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Perché la retorica dell’eroe non aiuta nessuno in sanità

09 APR - Gentile Direttore,
ho lavorato diversi anni in Usl e in Ospedale, e ho moltissimi amici, medici, infermieri, psicologi e altri sanitari, ospedalieri e non, che vedo che spesso scrivono sui social sul tema "eroi", quando la stampa o le persone li chiamano così, in riferimento al grandissimo lavoro che stanno facendo per noi in questo momento. In primis sono proprio loro in larghissima parte a non voler esser chiamati eroi, e qui qualcuno potrebbe domandarsi: "Perché, visto il loro merito, non vogliono essere chiamati eroi?”
 
Non vogliono essere chiamati eroi perché sanno di essere lavoratori che fanno il loro lavoro, dovere, e vorrebbero solo essere rispettati, quindi non offesi e attaccati gratuitamente né in tempi di "pace" né "osannati" ora, senza dimenticare il meccanismo, terrificante, della medicina difensiva, vale a dire, come sappiamo, le modalità difensive per contrastare le cause legali strumentali contro il personale sanitario, che crea fortissimo distress e mette profondamente a rischio di tranquillità nel lavoro e possibilità di peggioramento reattivo della qualità professionale, oltre che personale e sociale. Inoltre la retorica dell'eroe è pericolosa socialmente perché richiama il concetto che "il lavoratore divenuto eroe" debba compiere la sua azione con il rischio dello sprezzo del pericolo, andando a legittimare l'idea che l' "eroe sanitario" debba fare la sua "impresa" rinunciando forse anche alle sicurezze (dotazioni?) ben sapendo che ci sono purtroppo difficoltà nel poter dotare tutti di sicurezze, come invece si deve fare.

 
Consideriamo poi la questione anche da un punto di vista soggettivo, della persona, dove c'è un altro rischio: se una persona si mettesse in testa di essere un eroe, rischierebbe di avere una percezione eccessiva di sicurezza, col rischio di danneggiare se stesso e gli altri. Il concetto dell'eroe in Sanità è concettualmente sbagliato e quindi lo è parlare di eroismo: l'eroe fa qualcosa di straordinario, nel senso di fuori dall'ordinario. I sanitari stanno facendo un lavoro eccelso, dando prova di altissima competenza e umanità, ma stanno compiendo il loro lavoro ordinario, il loro dovere, ora, in un contesto, quello sì, purtroppo straordinario.
 
Il rischio del parlare della retorica dell'eroe nasce dagli sbilanciamenti tipici della mentalità italiana, nella società, nel lavoro e nella politica. Tanti medici, infermieri, o.s.s., psicologi, sanitari tutti, sono ottimi lavoratori, ottime persone, ma non fanno azioni eroiche, pur rimanendo validi. La mia lettura è questa.
 
Dico che il rischio del pensiero collettivo dell'eroe può ricadere sulla salute del lavoratore stesso, e purtroppo anche sui suoi assistiti, quando, per la presa di una tale considerazione sociale da parte del popolo o di larghi gruppi di persone, i cittadini possono andare a esercitare comportamenti impulsivi che possono oscillare dall'esaltazione eroica, quando l' "eroe" (che non è eroe, ma lavoratore) compie l'azione "mitica" (che è in realtà la Cura, che è un atto così potente, in quanto protezione della Vita, che simbolicamente ed emotivamente travalica nelle menti di molti la razionalità e dà luogo alla simbolizzazione dell'eroe), alla "distruzione" dell' "eroe", quando la Cura, trasfigurata come "magia" ( che non è la presa di contatto con la realtà, fatta di limiti) non è nelle sua potenzialità poter compiere.
 
A questo punto, quando l' "eroe" non soddisfa i desideri, ossia i bisogni di salute, viene attaccato. Abbiamo alla mente purtroppo, i tristi episodi di aggressione ai sanitari e distruzione dei reparti da parte di familiari, affranti e resi furiosi dalle notizie avverse quando i propri congiunti purtroppo non guariscono o non possono essere curati. Bisogna ridurre questa sbagliata retorica dell' "eroe" in Sanità anche per eliminare i comportamenti aggressivi di frustrazione. Ascoltiamo i Sanitari su come vogliono essere chiamati e trattati, per il bene di tutti noi.
 
Matteo Toscano
Psicologo

 

09 aprile 2020
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