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Ritorno alle mutue. Niente vintage ma gestione della spesa privata oggi disordinata e inefficiente

Il ritorno delle mutue? La moda del vintage, della nostalgia canaglia della gioventù, suo driver psicologico, di quando, nei benevoli ricordi, tutto era migliore? O una stampella per il SSN dai circa 40 miliardi di spesa privata oggi frammentata ed entropicamente anarchica? Un paio di riflessioni in merito

29 MAR - “Inventate” da Bismarck nel II Reich a fine ‘800, già sviluppatesi spontaneamente come casse di mutua assistenza tra lavoratori, i loro pro vs. il sistema di assicurazione pubblica unico, SSN, sono il chiaro rapporto di beneficio dato dal finanziamento contributivo: so quanto spendo per quello che ricevo. Con il SSN finanziato dalla fiscalità generale questo non avviene.
E la suddivisione tra chi finanzia e chi produce ed eroga le prestazioni, a creare un mercato concorrenziale virtuoso sull’offerta tra produttori/erogatori nel rapporto tra prezzo e qualità.
 
I contro sono la diseguaglianza e la sperequazione quali-quantitativa tra mutue sulle prestazioni erogate: le ricche perché di categorie professionali a reddito più elevato più generose delle “povere” di quelli a reddito più basso.
Poi, essendo basate sull’appartenenza a categorie lavorative, disoccupati e precari sono nominalmente scoperti.
 
Oggi in Germania e Co. è la mano pubblica (Federale e Federalista) che copre e ripiana le disuguaglianze.
C’è poi da dire infine che tutti i sistemi mutualistici dei principali Paesi OCSE spendono molto di più sul PIL (Germania, Austria, Svizzera, Canada, Australia, ecc.), circa un paio di punti che nei Paesi con SSN.

 
Le abbiamo avute in Italia da fine 1800 al 1978, quando erano arrivate ad un sesquipedale fallimento finanziario, continuamente ripianato dallo Stato, con le iniquità all’accesso alle prestazioni che si erano ingigantite a dismisura per le coperture enormemente difformi e con scoperto intorno al 12% della popolazione, disoccupati e precari che pertanto dovevano iscriversi alle liste di povertà per essere curati
E pure per la loro gestione, diciamo così allegra, primi vagiti di un ’92 di mani pulite ancora al di là da venire e troppo breve, da dimenticare (A. Venditti)
 
Così a Natale del 1978 è arrivato il SSN, legge 833 del 23 dicembre 1978, votata all’unanimità da entrambe le Camere con un plebiscito.
In un certo senso il passaggio al SSN rispecchiava lo spirito del tempo, lo Zeitgest di allora: le sinistre al 40% e quasi al governo e, insomma, una certa visione più collettiva e collettivista della società.
 
Scimmiottando (con estrema deferenza) Gaber e Luporini, le mutue erano di destra perché sperequate tra ricchi e poveri e legate allo status di lavoratore. Coerentemente lasciano il posto in quegli anni ideologici al SSN, più di sinistra per statalismo ed equità universale d’accesso, il cui diritto è dato dallo status di cittadino.
 
In quest’ottica, pertanto, oggi non stupiamoci più di tanto della possibile revanche delle mutue, dato lo Zeitgeist odierno della società e della politica, assai antitetico a quello di allora.
 
Oggi le mutue in Italia sono integrative, pure entrate nella remunerazione del lavoratore nei vari CCNL (lo chiamano welfare aziendale, che suona strano), in realtà di fatto un pagamento “in natura”, anziché soldi nello stipendio, ti pago con dei “servizi” (Fasi, Faschim, MètaSalute, ecc. ecc.)  
 
Potrebbero tornare a essere il sistema sanitario pubblico come in Germania e tanti altri Paesi? Non credo. Quale politica, nazionale o regionale, rinuncerebbe a 113 miliardi di spesa pubblica? Specialmente per le Regioni, la cui sanità è tre quarti del loro budget. E poi i costi aggiuntivi sia di passaggio da un sistema all’altro e quelli routinari di intermediazione (la croce delle assicurazioni sanitarie, di cui strutturalmente le mutue sono parenti assai strette) Per non parlare dell’accresciuto tasso di “moral hazard” e di conflitti d’interesse
 
Credo invece che un possibile obiettivo non sia quindi sui 113 miliardi del finanziamento pubblico del SSN ma i circa 40 miliardi di spesa privata oggi frammentata ed entropicamente anarchica. Si potrebbero farli rientrare a fianco dei suddetti 113, direttamente nella casa del SSN, o in qualche sua dependance chiamata appunto mutua o terza gamba, aumentandone direttamente il finanziamento rimpinguandolo indirettamente. Insomma incamiciare e indirizzare verso casse pubbliche la spesa oggi disordinatamente, anarchicamente ed entropicamente privata.  
 
L’idea potrebbe offrire delle opportunità nel rendere più efficiente ma anche efficace ed equa l’uso di quei quasi 40 miliardi di spesa privata, attenzione prevalentemente sostitutiva e non integrativa, oggi lasciati esposti al vento reale e sul web dell’asimmetria informativa e dei troppi mai domi Dulcamara.
 
Quindi, non credo, come balenato in questi giorni, alla sostituzione del SSN da parte delle mutue, al loro ritorno vintage e nostalgico di un tempo. Più facile ritornino i jeans a zampa d’elefante, i capelli lunghi che coprono l’orecchio e il distorsore di Jimmy Hendrix. Ma per Inam ed Enpas, come per la moto senza casco e per quella biondina con gli occhi grandi e chiari del ginnasio, invece non c’è proprio speranza.
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria

29 marzo 2017
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