola “mutua” non compare mai tuttavia essa sancisce e registra un processo di forte incentivazione delle mutue dandogli per la prima volta un apparato concettuale il cui core resta quello di un cambio di sistema.
 
Il “core” della mozione
Quattro sono le cose significative scritte nella mozione:
1) il “diritto alla salute” è sostituito o, se preferite, è interpretato con il “diritto alla protezione”
2) è dato  un “pavimento di diritti universali” (lea) a carico del pubblico
3) è data  la possibilità di integrarlo con diritti particolari finanziati “in altro modo” (ndr)
4) si tratta di prendersi cura di ciascuno sulla base all’effettivo bisogno di protezione.
 
Il core della mozione ruota intorno ad una operazione di “slittamento semantico” (il cambiamento non tanto delle parole ma dei loro significati). Detto meglio: i significati di base delle parole cambiano in ragione di nuovi significati contestuali:
· la tutela diventa protezione,
· il diritto alla salute diventa diritto alla protezione,
· la salute diventa cura, ecc.
 
Il concetto di “protezione sociale” ci riporta alle origini del mutualismo ed appartiene ad un campo semantico tipicamente mutualistico. La riforma sanitaria del 78   non dice che la repubblica “protegge” ma dice che “tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività” mediante il servizio sanitario nazionale e in collaborazione con “le associazioni di volontariato” non con le mutue. Nell’art 2 (obiettivi) la riforma elenca ben 16 finalità tra le quali non compare mai la parola protezione.
 
Protezione e mutue sono la stessa cosa. Ridurre la tutela a protezione ha significativi implicazioni politiche e indica:
· che esiste in modo chiaro  una volontà politica del Pd  rispetto alla sanità pubblica  di cambiare gli assetti del sistema per cui dissento da chi nega l’esistenza di questa volontà (1) (2) (3),
· che la vera operazione non consiste semplicemente nell’ instaurare un sistema multi-pilastro ma soprattutto nel cambiare i pesi dei vari componenti del welfare e i loro rapporti interni.
 
Dire “diritto alla protezione” significa spostare con gli incentivi fiscali la centralità dal welfare state al welfare aziendale e assicurativo.
 
Il sistema multi-pilastro quale cambio di modello
Il senso storico-politico del neo-mutualismo di ritorno è quello di un cambio di modello.
 
Se accettiamo la classificazione della sociologia (G. Esping Andersen) che distingue i modelli di stato assistenziale in tre regimi:
· liberale,
· conservatore-corporativo,
· social democratico.
 
Se concordiamo sul fatto che il senso di marcia verso il quale si sta procedendo è quello del sistema multi-pilastro, allora vuol dire che il Pd si sta accingendo:
· a superare il “regime social democratico” cioè il modello  "universalistico" per il quale i diritti derivano dalla cittadinanza e i servizi sono offerti a tutti i cittadini senza nessuna differenza,
· per affermare, da una parte, un “regime  liberale” quindi un modello di welfare "residuale" in cui diritti sociali derivano dalla dimostrazione dello stato di bisogno),
· per affermare, dall’altra parte, un regime  “ conservatore-corporativo”  (modello “particolaristico” nel quale le tutele dipendono dalla professione esercitata).
 
Questo è il senso profondo del modello multi-pilastro che ricordo non a caso nasce in un contesto di governo (Berlusconi 2009) ad inclinazione fortemente neoliberista. La questione politica da capire, è perché il Pd, quindi un partito di sinistra per definizione progressista, fa propria una tale linea politica.
 
Sostenibilità e compatibilità
(1) e (2) sono convinti che si possono fare le mutue e le assicurazioni ma a modello di welfare invariante cioè che “corporativismo”, “individualismo” e “universalismo” siano tra loro non solo compatibili ma addirittura complementari. Essi partono da due presupposti.
· esiste una ingente spesa privata non intermediata dal punto di vista finanziario,
· per ragioni di sostenibilità l’unico modo per garantire l’universalità  è integrare il servizio pubblico con altre  forme di tutele.
 
Credo che si sbaglino per diverse ragioni:
· quelle che (1) e (2) definiscono mutue integrative sono a tutti gli effetti mutue sostitutive (vedere i nomenclatori e i pacchetti di prestazioni) che agiscono, per evidenti ragioni economiche, in una logica competitiva nei confronti del pubblico. Meno pubblico significa più mercato,
· le mutue solo nominalmente “integrative” sono finanziate dallo Stato con evidenti scopi sostitutivi,
· la spesa privata non esprime una voglia di privato tout court ma è un indicatore del malfunzionamento del sistema pubblico causato da insistenti politiche di de-finanziamento.
 
Oggi ci troviamo in una situazione paradossale con uno Stato che finanzia allo stesso tempo due sistemi tra loro in concorrenza. Per quale ragione strategica in nome del “diritto alla protezione” lo Stato finanzia politiche contro se stesso?
 
Da ultimo la questione della sostenibilità. Temo che le ragioni di (2) per giustificare la necessità del sistema multi-pilastro siano facilmente falsificabili. Non esiste solo il modo “compatibilista” del governo per fare sostenibilità e non necessariamente per fare sostenibilità si devono incentivare le politiche di privatizzazione del sistema. Vi sono altri generi di politiche per la sostenibilità per le quali rimando alla mia proposta di “quarta riforma”.
 
L’anima del Pd
In conclusione le controdeduzioni che ha ricevuto il mio articolo del 20 marzo per quanto civili e autorevoli, non fugano ma rinforzano le mie preoccupazioni sul fatto che è in atto nei fatti a suon di incentivi fiscali un cambio di sistema.
 
Si tratta di una preoccupazione non solo mia. Leggo dalla relazione introduttiva al comitato direttivo della Cgil del 10 febbraio 2017 quanto segue: “dobbiamo concepire il welfare contrattuale  come integrativo del welfare universale, come seconda gamba, quindi non possiamo discuterne senza avere in campo una forte iniziativa a difesa  del welfare pubblico, dal momento in cui è evidente il processo di riduzione  della sua copertura”.
 
Il guaio è che siamo difronte ad una crescita massiccia di un welfare sostitutivo il cui finanziamento nel tempo non può che comportare nel contesto economico finanziario dato, nazionale ed europeo, una de-finanziamento significativo di quello pubblico.
 
Chiudo con un dubbio: come è possibile che evidenze variamente documentate sul fenomeno del neo-mutualismo siano interpretate da gente esperta come (1) (2) (3), in modo così difforme? Come è possibile per costoro non avere un solo dubbio, una sola esitazione fino a rischiare di negare le evidenze stesse?
Fino ad ora ho sempre detto che al Pd è mancato un pensiero veramente riformatore ma questo implicava una critica come se il suo fosse un difetto di elaborazione intellettuale. Comincio a pensare che non sia solo così.
 
Comincio a pensare come S. Tommaso che l’anima rispetto a quello che si fa sia “atto primo” e che le operazioni che si fanno siano “atti secondi”. Temo che la faccenda della sanità (atto secondo) per il Pd sia da ricondurre non ad un difetto di razionalità o alla mediocrità di una classe dirigente ma ad un cambiamento dell’anima (atto primo).
 
Quello che vedo e analizzo non si spiega pensando ad un partito riformatore che sbaglia la linea ma si spiega con un partito contro-riformatore che per ragioni diverse sta cambiando la propria base di legittimazione e quindi la propria natura politica. Cioè la sua anima.
 
Ma vediamo di essere pratici e chiediamoci: da questo neo-mutualismo di ritorno chi ci guadagna e chi ci perde? Chi ci guadagna davvero è la grande speculazione finanziaria, il mercato, l’egoismo, il cinismo, gli interessi corporativi, le varie forme di speculazione. Ma chi ci perde? Indovinatolo voi.
 
Ivan Cavicchi

27 marzo 2017
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