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Ricerca. Oltre 200 brevetti italiani finiscono all’estero, un danno di 1,5 mld di euro l’anno. Dal Sud una risposta per invertire il trend


Dal Laboratorio di Ricerche biomediche di Catania, nato dalla sinergia tra le Università di Catania, La Sapienza di Roma e la multinazionale farmaceutica Ely Lilly, arrivano i risultati del progetto di ricerca per lo sviluppo di nuovi kits diagnostici per la valutazione di marcatori del metabolismo osseo. Il brevetto è stato già depositato da La Sapienza e registrato

22 OTT - Un miliardo e mezzo di euro l’anno. È quanto rendono ogni anno gli oltre 240 brevetti prodotti dai migliori 50 ricercatori italiani. Peccato che a beneficiarne non sia l’Italia, ma i Paesi dove sono andati a lavorare. E così la “fuga di cervelli”, un danno per il patrimonio intellettuale italiano, si traduce anche in uno “spreco di cervelli”. Basta guardare ai dati dell’Ocse, dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema Universitario e della Ricerca e dell’I-Com, l’Istituto per la Competitività: nonostante i nostri ricercatori producano studi scientifici qualitativamente e quantitativamente superiori alla media Ocse (siamo all’ottavo posto nel mondo), solo una minima parte di questi si traduce in brevetti, produzione industriale e quindi ricchezza, nove volte meno che in Danimarca, sette volte meno che in Usa, quattro volte meno che in Germania, Francia e Spagna.
 
Come uscire dall’impasse? Dall’Italia una risposta per valorizzare il lavoro svolto dai ricercatori, e tradurlo in brevetti, in lavoro, in produzione industriale, arriva dal Sud Italia, esattamente dal Laboratorio di Ricerche Biomediche di Catania. Il laboratorio - presentato alla stampa in occasione del Convegno “Il valore della ricerca, la creazione di opportunità” a Catania - frutto di una collaborazione pubblico-privato, vede impegnate l’Università di Catania, l’Università La Sapienza di Roma ed Eli Lilly, oltre a poter contare sui fondi europei del Programma operativo nazionale (Pon) per il primo progetto portato avanti.

 
Obiettivo del laboratorio inaugurato nel 2013 è fare ricerca, adeguatamente finanziata, per poter tradurre poi le nuove scoperte e acquisizioni in brevetti e quindi in produzione industriale, invertendo la tendenza negativa del nostro Paese. E dare nuove opportunità ai ricercatori.
 
In questi primi 24 mesi di attività il Laboratorio di Catania ha concluso il suo primo progetto di ricerca, che ha avuto come principale obiettivo quello di sviluppare nuovi kit diagnostici per il monitoraggio dell’osteoporosi.Un kit per la valutazione di marcatori del metabolismo osseo, utili per identificare alterazioni del metabolismo scheletrico in soggetti affetti da patologie quali l’osteoporosi. Settore di grande importanza sociale se si pensa che l’osteoporosi interessa, soltanto in Italia, quattro milioni e mezzo di persone.
 
La progettualità ha portato quindi l’impiego di personale altamente qualificato, ha contribuito alla promozione dell’attività di ricerca in Sicilia ed ha consentito l’individuazione di un metodo diagnostico della patologia osteoporotica per il quale è stato iniziato l’iter  per la tutela brevettuale.
 
“La collaborazione pubblico privato nella ricerca ha un ruolo importante – ha spiegato Walter Ricciardi, Presidente dell’Iss – ecco perché vediamo in maniera favorevole l’esperienza siciliana. Bisogna lavorare in sinergia, non ci sono alternative, o fai sistema o muori, come Paese, come sistema produttivo, come capacità di attrarre i giovani.  Noi perdiamo oltre 100 mila tra ricercatori, medici, ingegneri, con un aumento negli ultimi anni del 50%. Ragazzi che vogliamo tenere qui. Si stima che in un anno questi “cervelli” hanno prodotto con i loro brevetti oltre un miliardo e mezzo di euro l’anno”.
 
Ma l’Italia  può e deve diventare competitiva. E come ha commentato Andrea Lenzi, Presidente Cun e Coordinatore scientifico del progetto Pon, “il Laboratorio di Ricerche Biomediche di Catania rappresenta senza dubbio, da un lato un esempio reale e virtuoso di utilizzo dei fondi europei Pon per dare avvio a un’attività di ricerca posta in essere in un tempo rapidissimo presso la sede di Catania, dall’altro una collaborazione fra finanzianti  pubblici e privati che cooperando assieme danno avvio ad un’inversione di tendenza nella dicotomia fra le due fonti”. E la proposizione dell’idea brevettuale ha coronato l’iniziativa di questo progetto di ricerca che, ha aggiunto “da curiosity driven e di base diventa strategico e traslazionale secondo quanto previsto e richiesto dal bando. Il brevetto è stato già depositato da La Sapienza e registrato in Italia. Ora ci stiamo attivando per la registrazione internazionale”.
 
Ragionevolmente, ha quindi commentato Lenzi, il dispositivo diagnostico potrebbe arrivare sul mercato in un paio di anni”.
Un piccolo grade successo quindi, anche se per il Presidente Cun: “In Italia manca per la ricerca una cabina di regia di tipo strategico che invece esistono in tutte le parti del mondo. Pensiamo agli Usa dove Obama ha deciso di portare avanti in tre anni una strategia sulle biotecnologie. Uno Stato – ha aggiunto – ha il diritto dovere di indirizzare almeno i due terzi della ricerca del proprio Paese”.
 
E la partnership pubblico privato ha incassato il plauso di Massimo Scaccabarozzi, Presidente di Farmindustria: “Uniti si vince e lo dimostrano i risultati ottenuti dal laboratorio di ricerche biomediche dell’Università di Catania a soli due anni dall’inaugurazione”.
 
“Il modo di fare ricerca – ha detto – sta cambiando e sta diventando insostenibile. Quindi questi network di collaborazione pubblico privato sono la sola via di uscita per connettersi alla rete internazionale ed essere competitivi. E l’industria farmaceutica ha un ruolo centrale in questo modello. Costruendo sinergie virtuose, con un quadro stabile e regole certe, l’Italia, con i suoi ricercatori di eccellenza, ha tutto il know how per giocare la partita da protagonista. Ma la prima cosa da vincere è il pregiudizio: si parla di conflitto di interesse, ma questi sono alibi per chi non riesce a portare avanti progetti di ricerca. Serve, allo stesso tempo, un sistema che tuteli proprietà intellettuale, brevetto e marchio, sia per incentivare i cervelli che si trasferiscono all’estero a rientrare nel nostro Paese, sia per attrarre le migliori intelligenze internazionali. Solo puntando sulle eccellenze della Ricerca, italiane e non, l’Italia sarà in grado di competere al meglio – conclude Scaccabarozzi – per dare nuove speranze di cura ai pazienti”.
 
“L’idea – ha spiegato Concetto Vasta, Direttore Fondazione Lilly – nasce dall’esigenza di offrire un contributo al Paese proponendo anche modi diversi per fare ricerca. Non è facile per i giovani ricercatori trovare spazio nelle Università, per questo e senza avere la pretesa di risolvere i problemi dell’Italia, abbiamo voluto indicare una strada da percorrere, ossia quella della partnership tra pubblico e privato. Una formula che abbiamo potuto attuare grazie ai Pon europei, che hanno regole diverse da quelle italiane. E il Sud in quanto rientra nell’area Obiettivo 1, ci ha dato le opportunità maggiori, Catania, in particolare: in questa città la farmacologia è sempre stata all’avanguardia, non è un caso che Napoleone Ferraro sia nato qui. Abbiamo quindi portato avanti con la Sapienza questo progetto sull’osteoporosi, e oraabbiamo intenzione di proseguire su questa strada per dare il nostro contributo all’Università italiana nel pieno rispetto dei ruoli”.

22 ottobre 2015
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