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Il decreto dignità “fa bene alla salute”

Ci riferiamo alla parte del decreto che ha l’obiettivo dichiarato di ridurre il precariato. Sappiamo infatti che la flessibilità e la precarietà dell’attività  lavorativa producono per i prestatori d’opera non poche malattie correlate proprio a queste condizioni di provvisorietà

04 LUG - Il cosiddetto “Decreto dignità sul lavoro” del Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio, approvato dal Governo (vedi conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri del 2 luglio scorso), ha l’obiettivo dichiarato di ridurre le forme di lavoro precario. Se così sarà e se effettivamente, anche grazie a questo provvedimento, si ridurrà il precariato nelle sue varie forme potremmo dire a pieno titolo che questo decreto “fa bene alla salute dei lavoratori”.
 
Contrariamente a quanto accade con la flessibilità e la precarietà dell’attività  lavorativa che producono per i prestatori d’opera non poche malattie correlate proprio a queste condizioni di provvisorietà. Da una analisi sommaria, in considerazione dei pochi elementi di epidemiologia occupazionale disponibili per queste forme di impiego,  per questa categoria di lavoratori occorrerebbe procedere ad una valutazione dei rischi orientata  prevalentemente a quelli  definiti trasversali, vale a dire rischi che compromettono sia la salute sia la sicurezza sul lavoro: rischio stress, rischio organizzativo-sociale, fatica fisica e psicologica, disattenzione, distrazione.

 
La conferma, se ce ne fosse bisogno, viene fuori anche da uno studio condotto qualche anno fa in Inghilterra all’Università di Aberdeen: The Unintended Consequences of Flexicurity: The Health Consequences of Flexible Employment, i cui risultati  non sono affatto rassicuranti.
 
L’incertezza a cui sono sottoposti questi lavoratori provoca forti livelli di stress, con conseguenze sul loro stato di salute. Gli studiosi di Aberdeen hanno analizzato la vita lavorativa di 2.300 lavoratori inglesi per capire se periodi prolungati di precarietà hanno avuto effetti sul loro benessere fisico.
 
“Abbiamo riscontrato che – per ogni parametro di salute esaminato –, scrivono gli studiosi, più tempo un lavoratore ha trascorso con un contratto flessibile più ha avuto problemi, in una percentuale decisamente superiore a quella dei lavoratori con contratto stabile”.
 
Dall’ottavo anno di occupazione,  “i lavoratori che hanno lavorato per almeno il 50% del tempo con contratti flessibili, hanno manifestato un peggioramento generale delle loro condizioni di salute”.
 
Le conseguenze sulla salute pubblica dell’incremento esponenziale della precarietà lavorativa potrebbero essere costose e molto deleterie per tutta la società, sostengono i due ricercatori. Perciò i governi “dovrebbero rivedere le politiche che promuovono l’iperflessibilità, se questa comporta un alto prezzo in termini di aumento della spesa pubblica per la sanità e crollo della produttività”.
 
Con il decreto dignità sul lavoro verrebbe avviato, a mio avviso,  anche il recepimento della Raccomandazione 205 del maggio 2017 dell’ILO, Organizzazione Internazionale del Lavoro, relativa all’Occupazione e al Lavoro Dignitoso per la Pace e la Resilienza.
 
In questo importantissimo documento al punto 10 viene sottolineato “Al fine di favorire la ripresa e rafforzare la resilienza, gli Stati membri dovrebbero adottare e realizzare una strategia generale per l’occupazione sostenibile che promuova l’occupazione piena, produttiva e scelta liberamente e il lavoro dignitoso per le donne e gli uomini….”.
 
Ed ancora al punto 12 si evidenzia “Gli Stati membri dovrebbero sviluppare ed applicare politiche attive del lavoro, con particolare attenzione ai gruppi svantaggiati ed emarginati ed ai gruppi di popolazioni e individui resi particolarmente vulnerabili da una crisi, includendo, in via non limitativa, le persone con disabilità, gli follati all’interno del Paese, i migranti e i rifugiati, secondo necessità e conformemente alle leggi e ai regolamenti nazionali”.
 
Secondo un altro studio condotto in Svizzera  i lavoratori precari, ed in particolare gli interinali, formano una categoria professionale con un rischio di infortunio ben superiore alla media. Tra il 2006 e il 2015 i casi di infortunio registrati per il personale a prestito sono stati in media 179 all’anno ogni mille unità lavorative a tempo pieno, mentre quelli totali erano solo 94 all’anno.
 
L’Istituto assicurativo elvetico  spiega che spesso il personale a prestito, proprio perché ingaggiato per un lasso di tempo relativamente breve, non conosce bene il luogo di lavoro ed è per questo soggetto a un rischio di infortunio maggiore.
 
Questa situazione è spesso accompagnata da una mancanza di informazioni da parte delle imprese che non  intraprendono infatti sforzi per integrarli o informarli riguardo alle caratteristiche del luogo di lavoro, le mansioni e le disposizioni di sicurezza. Tra i lavoratori precari si riscontra uno stato di salute più problematico rispetto agli altri lavoratori.
 
Un’analisi dei dati della stessa Indagine  rivela che i precari danno una valutazione negativa della propria salute, soffrono maggiormente di disturbi come debolezza, insonnia e mal di testa; si sentono più spesso nervosi, esausti, stanchi e pensano più spesso al suicidio. Inoltre, fanno un uso più elevato di farmaci come sonniferi e antidepressivi.
 
Secondo altri studi, i lavoratori temporanei, manifestano più spesso il fenomeno del cosiddetto “presenteismo”: vengono cioè al lavoro anche se malati, per paura di essere licenziati. La precarietà che talvolta accompagna lo statuto di lavoratore temporaneo interinale può condurre all’isolamento sia di natura sociale che civile.
 
Un sondaggio condotto da un gruppo di ricerca dell’Unione europea sulla precarietà e l’integrazione sociale, rivela che persone in una situazione precaria hanno meno contatti sociali e si sentono più isolate rispetto alla comunità in cui vivono. Inoltre, a causa proprio dei problemi finanziari, nutrono più spesso insoddisfazione nei confronti della vita sociale e famigliare.
 
Domenico Della Porta
Presidente Osservatorio Malattie Occupazionali e Ambientali
Università degli Studi di Salerno

04 luglio 2018
© Riproduzione riservata


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