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DPI. Forniture giudicate insufficienti dal 77% dei medici e degli infermieri e il 56% ha avuto contatti non protetti con malati o colleghi positivi. Un sondaggio Anaao-Nursind Piemonte

Al sondaggio hanno risposto 1930 operatori (il 70% infermieri, il 16,5% medici e l’8% oss). Il 79% di loro lavora o ha lavorato nei reparti Covid. L’1,83% dei sintomatici non è stato sottoposto a tampone, così come il 3,14% di coloro che hanno avuto avuto contatti stretti con persone positive. Il 77% di chi ha fatto il tampone ha continuato a lavorare in attesa dell’esito, il 18% è risultato positivo. Nell'89% dei casi i famigliari degli operatori positivi non sono stati sottoposti a tampone. IL DOCUMENTO

11 MAG - Qualcosa è andato storto nella gestione dell’emergenza negli ospedali piemontesi. Almeno così emerge da un sondaggio svolto da Anaao Piemonte e Nursind Piemonte tra 1930 operatori sanitari (il 70% infermieri, il 16.5% medici e l’8% oss; il 79% di loro lavora o ha lavorato nei reparti Covid) da cui risulta chiaramente come gli operatori sanitari si siano sentiti assolutamente non protetti e, al contrario, esposti al rischio di contrarre la malattia a causa, anzitutto, della mancanza di dispositivi di protezione individuale.


Il 73,9% di chi ha risposto al sondaggio ha infatti dichiarato un numero insufficiente di dispositivi, con conseguente necessità di riutilizzo di quelli in dotazione. Il 33,9% invece ha risposto che mancavano le FFP2 e FFP3 e infine il 26,6% afferma di aver dovuto trovare soluzioni tampone come ad esempio sacchi dell’immondizia per assenza di fornitura adeguata.

Un altro aspetto particolarmente significativo nella propagazione del virus all’interno delle strutture ospedaliere è la distinzione tra percorsi sporchi e puliti: “Le strutture sono diventate focolai di infezione anche e soprattutto per questa criticità”, spiega l’Anaao e il Nursind evidenziando come, nel sondaggio, il 58,75% degli operatori ha risposto che questi percorsi non erano ben differenziati, “un dato altissimo se si pensa alle conseguenze che tale problematica ha rappresentato”.

 
La formazione sul corretto utilizzo dei DPI, sulla gestione dei percorsi ed in generale sulle precauzioni da avere durante il lavoro, per minimizzare i rischi di contagio, doveva essere prevista obbligatoriamente in tutti gli ospedali, come recitano anche le linee guida ISS. Ma solo il 49,29% degli operatori intervistati afferma che l’azienda ha previsto corsi di formazione per il corretto e adeguato utilizzo di DPI. Il 36,34% dice che non sono stati previsti e il 14,28% addirittura di non sapere.

Altro problema è stata la comunicazione di decisioni strategiche agli operatori: per il 34,8% dei responders l’azienda non ha informato il personale di protocolli, linee guida, riorganizzazioni interne dei reparti, sicuramente indice di inefficienza nel comunicare con i propri operatori. Una mancata ed non uniforme informazione complica la risoluzione dei problemi.

Tra chi ha risposto ha sondaggio, il 59% ha fatto il tampone (ma l’1,83% dei sintomatici e il 3,14% dei contatti stretti senza protezioni non l’ha invece eseguito). L’indicazione ad eseguire il tampone è stata per il 22% il contatto stretto senza le adeguate protezioni con colleghi covid risutati positivi, per il 34,4% il contatto stretto con pazienti covid. In tutto, oltre 56% degli operatori ha eseguito l’esame per contatti stretti con persone positive in carenza di protezione. “Questo dato - commentano Anaao e Nursind - è significativo della grave difficoltà, soprattutto nelle prime settimane del contagio, di ottenere adeguati DPI. Fatto che, come da noi ripetutamente sostenuto, ha trasformato i luoghi di cura in luoghi di contagio”.
 
Il 77% degli operatori ha continuato a lavorare in attesa dell’esito del tampone, come prevede l’art. 7 del DPCM del 9 Marzo, che esclude i sanitari dalla quarantena preventiva. Per Anaao Piemonte e Nursind Piemonte “questo dato, unito al fatto che ben il 18% degli operatori sottoposti a tampone è risultato positivo, chiarisce bene come nelle Strutture Sanitarie sia venuta a mancare, a causa di una criticatissima scelta politica nazionale, una reale tutela della salute dei lavoratori e contestualmente come questa scelta possa aver favorito la diffusione del contagio”.
 
Ora: i sanitari hanno lavorato in carenza di DPI, non hanno fatto la quarantena preventiva, numerosi sono risultati positivi ed hanno comunque atteso giorni per eseguire il tampone. Sicuramente avranno avuto timore di portare a casa l’infezione. Eppure l’89% dei positivi dichiara che non è stato fatto il tampone ai propri famigliari. Ma con o senza tampone per la ricostruzione del contatto, alla fine l’8,7% dei sanitari ha avuto un famigliare malato Covid. Il partner quello più esposto con il 5,98% dei casi, seguono genitori, fratelli, figli.

Proprio con l’intento di evitare il contagio dei propri affetti, di mettere a rischio la loro salute e di limitare il diffondersi del virus Il 39,2% del personale ha dovuto dormire in stanze/case separate.

Alla fine è stato chiesto, alla luce di tutte le difficoltà sopra fotografate, di dare un voto (da 1 a 10) all’azienda, relativamente alla capacità di affrontare e gestire l’emergenza COVID. “I colleghi che hanno aderito al sondaggio sono stati impietosi”, spiegano Anaao e Nursind. Nel dettaglio, il 23,52% ha dato 5; il 18,20% ha dato 6 e il 14,23% ha dato 4. Sol il 6% ha dato 8 e poco più dell’1% hanno dato 9 o 10.

11 maggio 2020
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