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Il lavoro minorile illegale compromette uno sviluppo in buona salute. Ma in pochi lo sanno e in pochi denunciano

Solo 5 genitori su 100, nel nostro Paese, sono consapevoli che il lavoro svolto dai minori con età inferiore a 16 anni compromette uno sviluppo in buona salute. E’ un dato sicuramente preoccupante che è venuto fuori dall’indagine effettuata qualche anno fa da Datanalysis e che evidenzia la scarsissima percezione del fenomeno tra le famiglie italiane a conferma di disinformazione e sottovalutazione di un problema che provoca danni irreversibili ad organismi in crescita

09 FEB - C'è ancora poca attenzione  per  i danni, talvolta irreversibili, da  lavoro minorile illegale nel nostro Paese. Solo 5 genitori su 100, infatti, sono consapevoli che il lavoro svolto dai minori con età inferiore a 16 anni compromette  uno sviluppo in buona salute.
 
E’ un dato sicuramente preoccupante emerso dall’indagine effettuata qualche anno fa da Datanalysis e commissionata dall’Osservatorio Paidoss, organismo della SIMPE, Società Italiana Medici Pediatri,  e che evidenzia  la scarsissima percezione del fenomeno tra le famiglie italiane a conferma di disinformazione e sottovalutazione di un problema che provoca danni irreversibili ad organismi in crescita.
 
Eppure un primo allarme fu lanciato già a marzo del 2010 quando da specifiche schede pubblicate dall’ISPESL (ente ora soppresso e confluito nell'Inail) veniva fuori che il lavoro minorile nel nostro Paese provoca danni assolutamente da non trascurare, e in particolare:
1) in agricoltura il lavoro minorile dà luogo ad avvelenamenti da sostanze chimiche, utilizzate senza precauzione e senza opportuna formazione;
 
2) nel settore tessile il lavoro minorile è alla base di malattie respiratorie, malattie muscolo scheletriche, difetti della vista per eccessivo sforzo visivo;
 
3) nell’edilizia sono evidenti tra i minori impegnati in questo comparto, danni da rumore e da vibrazioni, oltre a disabilità permanenti a causa di incidenti e lesioni derivanti da cadute in piano o dall’alto;
 
4) nella raccolta di rifiuti si registrano tra i minori ustioni ed esposizione ad infezioni da tetano a seguito di tagli;
 
5) nel settore domestico i minori impegnati anche in attività non faticose, vanno incontro a stress, sfruttamento, violenze e abusi oltre a stanchezza per orari massacranti;
 
6) in strada (vendita di bevande, lavaggio di vetri di autovetture) non è da trascurare per i minori il rischio di malattie infettive, sempre sfruttamento, violenze e abusi, nonché esposizioni a sostanze nocive;
 
7) nel settore del commercio e dell’artigianato, infine, i minori aumentano il rischio di farsi male in quanto non c’è attenzione nelle attività in cui vengono adibiti come camerieri, commessi, aiutanti in imprese familiari.
Ecco perché i medici pediatri, oggi anche adolescentologi, sono chiamati ad un ulteriore compito importante, quello di intercettare nello svolgimento della pratica professionale quotidiana, queste forme patologiche correlate al lavoro minorile, in modo da allertare le istituzioni, in primis i Dipartimenti di Prevenzione delle ASL, per disporre interventi immediati di natura preventiva e sanzionatoria.
 
Dai Pronto Soccorso ospedalieri, purtroppo non c’è la possibilità di tali segnalazioni, in quanto sia il minore infortunato, sia l’eventuale accompagnatore del minore spesso non dichiarano che trattasi di una lesione accaduta durante un lavoro illegale, come è stato sottolineato sempre dai pediatri dell’Osservatorio Paidoss  nel corso della presentazione dell’indagine promossa dallo stesso organismo.  Mentre nel  mondo si stimano circa 168 milioni di minori che svolgono lavori pericolosi ed ogni anno circa 22.000 minori perdono la vita sul lavoro, nel nostro Paese non esistono statistiche ufficiali in quanto le Istituzioni si basano su rilevazioni soggettive effettuate in ambito scolastico, attraverso questionari o interviste.
 
Anche le Organizzazioni Sindacali si cimentano sulle statistiche del lavoro minorile ma con dati molto discordanti. Il lavoro minorile è compreso nel lavoro sommerso (26%) di cui il 15% riguarda i minori. Il lavoro minorile è lungi dall’essere risolto in pratica, anche se la normativa in proposito è piuttosto chiara ed esplicita nel tutelare l’integrità fisica dell’adolescente dai molteplici rischi cui il lavoro inevitabilmente espone.
 
Come abbiamo detto numeri certi non esistono ma un'idea della situazione si può trarre da questi dati frutto di alcune indagini in vari anni: Indagine Istat/Ispesl  nel 2000 attraverso questionari nelle scuole rilevò la presenza di circa 114.823 minori tra i 7 e i 14 anni che lavoravano; poi la CGIL nel 2000/2001 attraverso una serie di stime indica in 300.000/350.000, di cui 50.000 stranieri, i minori che lavorano;  e ancora l'IRES nel 2006 stima 410.000 lavoratori tra gli 11 e i 14 anni, di cui 70.000/80.000 stranieri; infine l'Associazione Bruno Trentin e Save the Children indicano in 340.000 i giovani tra 12 e 15 anni che lavorano.
 
Come si vede stiamo parlando di numeri importanti che richiederebbero non provvedimenti assistenziali, ma promozionali, non misure repressive, ma piuttosto preventive, non sfruttamento e tratta dei “calzoni corti”, ma sana politica di orientamento e formazione professionale, ove i giovani possano orientarsi con estrema libertà di scelta per la loro attività futura e trovare in essa la propria soddisfazione in un avvenire migliore.
 
Per i minori, le particolari condizioni di inferiorità fisica e le speciali esigenze di tutela morale, dovute all’età, hanno indotto i legislatori dei vari paesi ad intervenire con l’emanazione di una serie di norme atte a disciplinare adeguatamente l’utilizzazione delle c.d. mezze forze che, se non disciplinate e controllate rigorosamente, diventano causa di depauperamento nel tempo della stessa forza lavoro.
 
Ecco perché il ragazzo non può essere ritenuto un uomo in miniatura; non si possono ignorare i suoi particolari bisogni psicosomatici e le molteplici esigenze connesse ad un organismo in accrescimento, specie nella fase puberale, che può essere leso irreversibilmente dall’esposizione ai pericoli di una attività lavorativa, ovvero ad una fatica generatrice di danni, in quanto distruttiva dell’equilibrio fisico e psicologico.
 
Domenico Della Porta
Docente di Medicina del Lavoro Università Telematica Internazionale Uninettuno – Roma
Presidente Osservatorio Nazionale Malattie Occupazionali e Ambientali Università degli Studi di Salerno

09 febbraio 2019
© Riproduzione riservata


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