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Siamo pronti a fronteggiare un attacco terroristico nucleare? Lo scenario del Nejm

Cosa potrebbe succedere in seguito ad un attacco terroristico nucleare? Quali sono i diversi scenari e quali conseguenze avrebbero sulla gente? Se lo sono chiesti uno studioso americano e uno inglese che questa settimana pubblicano sul New England Journal of Medicine le loro riflessioni. E le conclusioni sono sconfortanti. Di fronte ad un attacco di vaste proporzioni i medici potrebbero fare poco per salvare la vita della gente. Politica e servizi segreti rappresentano la vera soluzione. Ancora una volta affidata alla ‘prevenzione’

30 MAR - Lo spettro del terrorismo nucleare, nelle sue varie declinazioni, dall’occupazione di una centrale nucleare da parte dei terroristi, all’uso di armi nucleari a bordo di un volo commerciale, alla detonazione intenzionale di armi nucleari (come le cosiddette ‘dirty bomb’), alla dispersione di materiale radioattivo, è sempre più concreto.
 
Robert P. Gale dell’Imperial College di Londra e James O. Armitage dell’Università del Nebraska in un saggio pubblicato sul New England Journal of Medicine fanno il punto su quanto gli Stati Uniti siano pronti a fronteggiare un’eventuale emergenza di questa natura. E molti dei concetti espressi dai due studiosi sono naturalmente applicabili anche ad altri Paesi.
 
Ironia della sorte, molte delle conoscenze sulle conseguenze di un attacco nucleare, vengono proprio dalla drammatica esperienza di Hiroshima e Nagasaki, le due città giapponesi sulle quali gli americani sganciarono nel 1945, nel corso della II Guerra Mondiale, due bombe atomiche.

Le vittime, nell’arco dei primi 4 mesi, furono 120-250.000, e i decessi furono determinati per lo più dalla violenta forza percussiva dell’esplosione nucleare o dalle ustioni dovute ai cosiddetti ‘superfires’ (temperature di circa 100 milioni di gradi, sprigionate dall’esplosione nucleare; per avere un termine di paragone, la superficie del sole arriva ad appena 6.000 gradi centigradi), mentre solo il 5% di tutti i decessi correlati a questi eventi – nonostante quanto si possa pensare - sono risultati attribuibili alle conseguenze delle radiazioni.
 
Da allora, il bagaglio di esperienze sull’argomento si è arricchito, per così dire, sulla scorta degli incidenti nucleari di Three Mile Island, Chernobyl e Fukushima. E a spaventare oggi, oltre al terrorismo internazionale, sono anche le minacce della Corea del Nord (bomba H), dell’Iran (missili balistici intercontinentali), oltre alla recente decisione presa da Usa e Russia di rafforzare i rispetti arsenali nucleari.
 
Ed ecco dunque i possibili scenari, immaginati dagli autori dell’articolo.
 
Centrali nucleari. Il personale delle centrali nucleari americane è addestrato a fronteggiare il rischio di un’esposizione a radiazioni ionizzanti ai danni del personale stesso e a prendere misure per proteggere la popolazione circostante (rifugi, evacuazione, distribuzione di compresse di iodio per bloccare l’assorbimento di iodio radioattivo). Ma naturalmente lo scenario cambierebbe drasticamente qualora a determinare l’incidente nucleare fossero dei terroristi. E fortunatamente non ci sono esperienze pregresse a testimoniare cosa potrebbe succedere, grazie al fatto che molte di queste minacce sono state in passato efficacemente sventate. In questo caso dunque, le misure di prevenzione più efficaci sono quelle di intercettare e sventare i possibili attacchi terroristici  grazie al lavoro dell’Intelligence. Perché le centrali nucleari sono sempre più in concreto obiettivi militari o del terrorismo. E rappresentano un esempio di come una falla dei Servizi Segreti possa tradursi in un evento di “mass distraction”.
Per avere un’idea dei danni potenziali, basta consultare la International Nuclear and Radiological Event Scale(INES) messa a punto dall’International Atomic Energy Agency(IAEA).
 
Dispositivi di esposizione alle radiazioni
In questo scenario, i terroristi rubano del materiale radioattivo (da un dipartimento di radioterapia, o da un sito militare o da una centrale nucleare) e lo rilasciano in un luogo pubblico. Furti di questo tipo sono già avvenuti in passato, ma l’esposizione ad alte dosi di radiazioni in un attacco di questo genere andrebbe in teoria ad interessare solo poche persone.
I medici tuttavia dovrebbero essere addestrati a riconoscere i segni e i sintomi dell’esposizione alle radiazioni (es. caduta di peli e capelli, sintomi gastro-intestinali, riduzione del numero di linfociti, granulociti e piastrine )ed eventualmente a coordinarsi subito con i Centers for Disease Control and Prevention(negli Usa) per rilevare tempestivamente la fonte di esposizione e arginare la minaccia.
 
Dispositivi di dispersione radiologica (‘bomba sporca’)
Un attacco del genere è quello che si potrebbe concretizzare a seguito del furto di radionuclidi (ad esempio da un laboratorio universitario o da un dipartimento di medicina nucleare) e alla loro conseguente dispersione su una vasta area per mezzo di un piccolo aereo, o introducendoli nella riserva d’acqua di una città, o inserendoli in una bomba ‘sporca’ rudimentale (fatta di dinamite o TNT). I furti di materiale radioattivo sono tutt’altro che rari: la IAEA ne ha registrati oltre duemila, un centinaio dei quali solo nel 2016. Nel caso di una bomba sporca, la maggior parte dei danni deriverebbero probabilmente dallo scoppio dell’ordigno, piuttosto che dall’esposizione alle radiazioni; il luogo dell’esplosione potrebbe essere in seguito decontaminato e la popolazione evacuata, per evitare un’esposizione a lungo termine alle radiazioni.In questo caso insomma i danni sarebbero più psicologici e politici che fisici (nel senso di danno organico alla popolazione esposta). E anche in questa situazione, la migliore contromisura è la prevenzione e il lavoro dei Servizi Segreti.
 
Device nucleare improvvisato
Ma le cose possono prendere anche una piega imprevista e disastrosa, come si evince dai 15 Disaster Planning Scenario ipotizzati dalla Federal Emergency Management Agency (FEMA) e che hanno a che vedere con attacchi terroristici ma anche con disastri naturali.
Cosa succederebbe ad esempio se i terroristi facessero esplodere un furgoncino imbottito di materiale nucleare pari a 10 kilotoni nel centro di Washington? La forza percussiva, i proiettili e i superfire causerebbero la distruzione completa o seri danni a carico di tutti gli edifici nel raggio di un chilometro dall’epicentro, causando ulteriori danni fino ad un raggio di 6 chilometri.
 
Le comunicazioni verrebbero interrotte a causa dei campi elettromagnetici. Molte persone, compreso il personale medico e delle emergenze, resterebbero immediatamente uccise, mentre quelle più distanti dal luogo dell’esplosione sarebbero esposte ad alte dosi di radiazioni gamma e neutroni a seguito dello scoppio iniziale e in seguito, del fallout radioattivo. Il bilancio insomma potrebbe essere di 100 mila morti nell’immediato e di 100 mila feriti necessitanti di intervento medico tempestivo. Un altro mezzo milione di persone dovrebbero restare al riparo all’interno di quest’area per ore o giorni, prima di poter essere evacuate. Le conseguenze politiche, sociali, economiche e psicologiche sono inimmaginabili. “Come medici – ricordano gli autori – dovremmo anche essere pronti ad affrontare il problema dell’insufficienza midollare indotta da radiazioni”.
 
Guerra nucleare
E’ naturalmente lo scenario peggiore, l’Armageddon per buona parte dell’umanità, il punto di non ritorno. Usa e Russia messi insieme hanno un arsenale stimato di oltre 8.500 armi nucleari. Facile immaginare cosa potrebbe succedere se a qualcuno saltassero di nervi e l’altro rispondesse. In giro per il mondo ci sono altre 1.100 armi nucleari (in Gran Bretagna, Francia, India, Pakistan, Israele, Corea del Nord). Per capire di cosa si sta parlando, basti pensare che la bomba a idrogeno Soviet RDS-200 è cinquemila volte più potente di ‘Little Boy’, la bomba sganciata su Hiroshima. Di fronte ad uno scenario del genere è persino ridicolo pensare di mettere in piedi un piano di emergenza medica.
 
I danni biologici da radiazioni ionizzanti
In caso di attacco nucleare, come visto, la maggior parte delle morti sarebbero ascrivibili alla forza d’urto dell’esplosione e alle terribili temperature sprigionate dalla stessa. Ma esiste anche il rischio concreto di un danno da radiazioni, soprattutto nel caso di attacchi più contenuti. I tessuti maggiormente danneggiati sono la pelle, i polmoni, il tratto gastrointestinale e il midollo osseo. Il danno ovviamente varia in base all’esposizione alle radiazioni, che può solo essere stimata su un vasto numero di persone. Un modo empirico di fare un triage su un vasto numero di persone è di escludere dai soccorsi immediati quelle che non abbiano presentato nausea e vomito entro le prime 4 ore dall’incidente nucleare, in quanto con tutta probabilità non sono stati esposti a più di 2 Gy di radiazioni.
 
Esposizione fino a 2 Gydi radiazioni ionizzanti (l’equivalente di circa 200.000 radiografie del torace): in genere non richiede intervento medico
Esposizione oltre 12-15 Gy: la persona esposta a questa dose di radiazioni è probabilmente destinata a morire nonostante un tempestivo soccorso medico.
Esposizione da 2 a 10 Gy: è il range di esposizione sul quale si devono focalizzare gli addestramenti di intervento medico. I problemi più immediati da fronteggiare sono i danni al midollo osseo e quelli a carico dell’apparato gastro-intestinale. Bisognerà naturalmente pensare a gestire le inevitabili ferite e ustioni delle vittime. Ci sono poi le conseguenze a lungo termine: molti dei sopravvissuti ad un disastro nucleare, sono destinati a morire di varie forme tumorali (tiroide, leucemie, tumori solidi); altre conseguenze sono l’infertilità e l’aumentato rischio di malattie cardiovascolari.
 
Tra i vari interventi possibili, a seconda dell’esposizione, c’è la somministrazione di antibiotici e antivirali per os o, nei casi più gravi, per via parenterale; le trasfusioni di globuli rossi e di piastrine, la somministrazione dei fattori di crescita ematopoietici (filgrastim, sargramostim), il trapianto di midollo per il quale naturalmente sarà necessario cercare un donatore che non sia stato esposto a sua volta alle radiazioni.
 
Uno scenario devastante e scoraggiante insomma, anche da un punto di vista medico, visto che poco si può fare di fronte a flagelli del genere. E nei confronti dei quali, l’arma più efficace, resta ancora una volta la prevenzione. Quella affidata alla politica e ai trattati di pace e di dismissione delle armi nucleari.
 
Per ulteriori approfondimenti:  
www.crcpd.org/mpage/RDD
www.who.int/ionizing_radiation/a_e/IAEA-WHO-Leaflet-Eng%20blue.pdf
http://nuclearsecrecy.com/nukemap/
www.iaea.org/topics/emergency-preparedness-and-response-epr
www-pub.iaea.org/MTCD/publications/PDF/Pub1055_web.pdf
https://ritn.net
 
Maria Rita Montebelli

30 marzo 2018
© Riproduzione riservata


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