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Annale diabete 2011. Cura e assistenza migliorano. L'Italia vicina all'eccellenza

Ridotto il numero di pazienti con valori di emoglobina glicosilata troppo alti o bassi, migliorati i valori medi della pressione e i livelli di colesterolo dei diabetici. Un buon quadro, quello italiano e gli esperti assicurano: “Con l’aiuto delle istituzioni possiamo fare ancora meglio”.

01 FEB - Se si confrontano i dati dell’ultimo Annale dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD) con le cinque edizioni precedenti si nota un miglioramento che fa ben sperare per il futuro. Il dato che riassume i risultati del documento è il cosiddetto “score Q”, un indice che consente una valutazione complessiva della prestazione assistenziale dei centri diabetologici del nostro Paese.
In particolare, dal 2005 al 2009 il valore medio per le strutture italiane è migliorato di più di due punti, passando da 22,2 a 24,3. Il punteggio dello score Q può variare infatti da 0 a 40 e presentare tre diverse classi: in una struttura che presenta un punteggio superiore a 25, il rischio di sviluppare complicanze è azzerato, con un valore compreso fra 15 e 25 il rischio aumenta del 20%, mentre se lo score Q scende al di sotto del valore di 15 il rischio aumenta addirittura dell'80%. Il fatto che il punteggio medio delle strutture in Italia stia aumentando, e si avvicini sempre di più al valore limite di 25, implica un grande miglioramento nella cura e nel trattamento dei diabetici nel nostro paese.

Gli Annali AMD analizzano i dati reali di circa un sesto degli italiani con diabete, tracciando un’immagine realmente significativa dell’assistenza diabetologica in Italia. In particolare, la sesta edizione, dal titolo "Annali AMD 2011 - Livelli di controllo metabolico, pressorio e lipidico e utilizzo dei farmaci nel diabete di tipo 2. Gli anni 2005-2009 a confronto”, valuta l’evoluzione dell’assistenza erogata, sulla base di un campione di oltre 262mila persone con diabete nel 2005, cresciuto a più di 415mila nel 2009.

Ma cosa vuol dire questo indice?
A spiegarlo è lo stesso presidente dell’AMD, Carlo Giorda. “Lo score Q valuta da un punto di vista qualitativo l’efficienza delle cure e dell’assistenza prestate, e conseguentemente l’efficacia nel prevenire le complicanze tipiche del diabete, dall’infarto all’ictus, ai disturbi alla vascolarizzazione, alla mortalità. Ad un punteggio inferiore a 15 si associa a un aumento del rischio di complicanze di circa l’80%, mentre fra 15 e 25 il rischio è più alto solo del 20%". E questo, è proprio il caso italiano, che si avvicina sempre più al top della prestazione: se si supera la soglia dei 25 punti di score Q, il rischio di complicazioni si azzera.
L’indice viene calcolato su più indicatori diversi. Prima di tutto viene assegnato un punteggio alle modalità assistenziali: misurazione di emoglobina glicosilata (HbA1c, il parametro che determina il livello di glucosio nel sangue del paziente a lungo termine), pressione arteriosa, profilo lipidico (colesterolo), microalbuminuria . Poi si procede alla valutazione dei risultati ottenuti dalla cura, ossia quelli che riguardano mantenimento di HbA1c al di sotto dell’8%, della pressione inferiore a 140/90mmHg, del colesterolo LDL a meno di 130mg/dl, e che implica l’impiego dei farmaci adatti alla protezione renale in caso di microalbuminuria.

I dati pubblicati
“Presentiamo, per la prima volta, un approfondimento nel diabete di tipo 2 sulla relazione tra cambiamenti nei livelli di controllo dei principali parametri clinici associati al diabete e alle complicanze cardiovascolari (emoglobina glicosilata, pressione arteriosa e colesterolo) e utilizzo di farmaci”, ha commentato Giacomo Vespasiani, Coordinatore Annali AMD, alla presentazione dei dati.
Ma di che risultati si parla nello specifico? Complessivamente nei centri italiani non si sono registrate modificazioni nel livello medio di HbA1c rispetto a cinque anni fa. Il valore è infatti fermo al 7,5%. Tuttavia, si evidenzia una riduzione della quota di persone con valori particolarmente elevati (oltre 8,1%), associata a una riduzione anche di quelle con valori inferiori o uguali a 6,5%: quest’ultimo è un dato comunque positivo, visto che è stato dimostrato che un aumento del rischio cardiovascolare si verifica anche in caso di valori di emoglobina glicosilata eccessivamente ridotti.
Anche l’analisi dei valori della pressione del sangue nel corso di questo periodo evidenzia un moderato miglioramento, documentato dall’aumento della quota di persone con diabete a “target”, ossia con valori della pressione inferiori a 130/80mmHg. Questi numeri hanno visto un incremento relativo del 29%, con percentuali che sono passate dal 10,8% al 15,2%, associato a una riduzione di quelli con valori superiori a 140/90mmHg (da 63,8% a 57%, ovvero una riduzione relativa del 10,7%). Nonostante questi risultati siano da valutare positivamente, permane comunque il 57% delle persone con diabete sopra i 140/90 mmHg, un quadro generale di grande difficoltà nel raggiungimento di valori pressori in linea con le raccomandazioni esistenti.
Per quanto riguarda il colesterolo LDL, anche in questo caso il confronto dei valori nel 2005 e nel 2009 documenta un sensibile miglioramento, evidenziato dal marcato incremento della percentuale di persone con valori al di sotto di 100mg/dl (30,1% contro 41,8%, con un +38,9%), associato ad una parallela riduzione della percentuale di quelli con valori oltre 130mg/dl (passati da 35,7% a 26%, con un -27,2%). Il risultato è ampiamente spiegato dal raddoppio, nell’arco di 5 anni, della percentuale di persone con diabete in cura con farmaci ipolipemizzanti (da 21,5% a 41,3%). In particolare, dal 2005 al 2009, è praticamente raddoppiata la percentuale di utilizzo delle statine (19,3% contro 37,7%), mentre si mantiene modesto, sebbene in aumento, l’uso di altri farmaci ipolipemizzanti.

Come si interpreta questo miglioramento?
Due punti del valore medio è legato a un significativo incremento della quota di persone in cura nei centri di eccellenza, ovvero quelli che raggiungono un punteggio superiore a 25, oltre a una concomitante riduzione della percentuale di quelli che ricadono nelle classi inferiore a 15 e 15-25. In sostanza, mentre nel 2005 una persona con diabete su quattro veniva curata da strutture che presentavano un punteggio superiore a 25, nel 2009 ciò era vero per una su tre. “Un dato importante che emerge – ha detto Giorda – è che i centri di diabetologia con score Q superiore a 25 sono passati dal 26,1% al 36,1%, il che si traduce sicuramente in un minor numero di eventi cardiovascolari nelle persone assistite.”
Ma i dati, sperano gli esperti, potranno servire anche per migliorare ulteriormente i risultati di cura e trattamento del diabete in Italia. “Auspichiamo che le autorità di governo della sanità del nostro Paese vogliano utilizzare gli Annali AMD per riflettere sulle misure da adottare per affrontare la pandemia diabete, che rischia di appesantire ulteriormente il fardello del nostro sistema sanitario”, ha continuato il presidente di AMD. “Il diabete è una malattia che richiede notevoli risorse, economiche, umane e di tempo. Non è certo banalizzandone la cura, pensando di puntare al risparmio affidandone per esempio la gestione unica del medico di famiglia, che si otterrà un risultato concreto. È vero invece che proprio la gestione della persona con diabete in comune tra specialista e medico di famiglia, sin dal momento della diagnosi, può evitare che un diabete in fase iniziale arrivi, senza una pronta correzione, a sviluppare la complessità delle complicanze”, ha concluso.

L.B.

01 febbraio 2012
© Riproduzione riservata


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