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Una settimana di dati a vanvera sul Covid

di Cesare Fassari

“371 casi in sette giorni tra gli operatori sanitari. C’è preoccupazione per escalation tra medici e infermieri….”. “I morti per Covid? Solo poche migliaia gli altri sono morti di altro…”. Se nel primo caso quanto raccontato richiederebbe quantomeno un’analisi più approfondita visto che già a fine settembre i casi tra gli operatori erano stati 374 (settimana tra il 22 e il 29 settembre), nel secondo si tratta di una vera e propria balla

24 OTT - In questi ultimi giorni abbiamo letto due dati estrapolati da diversi rapporti dell’Iss sull’andamento della pandemia Covid che hanno conquistato titoloni e molto rumore sui social: uno fa riferimento a un presunto aumento dei casi di contagio tra gli operatori sanitari (in base al rapporto Iss del 22 ottobre con dati al 20 ottobre); l’altro (che prende spunto dal rapporto dell'Iss sulle caratteristiche dei pazienti deceduti con dati al 5 ottobre) al fatto che i casi di morte effettivamente correlabili al Covid sarebbero poche migliaia rispetto agli oltre 131mila registrati dall’ultimo bollettino quotidiano di sabato scorso.
 
In realtà, come proveremo a chiarire, i due dati estrapolati dai rapporti dell’Iss sono nel primo caso quantomeno controversi e nell’altro assolutamente falsi.
 
Andiamo per ordine.
 
Aumenta il numero di casi di nuovi contagi tra gli operatori? No. Se osserviamo l’andamento dei nuovi casi in questo segmento di popolazione a partire dal 29 settembre fino al 20 ottobre (quindi su 4 settimane di osservazione) vediamo che il record di nuovi casi si è verificato addirittura proprio il 29 settembre con 374 casi nuovi casi rispetto ai 368 della settimana precedente, per poi passare a 347 casi il 6 ottobre, a 306 il 13 ottobre e di nuovo salire a 371 nuovi casi il 20 ottobre.

 
Come si può facilmente vedere in termini assoluti (ovvero il numero di casi) non c’è nessun aumento ma semmai una tendenza costante con un andamento oscillante di poche unità in più o in meno tra una settimana all’altra.
 
Ciò che invece deve far riflettere è l’incremento che si è registrato nell’ ultima settimana (13/20 ottobre) nella percentuale di operatori contagiati sul totale dei nuovi contagi tra la popolazione che è passata da un valore oscillante tra il 2,8 e il 2,9% delle settimane precedenti al 3,6% di questa ultima settimana.
 
In sintesi:
- nell’ultima settimana abbiamo assistito a un incremento di casi, ma comunque in numero inferiore a quelli registrati un mese fa;
- si registra un incremento di 0,7 punti percentuali (3,7% vs 2,9%) dell’incidenza dei casi tra gli operatori rispetto ai casi tra la popolazione generale.
 
Quest’ultimo dato, se confermato nelle prossime settimane, potrebbe indicare un calo dell’efficacia vaccinale a prevenire il contagio tra gli operatori rispetto a quella nella popolazione generale e questo presumibilmente perché gli operatori sanitari si sono vaccinati per primi e quindi è possibile una minore presenza di anticorpi con conseguente necessità di accelerare la somministrazione della terza dose a tutti gli operatori della sanità.
 
E veniamo al secondo dato: quello secondo il quale sarebbero solo 3.783 i morti attribuibili effettivamente al Covid. La “notizia” lanciata da il Tempo è stata poi ripresa a bomba sui social da molti utenti presumibilmente scettici sui vaccini e sul Covid in generale alimentando la tesi del complotto o quantomeno della sopravalutazione della pandemia.
 
Scrive il Tempo il 21 ottobre riferendosi al rapporto Iss del 5 ottobre scorso: …“dei 130.468 decessi registrati dalle statistiche ufficiali al momento della preparazione del nuovo rapporto solo 3.783 (pari al 2,9% del totale, ndr) sarebbero dovuti alla potenza del virus in sé. Perché tutti gli altri italiani che hanno perso la vita avevano da una a cinque malattie che secondo l'Iss dunque lasciavano già loro poca speranza. Addirittura il 67,7% ne avrebbe avuto insieme più di tre malattie contemporanee, e il 18% almeno due insieme”.
 
I dati in sé ripresi dal Tempo sono corretti, il problema è che la loro esposizione e interpretazione sono assolutamente sballate (speriamo in buona fede).
 
Riflette infatti così il Tempo: …“Ma se non è il virus ad uccidere gli italiani, allora mi spiegate perché la scienza ha imposto tutto quello che abbiamo visto in questo anno e mezzo abbondante? Dalle mascherine, al distanziamento, al lockdown e così via? E come facevamo ad avere quasi 126 mila italiani ridotti in quelle condizioni con 3, 4 o 5 malattie gravi, destinati comunque ad andarsene se anche non fosse mai esistito il coronavirus in poco tempo?”
 
Come è noto fin dai primi rapporti sulla mortalità per Covid, l’Iss (e come lui tutti gli altri istituti del mondo impegnati nel monitoraggio della pandemia), hanno sempre analizzato, oltre al sesso e all’età dei deceduti, anche l’eventuale copresenza di altre patologie preesistenti.
 
Fin dalle prime rilevazione fu evidente che il Covid uccideva le persone più anziane e soprattutto quelle con a carico altre patologie.
 
Un dato di fatto, arcinoto da sempre, comune a tutti i Paesi europei e mai smentito, che ora il Tempo rilancia stravolgendone il significato, insinuando nel lettore il dubbio che quei 130mila morti italiani per Covid in realtà nella grandissima parte sono morti di altro.
 
In realtà sappiamo bene che l’Italia ha adottato da sempre la modulistica internazionale per la descrizione del caso di morte da Covid nella quale è previsto siano indicate eventuali altre patologie preesistenti al momento del contagio ma che indica con molta chiarezza che per indicare che una persona è morta per Covid:
- il decesso debba essere riferito a un paziente definibile come caso confermato microbiologicamente (tampone molecolare) di Covid;
- vi sia la presenza di un quadro clinico e strumentale suggestivo di Covid;
- sia assente una chiara causa di morte diversa dal Covid
- e non si sia registrato alcun periodo di recupero clinico completo tra la malattia Covid e il decesso.
 
Questi i fatti il resto sono balle.
 
Cesare Fassari

24 ottobre 2021
© Riproduzione riservata


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