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La medicina territoriale allo Stato e gli ospedali alle Regioni

di Massimo Esposito

21 APR - Gentile Direttore,
l’emergenza COVID-19 ha messo in luce numerose criticità dei Sistemi Sanitari in tutti i paesi del mondo. Molte difficoltà sono emerse in termini epidemiologici, ma anche di competenze, di forniture, di copertura della richiesta, ecc. Alcune criticità invece si sono rivelate di tipo strutturale, organizzativo ed istituzionale. In particolare, la componente del Sistema Sanitario italiano che più ha mostrato problemi importanti in molte regioni è stata quella Territoriale.
 
Gli ospedali sono stati travolti dall’emergenza perché la Medicina Territoriale non è stata sufficientemente in grado di intercettare a monte la richiesta di cura. I pazienti sono quasi sempre arrivati ai Pronto Soccorso in condizioni già troppo gravi, causando una mortalità altissima e ricoveri prolungati, con un’eccessiva occupazione di posti letto, mettendo in crisi un sistema che era già fin troppo sotto pressione. Non è una novità. La debolezza del Sistema Sanitario Nazionale si trova nella medicina territoriale.
 
Tutte le riforme della Sanità che hanno mirato a potenziare questa componente (Turco, Bindi, Balduzzi) non hanno in definitiva prodotto risultati davvero apprezzabili, alla fine perché la Sanità italiana è regionalizzata e quindi la messa in atto a livello locale degli indirizzi legislativi passa attraverso un’interpretazione regionale che come è noto ha prodotto il mostro di venti fragili sistemi sanitari.
 
Nel 2016, il Referendum costituzionale proposto dal governo Renzi, fra le molte, troppe cose che conteneva, mirava anche a riportare la Sanità nelle competenze dello Stato, riducendo la micidiale “legislazione concorrente” fra Stato e Regioni. Il Referendum non è passato – per altri motivi – e la rinazionalizzazione della Sanità non c’è stata.
 
La vera riflessione che però forse bisognava e bisogna fare ancor di più ora, alla luce dell’esperienza dell’epidemia Coronavirus, è che non sono le Reti Ospedaliere ad avere bisogno di essere governate a livello centrale per evitare il caos, ma la Sanità Pubblica, il Territorio. In Italia ci sono diversi ospedali pubblici e privati, in molte regioni, che rappresentano vere e proprie eccellenze, talvolta di livello mondiale. Le Regioni si sono mostrate con poche eccezioni in grado di gestire le Reti Ospedaliere.
 
Non si sono mostrate invece generalmente in grado di gestire le Reti delle Cure Territoriali, con poche eccezioni parziali. E comunque, sono le carenze delle Cure Territoriali a produrre la quota importante di disuguaglianza che affligge la Sanità italiana, con il diritto alle cure intesa come continuità assistenziale globale assolto in modo diverso da regione a regione.
 
In Ospedale ci si va in caso di acuzie una volta o più, ma sempre in modo puntuale ed il cittadino in genere accetta anche di spostarsi eccezionalmente nella grande città, dove si trova magari il Reparto di eccellenza. Il vero problema – che svela invece la diversificazione gravissima – è la cura erogata al domicilio, dalla rete territoriale, dal Medico di Medicina Generale, dall’Assistenza Domiciliare, dal pediatra di base, dalla capacità vaccinale, dai consultori, dall’Igiene Pubblica. Sarebbe cioè insomma molto più utile nazionalizzare la sola componente territoriale della Sanità, lasciando alle Regioni la sola Rete Ospedaliera.
 
In questo modo, lo Stato avrebbe l’onore e l’onere di applicare le proprie leggi (ad es. gran parte dei LEA) in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale, affrontando perciò le emergenze epidemiologiche in maniera molto più efficiente, mentre le Reti Ospedaliere Regionali potrebbero essere gestite a loro volta in maniera più snella, senza quello che costituisce per molti amministratori pubblici locali un fardello gestionale.
 
Se si definisse una separazione del genere, la “legislazione concorrente” fra Stato e Regioni finirebbe per riguardare solo aspetti “tecnici” del tutto residuali, offrendo ai politici ben poche occasioni di conflittualità, evitando così lo spettacolo indecoroso dell’ostilità fra Stato e Regioni a cui stiamo assistendo ora. Anzi, sarebbe opportuno che ogni Regione potesse avere una capacità di imposizione fiscale specificatamente dedicata, in modo da gestire come meglio politicamente ritiene l’offerta ospedaliera.
 
Nelle Reti Ospedaliere – garantito il libero accesso ad un livello prestazionale di base comune definito dallo Stato come con gli ancora inapplicati LEA – avere un certo grado di “disuguaglianza” e persino di sana competizione nell’offerta, è nelle cose. La Medicina Territoriale è invece la vera e propria Sanità Pubblica, universale, quella che non può avere per definizione nessun rendimento economica e dove le disuguaglianze non si possono accettare. A mio parere, alla luce dell’emergenza drammatica che stiamo vivendo, ciò varrebbe persino il tentativo di un’altra riforma costituzionale.
 
Massimo Esposito

Psicologo Azienda USL di Piacenza 

21 aprile 2020
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